Elezioni, Emilia Romagna, Bonaccini citofona a Salvini - QdS

Elezioni, Emilia Romagna, Bonaccini citofona a Salvini

Pietro Crisafulli

Elezioni, Emilia Romagna, Bonaccini citofona a Salvini

lunedì 27 Gennaio 2020 - 07:28
Elezioni, Emilia Romagna, Bonaccini citofona a Salvini

E dalla Calabria Forza Italia gli manda un sms. Sconfitta su tutta la linea della Lega Nord e i modi del suo leader. E a metà febbraio il Senato vota sull'autorizzazione a procedere per la vicenda Gregoretti. Tramonta una stella?

A guardare queste ultime elezioni con la lente non della politica, ma della Comunicazione, la vicenda è lampante. D’altra parte le polarizzazioni funzionano così: alla fine o si vince o si perde.

E Matteo Salvini, in queste elezioni regionali nelle quali è stato l’assoluto protagonista e alle quali aveva voluto dare con tutte le sue forze una valenza nazionale, è risultato sconfitto su tutta la linea.

Questo sia perché in Emilia la Borgonzoni è rimasta una candidata fantasma, sia perché in Calabria ha vinto non la Lega Nord, ma il redivivo Silvio Berlusconi (la neopresidente Jole Santelli è una sua fedelissima), spostando nuovamente verso di lui l’asse di un centrodestra che, tra salviniani, meloniani e forzanovisti, a troppi italiani cominciava a evocare i fantasmi di un terribile passato.

Potremmo dire insomma, sintetizzando, che in queste elezioni, in Emilia Bonaccini ha citofonato a Salvini, il quale dalla Calabria ha ricevuto un sms. Da quel Silvio Berlusconi che a lui e alla Meloni, all’indomani delle elezioni politiche del 2018, aveva spiegato, contando sulle dita di una mano, cosa avrebbero dovuto fare. E che non fecero.

Dalle urne emiliane e calabresi è venuta fuori una sconfitta su tutta la linea della Lega Nord e dei modi del suo leader: arroganza, spocchia, un pizzico di razzismo, radicalizzazione delle questioni, derisione dell’avversario, tendenza a non rispondere alle domande scomode (e quante ne hanno sollevate programmi come Report, per esempio sui finanziamenti al Carroccio e sui suoi impresentabili alleati, dagli oligarchi russi ai neofascisti), oltre a un’inguaribile tendenza a sfruttare qualunque cosa, dall’abbigliamento ai citofoni, per far spettacolo.

In campagna elettorale perenne, grazie alla “Bestia”, la sua costosissima macchina della propaganda, fin da quando era vicepremier e ministro dell’Interno, gli italiani Salvini se lo ritrovavano dappertutto, bombardati da sondaggi continui da cui sembrava che la Lega Nord fosse diventata il primo partito al mondo.

Le sue felpe, corredate ora dal sorriso volpino, ora dal fiero cipiglio, comparivano non solo in tv, sui giornali, sul web, ma emergevano dal bicchiere del vino, dal panettone appena tagliato, si formavano come ologrammi persino in bagno o in camera da letto.

Direte, giustamente, che era accaduto anche con Berlusconi e con Renzi – il primo ha dimostrato di aver capito la lezione, in secondo meno -, due stelle del firmamento politico italiano che più brillavano, più si esaurivano.

E in effetti la sovraesposizione mediatica funziona così: risplendi, risplendi e poi tutto, d’improvviso, precipita.

Renzi, nelle europee del 2014, era arrivato al 41%. E poi…

Insomma, il tramonto della stella Salvini sembra essere cominciato. Proprio nei giorni in cui, con eccezionale tempismo, nel governo regionale siciliano ha fatto il suo ingresso la Lega Nord.

Ma la doppia sconfitta Salviniana potrebbe avere un epilogo ancor più duro: a metà febbraio il Senato sarà infatti chiamato a votare sull’autorizzazione a procedere per la vicenda Gregoretti e, contrariamente a quanto avvenuto per il caso Diciotti, stavolta, per le mutate condizioni politiche, l’aula potrebbe accogliere la richiesta di autorizzazione a procedere.

Questa, si ricorderà, venne formulata dal Tribunale dei Ministri di Catania, che ha accusato il capo della Lega Nord di sequestro di persona per aver tenuto per una settimana a bordo del pattugliatore della Guardia Costiera Gregoretti, circa centocinquanta persone tra migranti ed equipaggio.

Proprio questa vicenda, peraltro, rappresentò uno degli ultimi nodi mediatici delle elezioni appena concluse: si giunse al paradosso che, per finire sulle prime pagine dei giornali, Salvini chiese ai senatori leghisti della Giunta per le autorizzazioni a procedere – gli ultimi rimasti in aula dopo che la maggioranza non si era presentata per protesta nei confronti del presidente Gasparri e della presidente del Senato Casellati – di votare per mandarlo a processo.

Ciò gli avrebbe consentito di presentarsi come un martire: l’eroe che da solo combatteva contro l’invasione del sacro suolo da parte dei migranti.

Un’altra vicenda che adesso rischia di diventare, per Matteo Salvini, un boomerang.

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