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Più pensioni che stipendi, Renzi-Craxi la storia si ripete

Carlo Alberto Tregua

Più pensioni che stipendi, Renzi-Craxi la storia si ripete

venerdì 17 Luglio 2020 - 00:00

Ricordate Ghino di Tacco, il soprannome dato a Bettino Craxi, segretario del Partito socialista italiano? Era lo stesso nome di un bandito appostato sulle montagne, il quale ad ogni viandante chiedeva una sorta di pedaggio perché potesse passare.
Craxi, col suo 13 per cento di consenso popolare, si mise al centro del crocicchio politico e determinava le maggioranze con il suo piccolo-medio partito, essenziale per formarle.
Non solo, ma riuscì anche a diventare presidente del Consiglio per un lungo periodo, facendo due importanti atti politici. Il primo, la riforma dei Patti Lateranensi, esistenti sin dal 1929 fra lo Stato del Vaticano e lo Stato italiano. Il secondo, l’approvazione della legge che abolì la scala mobile, che prevedeva l’aumento automatico dei salari.
Era un uomo molto intelligente e volitivo, il quale ordinò alle sue truppe che qualunque erogazione di qualunque pubblica amministrazione fosse dotata di opportune tangenti.
Il ministro delle Finanze di quel Governo, Rino Formica, esclamò: “Il convento è povero, ma i frati sono ricchi”.

Matteo Renzi, attuale senatore di Rignano sull’Arno, in Toscana, ha un temperamento molto vicino a quello craxiano. Sin da giovanissimo ha fatto solo politica, dimostrando abilità da stratega e comunicativa.
Ha ricoperto l’incarico di presidente della provincia di Firenze, di sindaco del Capoluogo toscano, di segretario del Partito democratico e – con un balzo, dopo lo stai sereno esclamato nei confronti dell’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta – infine è approdato a Palazzo Chigi.
Come presidente del Consiglio ha fatto delle buone cose ed è riuscito a portare il suo partito al record di consensi del 40,8 per cento nelle elezioni europee del 2014.
Simpatico, dalla battuta pronta, Renzi è stato un grande manovratore e anche un bravo progettista, perché ha fatto erigere la riforma costituzionale che aveva tre pilastri importanti: la riduzione del numero dei parlamentari, l’elezione di secondo grado del Senato (trasformata in Camera delle regioni) e la divisione delle competenze fra Stato e Regioni.
Sbagliò a mettere la faccia nel referendum, bocciato dal 60 per cento degli italiani, in modo improvvido.
Persa la segreteria del Pd, ha deciso di formare un suo partito, Italia Viva, nel quale sono confluiti una cinquantina di parlamentari, fra senatori e deputati.
Così, con il suo vascello corsaro, è diventato il nuovo Ghino di Tacco perché può condizionare con una stretta minoranza l’attuale governo, che senza i parlamentari renziani non avrebbe la fiducia e quindi si dovrebbe dimettere.
Ma Renzi, da quel bravo calcolatore che è, tiene sotto pressione l’alleanza tentando di imporre alcuni punti programmatici scarsamente digeribili dagli alleati.
È stato l’ideatore di questo governo perché quando Salvini aprì la crisi, il 9 agosto 2019, quasi tutti si erano rassegnati ad andare alle elezioni anticipate.
Certo, il secondo governo Conte è traballante perché i quattro pilastri su cui si regge la pensano in modo diverso su questioni importantissime. Tuttavia, l’ancoraggio alle poltrone è più forte di ogni altro interesse.

Intanto l’anno prossimo il numero dei pensionati sarà più alto di quello dei lavoratori attivi. Tradotto significa che i contributi versati non saranno più sufficienti a pagare le pensioni. La differenza dovrà essere ripianata dalla fiscalità generale.
La Legge finanziaria 2021 sarà tremenda perché dovrà ritornare all’osservanza dell’articolo 84 della Costituzione, cioé al pareggio del bilancio, e non avrà più le deroghe dell’Unione europea per creare nuovo deficit. Frattanto il debito pubblico, detto sovrano, andrà verso i 2.600 miliardi di euro.
Che c’entra tutto questo con Matteo Renzi? C’entra, eccome! Perché egli è l’ago della bilancia di questa compagine e quindi sia l’M5S che il Pd, per non parlare di Leu, dovranno tenere in debito conto il nuovo Ghino di Tacco.
In ottobre, quando preparerà la Finanziaria 2021, il Governo dovrà fare scelte impopolari. Non sappiamo se ne sarà capace, ma, ripetiamo, dovrà farlo, Renzi o non Renzi.

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