Crisi, oggi alla Camera il "mezzogiorno di fuoco" - QdS

Crisi, oggi alla Camera il “mezzogiorno di fuoco”

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Crisi, oggi alla Camera il “mezzogiorno di fuoco”

lunedì 18 Gennaio 2021 - 09:31
Crisi, oggi alla Camera il “mezzogiorno di fuoco”

Alle dodici il premier Conte si presenterà a Montecitorio per comunicazioni "sulla situazione politica" per la sfida con Renzi. Ma a quanto pare non farà cenno a Italia Viva. E forse è un segnale di riapertura



Mezzogiorno di fuoco: alle dodici la sfida in Aula tra il premier Conte e il leader di Italia Viva Matteo Renzi.

La crisi di governo entra nel vivo.

O forse no.

Il premier Giuseppe Conte si presenterà oggi alla Camera (e domani mattina al Senato) per la comunicazione “sulla situazione politica in atto”, ha confermato Palazzo Chigi.

In gioco c’è sì la sopravvivenza del Governo ma anche il futuro politico dello stesso Conte.

A quanto pare il premier non dovrebbe fare nessun accenno a Matteo Renzi nel suo discorso, nessuna nota polemica.

E forse, questo, è un segnale di riapertura.

In molti attendono dunque il discorso per coglierne tra le righe eventuali passi polemici.

Ma a quanto pare parleranno del bene del Paese, del dramma dell’emergenza sanitaria e della grande prova data dagli italiani in questo anno alle prese con una pandemia che non indietreggia ma avanza a grandi falcate.

Quindi la crisi economica e la responsabilità di dare risposte immediate in continuità con il piano vaccini – che vede per una volta l’Italia prima della classe e non fanalino di coda – e sul fronte ristori e sostegno alle categorie più colpite, che attendono altri segnali dal mondo della politica. Un inquadramento, in sostanza, dal quale emerge l’irresponsabilità di una crisi al buio in questo preciso momento storico, con tutte le sfide, anche internazionali, che attendono l’Italia nei prossimi mesi.

Un discorso emozionale, che sappia colpire chi in queste ore tentenna, mentre il pallottoliere vede i numeri fermi tra 155 e 158 al Senato. Potrebbero salire, ma potrebbero anche scendere, perché “è difficile avere la fredda certezza numerica quando hai a che fare con la volubilità umana”, confida chi gli è più vicino.

Un discorso “alto, che parlerà al Paese e al Parlamento”. Imperniato sulla trasparenza, sul perimetro dell’interesse dei cittadini. Su quel concetto di nuovo Umanesimo più volte toccato da Conte in questo anno e mezzo di governo.

Il premier si soffermerà sull’importanza dell’Europa, un’Europa a cui la pandemia ha impresso un nuovo passo, e del ruolo che sta ricoprendo in questa fase, sia nel presente che in prospettiva. Uno dei temi, viene fatto notare, che potrebbe essere un potenziale trait d’union per diversi parlamentari. E poi, guardando al futuro, il Recovery plan come occasione storica, un’occasione da non perdere per i giovani, per le ‘next generation’ che proprio venerdì scorso hanno proiettato il loro messaggio di speranza sulla facciata di Palazzo Chigi, oggetto della campagna ‘Uno non basta’. Dunque lo sviluppo sostenibile e la transizione verde, la digitalizzazione, la ricerca, la scuola e l’università, ovvero temi assai cari a Conte.

E ancora i passi necessari per dare una spinta decisiva al paese, quella spinta che l’Italia attende da anni ma che è diventata ancor più urgente dopo i danni di una pandemia che ha falcidiato il tessuto economico e sociale del Paese. Le riforme del fisco, della giustizia e quella altrettanto cruciale della Pubblica amministrazione come sfide necessarie e imperdibili. E’ facile che il presidente torni poi sul patto di legislatura, per un’accelerazione all’azione dell’esecutivo che da mesi ormai chiedono gli alleati di governo a gran voce e che potrebbe aprire un dialogo anche con chi, in queste ore ma anche nelle prossime settimane se si dovesse andare, come sembra, a un governo di minoranza, potrebbe aprire la porta alla maggioranza puntellandola. Per ora una speranza ridotta al lumicino, visto che la strada dei ‘costruttori’ sembra ormai essere evaporata, ferma su un binario morto.

Il rebus dei numeri

Sui numeri restano molti interrogativi, alla Camera ma soprattutto al Senato dove i conti si faranno domani. Pd e M5s dicono no all’ipotesi di riportare Italia Viva nella maggioranza. Matteo Renzi si dice pronto a discutere “con chiunque, purché si mettano al centro le cose da fare”. “Sicuramente non riuscirà il tentativo di far cadere il governo”, ha affermato Andrea Orlando a Mattino cinque. “Pensiamo ci siano in Parlamento forze che hanno a cuore l’interesse del Paese. Forze moderate, liberali presenti in Parlamento e credo si manifesteranno quando sarà il momento di dare un segnale”, ha poi sottolineato. Lo ha detto Andrea Orlando a Mattino cinque.

Nel frattempo però “l’operazione costruttori si è sgonfiata”, ammette uno dei senatori che più si era speso in questi ultimi giorni di crisi di governo. L’appello di Nicola Zingaretti e un nuovo addio di una deputata di Italia Viva (Michela Rostan) avevano sparso un po’ di ottimismo. Ma una nuova serie di contatti e riunioni h portato a un’amara constatazione: il ‘soccorso’ a Conte con la nascita di un nuovo Gruppo è nelle secche. Restando dunque fermo il no a Iv, si tratterà di mettere insieme una maggioranza di volta in volta. Tecnicamente possibile. “Politicamente un esecutivo fragilissimo”, ammettono fonti governative. Tra l’altro, Iv a palazzo Madama dovrebbe tenere: salvo colpi di scena, non si hanno notizie di fughe di senatori renziani. E pare che non sia più sul tavolo l’ipotesi che Riccardo Nencini ritiri il simbolo al gruppo di Renzi.

Anche alla Camera, però, i numeri sarebbero ‘ballerini’. “Trecentoquindici sì sono tanti -è il dato che rimbalza sulla chat dei deputati M5S- e i 38 renziani venuti meno tantissimi. Qui si stanno dando troppe cose per scontate”.

Resta aperta ancor di più, a questo punto, la questione delle dimissioni di Conte e della nascita di un Conte-ter, con il premier e il M5s più orientati ad andare avanti con il ‘bis’ e il Pd meno convinto. Un nodo di non poco conto, visto che proprio questo avrebbe mandato all’aria l’ingresso nel governo dei centristi con il simbolo dell’Udc abbinato a quello del Ppe e benedetto dal premier, pronto a dare il suo imprimatur all’operazione. Un piano miseramente fallito sabato mattina dopo una telefonata tra il presidente dell’Udc Lorenzo Cesa e uno degli uomini più vicini al presidente del Consiglio, di stanza a palazzo Chigi. E così ora nulla più appare certo.

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