Cinema da casa... "Il mio amico in fondo al mare" su Netflix - QdS

Cinema da casa… “Il mio amico in fondo al mare” su Netflix

Francesco Torre

Cinema da casa… “Il mio amico in fondo al mare” su Netflix

giovedì 29 Aprile 2021 - 00:00

Il fresco vincitore del Premio Oscar come Miglior Documentario narra lo straordinario rapporto che si instaura tra un documentarista in piena crisi esistenziale e una piovra comune

Regia di Pippa Ehrilch e James Reed. Con Craig Foster e Rosetta
Sud Africa 2020, 85’.
Distribuzione: Netflix

«Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?», scriveva T.S. Eliot in The Waste Land, trasformando in pochi versi un disturbo percettivo in una forma di ossessione metafisica dai molteplici risvolti estetici, immagine difatti più volte evocata per affrontare l’analisi di soggettive impossibili e sguardi privi di un’identità narrativa, per esempio nei film di Michelangelo Antonioni.
L’espressione mi è tornata in mente guardando “Il mio amico in fondo al mare”, fresco vincitore del Premio Oscar come Miglior Documentario.

Il film sudafricano, ambientato in una foresta di kelp piena di magnifiche alghe coloratissime e di una preziosa quanto variegata fauna acquatica, narra lo straordinario rapporto che si instaura tra un documentarista in piena crisi esistenziale e una piovra comune. Il documentarista, va detto, qui non è il regista (il documentario è firmato da Pippa Ehrlich e James Reed, e difatti sono loro ad aver ritirato la statuetta) ma è accreditato come direttore della fotografia e, soprattutto, produttore.

La rappresentazione del pianeta sommerso si nutre dell’intrinseca forza astratta di forme e colori in movimento e solo nell’incipit sembra evocare l’eterna lotta tra uomo e natura, che qui casomai si trasfoma in un caldo abbraccio. La narrazione ha una particolare complessità strutturale che riesce a far convivere il fascino del documentario scientifico e l’empatia generata da una progressione drammaturgica convenzionale che, tra le altre cose, evoca il ciclo dell’esistenza e gioca con i codici linguistici di genere, dal crime alla spy e soprattutto alla love story.

L’enorme dinamismo delle riprese acquatiche (compensato dalla staticità dell’intervista al sub che funge insieme da motore e specchio emotivo del racconto) non riesce però ad annullare il disagio dovuto all’ingombrante (perché del tutto nascosta) presenza di un terzo occhio, quello della macchina da presa che registrando senza interagire rompe l’intimità del rapporto tra uomo e animale e smaschera il grande livello di artificio del racconto.

Voto: ☺☺☺☻☻

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