Viviamo un tempo in cui il normale, il quotidiano, il ritmo della vita e dei suoi legittimi progetti, viene scompensato da eventi eccezionali che si susseguono.
“Prima u coviddi ora pure la guerra. Un c’è chiù munno. Ma che ci dico a me socera che oggi non ho buscato nenti? Chidda a guerra la fa a mia.” Discorso captato tra due ambulanti stamattina.
Come programmare un’esistenza normale quando tutto diventa emergenziale. Lo stato d’emergenza pandemico pare che finisca a Marzo, dichiarano i politici in televisione e sui social. Ma già è partita l’emergenza bollette e materie prime. E con le sanzioni e la conseguente brusca frenata del PIL le fabbriche rallentano gli ordinativi. La spinta occupazionale della terra promessa PNRR stenta a percepirsi nei sogni di ragazze e ragazzi che vogliono un lavoro, e magari un progetto di vita. Chi una casa, chi un figlio. La maggior parte ripiega su una Smart TV, almeno ci tengono buoni con Netflix.
È finito il tempo delle generazioni che ci hanno preceduto. Quello del paradigma, studia, lavora e fatti una famiglia. La vita, familiare, lavorativa, è sempre più precaria. Più ballerine le relazioni affettive, più corte quelle professionali. O viceversa. Tutto è provvisorio ed occasionale, non solo il sesso, ma anche il contratto della luce o del gas. La gente capisce che c’è una guerra, non per politica o confini storici, ma per le materie prime, per il loro controllo. Leggi Ucraina ma capisci Nordstream, il gasdotto.
I ragazzi capiranno che se la mamma deve spendere di più per la bolletta elettrica dovrà tagliare su quella dei loro cellulari. E le loro vite relazionali, già provate dal distanziamento, rischieranno nuovi impedimenti.
E così passiamo da un’emergenza all’altra, da quella dei flussi demografici a quella climatica. Tutto si tiene e nulla conviene. È una vita limitante quella di questo millennio. Il ritmo è incalzante e si rischia di perdere il senso di un’esistenza. Non si vive la vita, ma la vita, come una maionese impazzita, vive te.
Ci vuole un nemico da additare. Oggi è facile. C’è quel brutto ceffo di Putin che sembra tagliato per quella parte. Il nemico pubblico n.1.
Domani è un’altra emergenza, direbbe Rossella O’Hara se fosse vissuta al nostro tempo.
Così è se vi pare.