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Covid, immunità innata può diventare farmaco, la scoperta di due italiane

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Covid, immunità innata può diventare farmaco, la scoperta di due italiane

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giovedì 03 Febbraio 2022 - 13:53

Dalla Sars 1 alla Sars 2, il ruolo dell'Mbl e la sfida di due scienziate italiane, Elisa Vicenzi e Cecilia Garlanda.

Garlanda e Vicenzi con team internazionale studiano molecola ‘antenata anticorpi’ che sembra proteggere da Omicron e altre varianti.

Cos’è l’immunità innata

E’ il nostro sistema di difesa più antico. Ci accompagna fin da quando veniamo al mondo e affonda le sue radici in un passato lontano. Ma non potrebbe essere più attuale, in tempi di pandemia.

Lo testimonia un team di scienziati italiani che ha deciso di imbarcarsi in una missione: far sì che l’immunità innata possa diventare ‘farmaco’. Un alleato in più nella lotta a Covid-19, che possa restare in campo contro tutte le varianti, Omicron compresa.

Lo studio di Vicenzi e Garlanda

E’ questo il fine ultimo della scoperta che si è guadagnata le pagine di ‘Nature Immunology’ qualche giorno fa. E a raccontarlo all’Adnkronos Salute sono due scienziate in prima linea nel progetto: Cecilia Garlanda, responsabile del Laboratorio di Immunopatologia sperimentale di Humanitas, ed Elisa Vicenzi, responsabile dell’Unità di ricerca in Patogenesi virale e Biosicurezza dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano.

Di casa nel mondo dell’immunità innata una, ‘cacciatrice di virus’ l’altra. “E’ stato bello incontrarsi e mettere insieme le nostre competenze. Con noi altri gruppi a livello internazionale, ognuno dei quali ha potuto contribuire per un pezzo della storia”, dice Garlanda.

“L’immunità innata – spiega l’esperta – è composta da cellule e molecole solubili che hanno un’azione contro microrganismi di origine batterica, virale e fungina. Ci proteggono in maniera spontanea, nel senso che è una forma di immunità che non ha bisogno di essere educata, a differenza dell’immunità adattativa che invece agisce tramite linfociti e anticorpi. Noi ci siamo focalizzati sui componenti solubili dell’immunità innata, che sono come degli antenati degli anticorpi come tipo di attività biologica, per valutare quale di queste molecole riconoscesse le proteine del virus Sars-CoV-2 ed eventualmente avesse un’azione antivirale”.

Le molecole testate, il ruolo dell’Mbl

Fra le molecole testate è stata identificata Mbl (Mannose Binding Lectin), “che lega la proteina Spike e inibisce l’infezione di cellule respiratorie umane da parte del virus”, aggiunge. Mbl, interviene Vicenzi, “è attiva contro tutte le varianti che abbiamo testato finora, inclusa Omicron, proprio perché lega una porzione della proteina Spike che non va a ingaggiare direttamente il recettore, ma una parte in cui sono presenti gli zuccheri”.

Questa molecola, ragiona Garlanda, “è stata già in passato utilizzata come potenziale farmaco a livello sperimentale in pazienti con la fibrosi cistica che sviluppano infezioni polmonari da batteri. E il fatto di essere già stata usata nei pazienti semplifica molto lo sviluppo futuro di Mbl, che potrebbe essere usata come oggi vengono utilizzati gli anticorpi monoclonali nei pazienti Covid”. E’ il percorso che le due scienziate e gli altri colleghi coinvolti intendono seguire.

La questione vaccini e l’immunità adattiva

Garlanda tiene a mettere subito le cose in chiaro: “La gente talvolta percepisce che l’immunità innata c’è e quindi deduce che non abbiamo bisogno del vaccino. Ma invece la resistenza alle infezioni comporta molteplici meccanismi e una collaborazione tra cellule, tra mediatori.

Quindi non si può dimenticare l’importanza del braccio evolutivo più importante, che è quello dell’immunità adattativa. Dobbiamo immaginare che la difesa all’infezione comporta la cooperazione fra entrambi i sistemi immunitari. E’ un lavoro di squadra. E noi abbiamo scoperto un’arma in più, non un’arma sostitutiva. Questo deve essere il messaggio: non vogliamo sostituire nulla a quello che c’è ad oggi. Vogliamo aggiungere”.

La ricerca ha portato a galla diversi elementi significativi: “Abbiamo anche visto – continua Garlanda – che il gene che codifica per Mbl ha diverse varianti genetiche. Quindi abbiamo valutato se queste varianti genetiche fossero associate a forme più o meno severe di Covid e abbiamo scoperto effettivamente che le varianti che comportano bassi livelli di produzione di questa molecola sono associate a forme più gravi. Il che suggerisce che Mbl è davvero importante nella difesa da questa infezione e che queste varianti genetiche potrebbero spiegare almeno in parte le differenze di suscettibilità all’infezione che si osservano nella popolazione”.

“Ciò che sappiamo di Sars 1 serve per Sars 2”

“Noi – evidenzia la scienziata dell’Humanitas – intendiamo sviluppare questa molecola come fosse un farmaco. Inizieremo con i modelli preclinici e con calma si troverà il modo di svilupparla anche per studi clinici. Io immagino che una persona a cui viene diagnosticato un tampone positivo a Sars-CoV-2, e magari è a rischio per delle fragilità sue, potrebbe essere il paziente scelto per un tipo di terapia con Mbl, da somministrare ai primi sintomi, o per via endovenosa o tramite aerosol per via nasale. Possiamo quindi immaginare sia una somministrazione locale per coprire le alte vie respiratorie, oppure una somministrazione sistemica. E l’obiettivo sarebbe rinforzare la risposta del paziente”. 

“Il vantaggio di questa proteina è che potrebbe avere uno spettro d’azione più ampio, essendo meno specifica rispetto ad esempio a un monoclonale”, riflette Vicenzi, indicando un filone di studi che in generale sta suscitando un interesse crescente. Proprio nei giorni scorsi era stata l’Organizzazione mondiale della sanità, parlando dei vaccini, a sollecitare gli scienziati a impegnarsi per armi ‘pan coronavirus’. Obiettivo: essere preparati anche per emergenze future.

E Vicenzi, che è partita diversi anni fa studiando l’Hiv e nel 2003 ha isolato “il virus della Sars 1 da un paziente italiano che era stato in Vietnam ed è tornato infettato”, riconosce l’importanza di non farsi cogliere di sorpresa. “Studiammo il virus della Sars per 4 anni – rammenta – Poi purtroppo la storia di queste malattie virali emergenti è che, quando passano, ci si dimentica di loro. E non sfruttiamo i periodi ‘di pace’ per mettere a frutto le lezioni”.

Le cose imparate con Sars 1 sono servite poi anche per Sars 2. E’ dunque importante – conclude la scienziata del San Raffaele – che si continui a lavorare sui virus. Non sappiamo, e nessuno può dirlo, quale sarà il prossimo patogeno” a diventare una minaccia. “C’è sempre un’imprevedibilità di base, ma è cruciale avere gli strumenti per poter orientarsi velocemente e affrontare la nuova sfida in maniera rapida. E questo è possibile solo se abbiamo l’esperienza e gli strumenti necessari”.

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