Rotolando a Sud, capitolo 7 - Homo panormitanus - QdS

Rotolando a Sud, capitolo 7 – Homo panormitanus

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Rotolando a Sud, capitolo 7 – Homo panormitanus

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domenica 12 Settembre 2021 - 09:03

Non si ricordava più nulla dalle due di quella notte. Quando fece la cazzata, per sfida di tirar giù una intera Moscoskaia a garganella, come fosse una San Pellegrino

Dip stava in quello stato, il solito, con un gran mal di testa. Si ricordò quella frase del Blasco.

“Siamo solo noi quelli che vanno a letto la mattina presto con il mal di testa”

Si guardò allo specchio. No! non sono io! dimmi che non sono io. Sembrava che un Tir dotato di tacchi a spillo si fosse divertito a passeggiare sulla sua faccia. Gli occhi erano più a fessura del solito ma stavano indagando il conto dei danni. La casa era un girone dell’inferno. C’era pure una scarpa da donna sotto un divano, insieme ad una calza a rete di dubbie appartenenze.

Non si ricordava più nulla dalle due di quella notte. Quando fece la cazzata, per sfida di tirar giù una intera Moscoskaia a garganella, come fosse una San Pellegrino.

Sperava solo una cosa che, nonostante la perdita di coscienza, avesse mantenuto fede al suo proposito. Niente inutili sciocchezze con fanciulle approssimative. Lo aveva fatto dopo una missiva pervenutagli dal profondo Nord, la terra di alcuni suoi avi, la Savoia. Si immaginava suo nonno in divisa da ufficiale di cavalleria che spronava i suoi militi in Abissinia al grido “Avanti Savoia!!!ingrati terroni!!”.

Vi erano promesse di inquietudini ed irrequietezze latenti tra le righe, poche e circospette. Lei, perché ovviamente era una Lei, allietava le sue vacanze fra nevi, baite ed un non pervenuto fermento alcolico, circondata da allegri figuri. Non aveva ben capito nella lettera quei riferimenti alle mele. A meno che non parlasse di strudel. Il suo mal di testa batteva come un metalmeccanico iscritto con tessera n. 1 Fiom Piemonte, sezione Mirafiori. Quella donna lo intrigava.

L’aveva conosciuta tramite una corrispondenza epistolare. Ma non l’aveva mai vista non sapeva neppure che voce avesse. Era un editor di una scombinata casa editrice milanese dove lui aveva inviato le bozze del suo libro di ricette filosofiche. Mancava il titolo ancora. Era indeciso tra la Pentola filosofale e il Pasticcio Metaforico. Queste erano le proposte di Lei. Ma Dip voleva qualcosa di piu’ speziato come la sua cucina isolana. Tipo il ” il senso del Cumino” o la “La Critica della bottarga”. Intanto la casa era un ammasso appiccicoso di vino, alcool, fermenti lattici vivi prodotti da resti di cibarie spiaccicate al suolo, festoni e cocci di vetro. Sembrava esser passata un’orda di Vikinghi inneggianti il Whalalla. Il suo amabile gruppo organizzatore di quell’ordalia si era espresso con fermezza nei giorni precedenti.

“Mi raccomando facciamo una cena elegante, pochi e selezionati ospiti assortiti e scelti per garbo ed educazione”

Fu la didascalica affermazione della sacerdotessa dal karma inviolato, Consuelo de la Cala. Come dai ‘pochi e selezionati’ si fosse arrivati a quel groviglio di intemerate vestizioni, con punte di sirene argentate e pantere maculate (una tale: Carmela sono piacere..) non si seppe. Ma sicuramente non erano pochi. E la selezione era sicuramente fatta da un Giamaicano fumato ed in calore.

Dip ad un certo punto sentì russare un cammello asmatico e girando casa su un somier trovo una familiare creatura. L’Ing. Piccione!

Si era addormentato stringendo appassionatamente un coprispalla appartenente ad una ragazza di virtù campagnola con abitino rosso.

Russava il depravato, farneticando frasi sconnesse.

“Ti sposo!! Giuro che, se me la dai, ti sposo. Voglio un figlio. Ti prego ho ormai un solo colpo in canna, ed a te ti centro”.

Come poteva questo elemento debosciato essere il miglior amico di Dip era un mistero. Che il nostro condivideva con un’Idraulica Biondina che faceva da badante al progettista di campanili in disarmo, che russava nella sua indecenza. Dip si fece un caffè e pensò.

“Questa volta niente più errori”, voi penserete alla pasta cozze, fagioli e tenerumi che aveva sbancato quella sera. Vi sbagliate lui pensava a Lei. La Picciotta del Nord.

Doveva incontrarla!

La giornata del supposto evento Dip si svegliò all’alba da un sonno premonitore. Andò in terrazza a mirare un aurora carica di segni e presagi.

“O piove o peggio” pensò.

“Sai che c’è?” disse Dip allo sbadigliante Beccadelli giunto in cucina.

“Al di là degli eventi sentimentali e di quelle perdizioni di amorosi sensi sento un buco allo stomaco. E non sono farfalle d’amore. Mi sa che è fame”

“Perché in fondo anche se lo neghi sei palermitano fino alle midolla” gli disse Beccadelli.

Il palermitano è nato per mangiare! “

“Ancora con questi archetipi da rivista” gli disse Dip.

“Gionni di che arche di scienza vai cianciando. Fidati di me che sono panormita da secoli.

L’homo panormitanus si “suse” la mattina con un pensiero fisso. I oggi chi ‘mmanciu?

Lui è nato per mangiare. La sua fame è ancestrale, storica, atavica.

All’inizio fa finta cull’autri familiari ( chipperò u canusciunu bonu) che unn’ave pititto e si pigghia a casa un caffè senza mancu un biscutteddu.

Poi scende arriva in ufficio in centro (impiegato tipo vecchio banco di Sicilia) raduna un variopinto branco famelico di colleghi e procede come per la processione dell’Assunta verso il bar d ‘ordinanza.

Li non s’ accontenta di un croissant mignon. Chissù ste cose buche quando c’è lei!

Lei è sensuale, piena di sex appeal, lo occhieggia e Lui, il nostro Homo, decide con maschitudine virtù. Sarà sua. Il suo nome è Iris, è fritta e ricottosa.

Megghiu del sesso!!

Poi dopo un paio d’ore di incerto e claudicante ‘travagghiu’ un moto interiore lo smuove. I ora chi fazzu? Chi mi pozzu manciari?

La l’homo panormitanus si arrovella in due possibili soluzioni:

A) vado a spasso con collega nuova superpalestrata, senza mancu un poco di larduzzu di colonnata alle maniglie dell’amore. In quel caso ci si dirige verso i cuochini di via Ruggero Settimo, dove con la scusa che sono mignon trangugia un timballetto, un pasticcino di pasta brisè, due crocchette di latte e tre krafen fritte.

B) Esco dall’ufficio co me compare?

A’ secunna và.

Masculu pure lui, ci si dirige verso via Volturno dove all’ingresso di porta Carini trova un carretto du sfincioneddu.

Che siccome è sicco e ‘inchiummuso deve essere digerito con un chinotto del bar di fronte.

Già che c’è il nostro pensa alla cena domestica, ed al capo accatta a tunnina da fare ca’ cipudda, che nel frattempo, essendo le undici, già scalò.

Poi si fa dare nu’ vroccolo per la pasta arriminata, che sennò il tonnocacipudda pare meschino, senza un primo leggero.

Il nostro homo torna in ufficio per affrontare la tremenda fatica di Ercole la “pratica rimandata”.

Distrutto, dopo quasi un ora di duro lavoro, un imperativo categorico kantiano proveniente dal colon gli ordina: – chiffà cuinnuto a finisci sta camurria chi è ora di pranzo?

L’Homo si suse nella sua maschiezza e ammantellato dalla giacca sulle spalle si avvia al desco meritato.

Il luogo della cerimonia è sacrale. Bettola con tovaglia di carta a quadretti rossi in via bara all’olivella.

Li si pone il dilemma.

Pasta c’anciova e muddica atturrata o glassa di patate?

Nel frattempo di sciogliere l’atroce rebus si ammucca due pannelle e tre cazzilli, musso, na’ mezza parmigiana.

Poi felice, improvvisamente, di aver trovato la soluzione esclama ” oggi pasta chi sarde!!!

Il nostro Homo panormitanus è per un etereo istante (nonostante ‘na chilata di sovrappiù) soddisfatto.

Avanza satollo cu so’ compare per Piazza Massimo, bordando gli alberi per difendersi dalla calura. Lo scirocco (altro che lo Zahir) phona il suo capello megghiu di Giacomino il suo barbiere di fiducia di via Magliocco. Infilandosi all’ombra di una traversina dal basolato incerto, il nostro arriva di fronte al tempio postprandiale “il Bar Mazzara” (sigh!).

– Carmelo- lo apostrofa il collega – ma chiffà ta dividi ‘na sficitedda insieme con il caffè? .

– E chissugnu malato? Minnimancio una sana!.

Dopo il frugale pasto, essendosi fate quasi le tre, il nostro Homo si persuade a salire in ufficio per il gravoso compito del meeting (ma iddu pensa ma si dice meet o meat. Picchiddocu tutto cambia) con il capoufficio.

Alle cinque de la tarda il nostro eroe caracollando dalle scale saluta i colleghi con l’affetto malinconico di uno che parta pill’America e si invola per la circonvallazione per andare a trovare suo compare di anello Totino esercente frantoio a ‘Razzia ( Villagrazia amena località dei dintorni).

Ma li, sotto il cavalcavia della Palermo-Sciacca, a tradimento un odore, che dico, un profumo irresistibile, gli promette le Urì del Profeta. L’Homo lo riconosce, sunnu idde, delizie inenarrabili, moresche e bucoliche, STIGGHIOLA!!

La sosta è obbligatoria.

Caricato l’olio di Totino inta i damigiane il nostro personaggio si incammina, dopo la faticosa giornata pivvuscarisi u’ pane, verso la casa avita.

Pane! A proposito, Palermo è l’unico posto in Italia quindi mondo, dove si panifica tre/quattro volte al giorno. Perché il Palermitano il pane non lo vuole morbido, ai essere caldo, fragrante, appena sfornato.

Il nostro erudito abita a piazza Nascè e quindi il suo panificio d’affezione è in piazza del Borgo. U’ Buiirgu.

‘Nisciuto da don Peppino dopo aver accattato tri sfilatini di rimacinato, una ciabatta chi aliva e un pacco di reginelle, Iddu incoccia gli amici del quartiere che si fanno uno sgombro arrostito a mmo’ di leggero aperitivo. Pommai rifiutare? Pare male. Lo sgombro vuole essere innaffiato da una bottigghia di Forst. È d’uopo. Finalmente barcollando, forse le Forst sono state più di una, entra a casa, ietta la giacchitedda di Barbisio, accattata chi saldi, sulla dormeuse (a dormeuse ci vuole in una casa di onesti lavoratori) e baciando a mugghieri Enzuccia, esclama – a chi ora manciamu ca sugnu dijuno?”

“Vabbè Vincent – disse Dip – dopo questo saggio sproloquiante sulla palermitanità da luoghi comuni oggi cosa vuoi fare?”

“Due spaghetti due? “ disse timidamente il Beccadelli.

È niente. Non erano luoghi comuni.

Spaghetti al vino

(per 4 persone)

400 gr. di spaghetti

mezzo litro di vino rosso secco

mezzo peperoncino

2 spicchi di aglio

grana grattugiato

olio extra vergine di oliva

sale

1 dado

Mettere sul fuoco una casseruola con mezzo bicchiere di olio ,

l’aglio e il peperoncino.

Appena l’aglio prende colore, toglierlo ed unire un bicchiere di vino .

Aspettare che bolle, quindi aggiungere un altro bicchiere e così via fino ad esaurimento del vino.

Unire il dado sbriciolato , coprire e cuocere per 5 minuti.

Lessare gli spaghetti in abbondante acqua salata e lasciarli molto al dente.

Scolare gli spaghetti , rovesciarli nella padella con il sugo di vino e finire la cottura.🍝🍷

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