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Climate change, “cresce” il Mediterraneo e rischia di sommergere le città costiere

redazione

Climate change, “cresce” il Mediterraneo e rischia di sommergere le città costiere

venerdì 23 Agosto 2019 - 03:00
Climate change, “cresce” il Mediterraneo e rischia di sommergere le città costiere

I ricercatori Ingv hanno calcolato che il mare nostrum potrebbe aumentare di 20 cm entro il 2050. A Venezia il livello potrebbe salire fino a 82 cm: “Istituzioni tengano conto di queste proiezioni”

ROMA – Il livello del Mare Mediterraneo aumenta e aumenterà ancora a causa dei cambiamenti climatici, di quanto? I ricercatori dell’Ingv hanno dipinto due scenari possibili, calcolando che entro il 2050 potrebbe aumentare fino a 20 centimetri e fino a 57 entro il 2100; in zone particolari come la laguna di Venezia il livello del mare potrebbe salire fino a 82 centimetri.
Con uno studio che ha messo in correlazione le proiezioni climatiche per i prossimi anni con quelli dei movimenti della superficie terrestre lungo alcune coste del Mediterraneo negli ultimi 20 anni, i ricercatori hanno evidenziato infatti “un aumento certo del livello del mare”.

Il tema delle variazioni climatiche sta, sempre di più, concentrando l’attenzione dei ricercatori in tutti i settori delle geoscienze. Con lo studio Natural variability and vertical land motion contributions in the Mediterranean sea-level records over the last wwo centuries and projections for 2100, pubblicato sulla rivista Water della Mdpi (Molecular diversity preservation international e multidisciplinary digital publishing institute), ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), della Radboud University (Olanda) e della Sorbonne Université (Francia) hanno osservato come potrebbe aumentare il livello del mare nel 2050 e nel 2100 in corrispondenza di nove stazioni mareografiche poste nel Mediterraneo centro-settentrionale, che ne misurano il livello a partire dal 1888.

Il calcolo ha incluso gli effetti della subsidenza (movimento verticale del suolo verso il basso per cause naturali o antropiche) individuata da misure geodetiche gps acquisite negli ultimi 20 anni circa e la fluttuazione naturale del livello marino, causato dalla variabilità climatica, che agisce con periodi decennali.

Lo studio ha previsto due scenari possibili del livello del mare nel 2050 e 2100, calcolati sulla base delle proiezioni climatiche fornite dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc, organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza relativa ai cambiamenti climatici), perfezionate con i dati della subsidenza, che varia da luogo a luogo, e della fluttuazione naturale del livello marino.

“I risultati mostrano che nel primo scenario climatico (RCP8.5), si potrà verificare entro il 2050 un aumento massimo del livello medio del mare di circa 20 cm mentre nel 2100 si potranno raggiungere i 57 cm circa. Nel secondo scenario (RCP2.6), meno critico del precedente, nel 2050 si potrà avere un aumento di 17 cm e nel 2100 di 34 cm”, ha spiegato Marco Anzidei, ricercatore dell’Ingv, coautore dello studio e coordinatore del progetto europeo Savemedcoasts (savemedcoasts.eu) che ha finanziato la ricerca.

Antonio Vecchio – autore dello studio e ricercatore della Radboud University – precisa, inoltre, che “a livello locale le fluttuazioni del livello marino possono contribuire fino al 9% della variazione totale attesa, mentre subsidenza e variabilità nel loro insieme sono responsabili di circa il 15% della variazione del livello del mare”. Ad esempio, “nella laguna di Venezia, dove la subsidenza accelera l’effetto dell’aumento del livello marino, si stima che nel 2100 il livello medio del mare sarà più alto rispetto ad oggi tra i 60 e gli 82 cm”.

Le analisi mostrano che gli effetti locali hanno un ruolo rilevante nel calcolo delle proiezioni di aumento di livello marino per diverse zone. “In particolare” – conclude Marco Anzidei – “lungo le coste basse e subsidenti gli aumenti attesi sono in grado di causare una ingressione marina più rapida, cioè il mare tende a sommergere tratti più o meno ampi di costa in maniera più veloce rispetto alle zone non subsidenti. Ciò rappresenta un fattore di rischio per l’ambiente, per le infrastrutture e per le attività umane, come l’erosione e l’aumento dei rischi legati ad inondazioni, mareggiate e maremoti, con le conseguenti perdite economiche”. E – avverte il ricercatore – “le istituzioni devono tenere conto di queste proiezioni perché sono fondamentali per affrontare in modo più consapevole la gestione delle nostre coste”.

E aumenterà anche l’altezza delle onde
ROMA – Venti più forti che creano onde marine più più alte e potenti tanto da mettere a rischio coste e infrastrutture. è uno degli effetti del riscaldamento globale e, se si continuerà ai ritmi attuali, gli effetti si faranno sentire soprattutto sulla costa meridionale dell’Australia e quella occidentale del Sud America. è quanto prevede una ricerca della Griffith University in Australia, pubblicata su Nature Climate Change.

Usando circa 150 modelli di simulazione relativi ai dati degli ultimi 20 anni, i ricercatori hanno concluso che circa metà delle linee costiere del mondo è “a rischio a causa dell’impatto del cambiamento climatico sulle onde”. Un fenomeno che “può esacerbare, in alcune aree, l’effetto sul futuro sollevamento dei livelli del mare”. Secondo Joao Morim, della Scuola di ingegneria dell’ateneo e ricercatore presso il Consiglio nazionale delle ricerche australiano (Csiro), su estesi tratti di costa oceanica si può prevedere che l’altezza media annua delle onde, cioè la differenza fra le loro creste e avvallamenti, aumenterà fra il 5% e il 15% rispetto al periodo 1979-2004, con l’effetto di una maggiore potenza nell’infrangersi a riva.

Anche la direzione delle onde si amplierebbe in simile misura, colpendo alcune aree finora tipicamente riparate da promontori e da altre formazioni costiere. è possibile tuttavia frenare il fenomeno, sottolinea Morim: le proiezioni basate su emissioni sufficientemente limitate da contenere il riscaldamento entro l’obiettivo della conferenza di Parigi sul clima (2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali) indicano infatti che i cambiamenti delle onde “non si allontanerebbero dalla variabilità naturale”.

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