Bioraffineria Gela, la svolta verde raccontata da chi ci lavora - QdS

Bioraffineria Gela, la svolta verde raccontata da chi ci lavora

Gabriele Patti

Bioraffineria Gela, la svolta verde raccontata da chi ci lavora

sabato 22 Giugno 2019 - 00:01
Bioraffineria Gela, la svolta verde raccontata da chi ci lavora

L’impianto prossimo all’inaugurazione produrrà 700 mila tonnellate di biocarburanti l’anno. Il presidente Franchi: “Il vero valore aggiunto? Il rifiuto come risorsa” GUARDA LE INTERVISTE AI DIPENDENTI

GELA (CL) – La produzione di energia pulita e la riduzione dell’impatto ambientale. La raffineria Eni di Gela cambia volto e si trasforma in bio. Una sfida eccitante che punta a rendere l’azienda fondata da Enrico Mattei protagonista di un processo di transizione energetica orientato alla decarbonizzazione. Se professionalità e competenza la facevano già da padrone, la bioraffineria di Gela si appresta a trasformare l’azienda dallo storico marchio del cane a sei zampe un’eccellenza anche sul piano dell’efficienza energetica e dell’impatto ambientale.

Una capacità operativa di 700 mila tonnellate di biomassa l’anno con un output, tra biodiesel, bionafta e biogpl, di oltre 520 mila tonnellate, contribuiranno a migliorare l’economia circolare e la produzione di energia più pulita.

“La Bioraffineria – dichiara il neopresidente della raffineria Eni di Gela, Francesco Franchi – produrrà e trasformerà le biomasse (oli esausti da cucina, olio da alghe e da cellulosa) in biocarburanti, essenzialmente biodiesel”. Oggi gli oli esausti prodotti a livello domestico sono quasi interamente dispersi nei modi meno adeguati e nel più totale disprezzo per l’ambiente. Nel 2018 sono state raccolte circa 75.000 tonnellate di olio alimentare di scarto, quasi esclusivamente prodotte dal settore della ristorazione e dell’industria, che rappresentano solo il 25% delle oltre 280.000 tonnellate di olio all’anno prodotte in Italia.

Tutti rifiuti possono trasformarsi in energia pulita. Ed è proprio questo il traguardo che si pone di raggiungere la Raffineria con la conversione in bio. “Quando saremo in produzione completa – prosegue Franchi – l’obiettivo sarà soddisfare la necessità di biocarburanti su tutto il territorio nazionale”.

A fare la parte del leone sarà il biodiesel. Ma il neo presidente eletto dal cda lo scorso 14 aprile guarda già oltre: “Puntiamo anche all’Europa”. Del resto, una volta avviata, la bioraffineria sarà seconda solo all’impianto di Venezia – la prima al mondo a eseguirela trasformazione, partita nel 2014 -, sul territorio nazionale e il terzo a livello europeo. L’additivazione di diesel e benzina tradizionali con un prodotto bio di altissima qualità consentirà un abbattimento del 60% di emissione di Co2.

“Per fare questo – sostiene il presidente – avremo bisogno del contributo di tutti gli stakeholder interessati: Regione, Comuni, Province e, soprattutto, i cittadini. Speriamo prendano un impegno serio, vero e concreto sulla raccolta differenziata. Il vero valore aggiunto sarà utilizzare il rifiuto come una risorsa”. Ma Francesco Franchi non si limita solo a dispensare dati e ci racconta qualcosa di più della sua esperienza. Trentacinque anni di carriera alle spalle, è entrato in Eni quando era ancora un ragazzino. “Il primo prodotto che ho venduto – dracconta Franchi – è stato l’olio combustibile denso Atz (Alto tenore di zolfo) alle ditte di costruzioni. Negli anni ho continuato a vendere prodotti petroliferi ma, al contempo, ho visto evolvere l’industria” fino ad arrivare ai giorni nostri. “Un ultimo passo – conclude –verso un’economia sostenibile”.

Come detto, l’impianto di Gela non è la prima svolta green di Eni, ma rappresenta l’evoluzione della bioraffineria di Venezia. Attiva da cinque anni (esattamente da maggio 2014), la carica dell’impianto è costiuita per il 20% da oli vegetali usati e di frittura; per il 2,5% da olio di karité; per l’1% da Matrilox, un residuo della chimica verde dalla fabbricazione della plastica biodegradabile. Dal 2014 qui si possono approvvigionare circa 360.000 tonnellate di oli vegetali l’anno, di cui circa il 15% è olio alimentare usato e purificato (il resto è vegetale raffinato e certificato anche per la sostenibilità).

Ora che è prossima la conclusione dei lavori di riconversione degli impianti, abbiamo avuto il piacere di intervistare tre dipendenti della raffineria, ai quali abbiamo chiesto di descriverci sensazioni ed emozioni di un cambio di direzione che dà un taglio netto al passato e segna una svolta storica.


Intervista ai dipendenti di Eni

Claudia Di Marco

Ingegnere chimico, laureata all’Università di Palermo, è entrata a far parte del circuito Eni nel 2003. Dal 2012 è responsabile Hse (Salute, sicurezza e ambiente) della raffineria di Gela.

Claudia, qual è la tua esperienza in Eni e come stai vivendo la trasformazione in Bioraffineria?
“Sono in Eni dal 2003. Ho iniziato come tecnologo di processo negli impianti Polietilene Versalis di Ragusa, poi nel 2005 ho ricoperto lo stesso ruolo nel sito di Gela. Nella raffineria a un assetto di marcia tradizionale, sin dal 2012 ricopro il ruolo di Hse”.

Quali sono le tue principali mansioni?
“Mi occupo di valutare i rischi di sicurezza connessi alle attività operative e, in generale, di quelli che sono i processi presenti in fabbrica. Valutiamo tutti i cambiamenti per definire gli aspetti normativi cui adempiere ma, soprattutto, gli aspetti operativi che possono creare situazioni di rischio per le quali bisogna intervenire con misure di prevenzione e protezione”.

Puoi farci qualche esempio pratico?
“Il progetto prevede il coinvolgimento di circa 1.500 lavoratori dell’indotto e oltre 400 dipendenti aziendali della sola raffineria. La parte più critica è proprio la gestione delle interferenze tra tante persone di imprese diverse che lavorano nello stesso settore. Solo con una corretta pianificazione delle attività riusciamo a coordinare i lavori e prevenire possibili situazioni di rischio. In questa fase la vigilanza è fondamentale”.

Salute, sicurezza e ambiente. Quali standard e quanto e come incide la trasformazione della fabbrica in bioraffineria su questi settori?
“La trasformazione comporta degli effetti positivi soprattutto per quanto riguarda l’ambiente. Nella sicurezza dei processi gli standard sono i medesimi tanto nell’assetto tradizionale quanto nell’assetto futuro di bioraffineria. Ma posso assicurare che da sempre curiamo la sicurezza dei lavoratori. Eni è leader nel settore per il rispetto degli standard di sicurezza”.

Quanto incide la trasformazione sull’impatto ambientale?
“I dati sono assolutamente positivi ed esponenzialmente più bassi rispetto al ciclo tradizionale. Si arriva al 60% in meno di emissioni di Co2 per tutto il ciclo di produzione”.

Francesco Auletta

Ingegnere chimico, laureato a Napoli nel 2003, nello stesso anno entra in Eni nel settore assistenza tecnica. Lavora prima negli impianti di distillazione primaria, poi nel 2009 diventa responsabile della Programmazione e successivamente dell’unità Performance.

Francesco qual è la tua esperienza in Eni e come stai vivendo la trasformazione?
“Nasco tecnologo nel 2003 e mi sento particolarmente immerso nel progetto della Bioraffineria. L’ho vissuta in prima persona anche in fase progettuale”.

Quali sono i tuoi principali compiti all’interno della fabbrica?
“Oltre a fornire assistenza tecnica agli impianti di bioraffineria sono responsabile della programmazione dei flussi di materia in ingresso e in uscita e della loro qualità e sostenibilità. Inoltre mi occupo dello sviluppo del budget della bioraffineria e dei progetti per ridurre l’impatto energetico”.

Tra i progetti presentati, quale ti senti di esporci?
“Il progetto di energy saving che prevede l’aggiunta di una turbina sulla nuova unità di steam reforming che produrrà energia elettrica da immettere in rete. Lo steam produrrà un vapore ad alta pressione, in futuro bassa, utile per produrre l’energia sufficiente da incanalare e distrubuire”.

Come definiresti il tuo ruolo all’interno dell’azienda?
“In una raffineria l’ingegnere chimico è come un primario in una sala operatoria”.

Quali sono i vantaggi per l’azienda e per la città di Gela a seguito della trasformazione?
“La bioraffineria ha dato un futuro all’azienda. La frustrazione per lo stop del ciclo tradizionale avvenuto nel 2014 è stata sostituita dall’entusiasmo del progetto che Eni ha portato avanti con consapevolezza e intelligenza. E questo ha contribuito ad attribuire fiducia a chi è ancora presente permettendogli di essere attore principale della trasformazione. Contestualmente ha regalato un futuro concreto a una realtà che si candida come polo d’eccellenza in Italia. Con questo nuovo impianto saremo il primo polo che riuscirà a saturare l’intera sua produzione da scarti animali e oli esausti”.

Come procedono le bonifiche nel territorio di vostra competenza?
“La raffineria sta seguendo un progetto di dismissione e bonifica nelle aree presenti all’interno del sito produttivo. Dal 2008 ad oggi sono stati spesi 900 milioni. E non sono altro che una porzione di quanto ancora la Syndial – la società ambientale di Eni, nda – avrà a disposizione per il ripristino totale di queste aeree”.

Giuseppe Chiantia

Lavora nella raffineria di Gela dal 1989: assunto a 22 anni come operatore esterno, nel 1992 diventa capoturno degli impianti Gasoli e Desolforazione.

Giuseppe, quali sono le tue principali mansioni?
“Sono responsabile del team operativo (Rto). Mi occupo dell’impianto, della produzione, sono responsabile dei lavori e dell’organizzazione delle persone del team operativo. Durante il turno dobbiamo assicurare che quello che esce dall’impianto sia a norma e controllare tutto il ciclo di produzione”.

Quanto incide la trasformazione nell’organizzazione dei tuoi compiti?
“In realtà il mio lavoro non cambia granché. L’impianto nel suo standard è rimasto uguale. Ciò che cambia è il prodotto: si passa dal produrre olio minerale alla produzione di olio vegetale”.

Il tuo team operativo di quante persone si compone?
“Nel mio reparto, tra responsabili, consollisti e operatori esterni, siamo sette persone. Poi c’è un sistema dietro che coinvolge altri”.

Quando hai inziato a lavorare in Eni?
“Lavoro in Eni da quando avevo 22 anni. Sono entrato nel 1989 e sono diventato capoturno nel ‘92. Sono entrato nel periodo del ricambio generazionale della fabbrica. Si affacciava il nuovo e ho avuto modo di imparare dai maestri. Ho conosciuto persone che avevano avviato gli impianti degli anni 60”.

C’è una storia o un episodio che ti ha colpito particolarmente?
“Sì. Un ex capoturno mi ha raccontato di quando hanno finito di avviare uno dei primi forni, in mezzo a una folla di americani e gelesi, hanno esclamato ‘Viva l’Italia’. Questa storia mi ha colpito particolarmente.

Paragoneresti questo evento all’avviamento della bioraffineria?
“Io sono stato uno di quelli che nel 2014 ha spento i motori. Oggi, rivedere la fabbrica in marcia, riaccendere i compressori e i motori delle pompe mi fa emozionare”.

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