Dai cognomi alla toponomastica: quel che resta della Catania ebraica

Dai cognomi alla toponomastica: quel che resta della Catania ebraica

Melania Tanteri

Dai cognomi alla toponomastica: quel che resta della Catania ebraica

giovedì 27 Gennaio 2022 - 15:12

In occasione della Giornata della memoria, Giusy Belfiore, ci svela i segreti della comunità cacciata due volte.

Una comunità consistente, apprezzata e che ha lasciato segni evidenti nella città di Catania non solo nei cognomi. Caviezel, Caflisch per dirne alcuni, ma anche il comunissimo Marano. Giusy Belfiore, guida turistica etnea ed esperta della storia della città ci racconta l’importanza della comunità ebraica di Catania nel Medioevo, con Federico II e oltre. Fino alla cacciata dalla Spagna nel 1492 prima e alla deportazione durante la seconda Guerra mondiale. Una vera e propria nuova diaspora che allontana i giudei dalla città etnea. Con il tempo, la comunità si riduce a poche decine di persone quando le leggi razziali in vigore in Italia impongono ai gerarchi fascisti di allontanare gli ebrei. Tutti ricevono il foglio di via e vengono deportati: non in Polonia, ma nei campi di confinamento italiani. Dai quali in moltissimi saranno spediti nei campi di concentramento.

Non solo i cognomi ancora molto diffusi raccontano della Catania ebraica: anche la toponomastica ricorda la presenza degli ebrei. I mestieri ai quali si dedicavano e il ruolo che avevano in città. In occasione della Giornata della memoria, che si celebra il 27 gennaio, abbiamo voluto raccontare le testimonianze della comunità ebraica a Catania, cercando di dare il nostro contributo al recupero della memoria collettiva di un Paese e del mondo intero.

“Sino al 1492 a Catania risiedeva una grande comunità – spiega Belfiore. Marano il cognome prende origine da qui: marrano, infatti, era l’appellativo con il quale venivano chiamati i convertiti. In città erano due le giudecche: quella di suso, ovvero di sopra, e quella di iuso, ovvero di sotto. Ed erano divise in 5 quartieri: l’area della pescheria, la bucceria, dedicata alla macellazione, il malcochinato, dove si cucinavano le frattaglie, la tinturia dove si tingevano le stoffe, e la cunziria, dove si lavoravano le pelli. Gli ultimi due rioni sono legati all’Amenano, che si chiamava Iudicello – nei documenti è indicato così perché passava nell’area di via Garibaldi, in alto, dove adesso c’è la via Pozzo mulino, e arrivava fino a via Marano”.

La cacciata dalla Spagna, e quindi anche dalla Sicilia, provoca la prima grande crisi economica dell’isola. “Esiste un detto che riassume quel che successe – continua Belfiore: sinni ienu li ebrei e ristamu senza mutanni. A quel punto gli ebrei partono, verso Turchia, Rodi, il Mediterraneo. I Borbone cercano di richiamarli, ma sarà nell’Ottocento che torneranno: vengono da Svizzera, Danimarca, Romania Arrivano intellettuali, medici, astronomi – come Bemporad o Maurizio Ascoli – da cui l’Ascoli Tomaselli. Ma le leggi razziali fanno scomparire anche gli ultimi esponenti della comunità – sottolinea Belfiore e con loro si perde quella vitalità, culturale ed imprenditoriale, che ha fatto guadagnare a Catania il nome di Milano del Sud”.

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