Isola ancora arancione, commercianti “neri” - QdS

Isola ancora arancione, commercianti “neri”

redazione

Isola ancora arancione, commercianti “neri”

mercoledì 10 Febbraio 2021 - 00:00

Settore in ginocchio, Unimpresa: chiuse 6.000 attività, 1.400 nella ristorazione. Confcommercio: persi 2,8 milioni

Sono passati più di tre mesi da quando i ristoratori siciliani, fatta eccezione per la breve tregua natalizia, hanno dovuto rinunciare al servizio ai tavoli. Si deve tornare indietro fino alle prime settimane di ottobre, invece, per ricordare l’ultima cena senza coprifuoco in un pub o pizzeria. Un tempo infinito di mancati incassi che per molti imprenditori ha significato la fine dell’attività.

Secondo i dati di Unimpresa, hanno dovuto chiudere i battenti a causa della pandemia più di 6 mila imprese siciliane del commercio, oltre 1.400 soltanto nella provincia di Catania, una delle più colpite dalle misure restrittive. Tra i settori produttivi, i ristoranti sono quelli che hanno sofferto di più, con quasi 1.500 realtà isolane che, stando ai numeri, hanno dovuto gettare la spugna.

La pazienza delle aziende è ormai al limite. Lo scorso lunedì, nella Città dell’Elefante, sono scesi in piazza circa 300 ristoratori che si definiscono “Indipendenti”. “Il Governo – ha tuonato Roberto Tudisco, portavoce di questo movimento spontaneo – ha fatto fallire le nostre aziende perché non possiamo più pagare affitti, stipendi e utenze. Non sappiamo nemmeno quando e in che condizioni dovremo ripartire. Stiamo vivendo un dramma sociale e sfido chiunque ad andare avanti per quattro mesi senza un soldo in tasca e senza aiuti”. Aiuti che fino ad ora sono stati sempre insufficienti, tardivi e, adesso, con la crisi dell’esecutivo rischiano di allungarsi drammaticamente i tempi per il Decreto Ristori 5. Ma, in ogni caso, secondo Salvatore Politino, presidente di Unimpresa Sicilia i contributi “non servono a nulla, se poi le imprese muoiono. Il problema reale – sottolinea – riguarda l’individuazione di una strategia utile a far ripartire l’economia. E invece le imprese navigano ancora nella totale incertezza”.

Intanto nel settore della ristorazione si contano “morti e feriti”. A fare un primo bilancio del 2020 è Dario Pistorio, presidente di Fipe Confcommercio che parla di perdite pari a 2,8 milioni di euro soltanto in Sicilia. “Un trend – evidenzia Pistorio – che resta identico per i mesi di gennaio e febbraio 2021 perché, tecnicamente, siamo stati chiusi”. E molti, “circa il 25% delle aziende del comparto”, non potranno riaprire né ad aprile né mai.

Non va meglio nel settore dell’abbigliamento. “Il fatturato del nostro grande magazzino – racconta un consulente commerciale di Belpasso, in provincia di Catania – si è ridotto ‘solo’ del 60% rispetto al periodo antecedente la pandemia. Per tentare di resistere alla crisi e al clima d’incertezza generale, abbiamo usufruito della Cassa integrazione in deroga per il nostro personale e sfruttato il credito d’imposta per l’affitto. Sono state misure utili ma indubbiamente irrisorie rispetto ai volumi esistenti, perché le utenze e soprattutto i fornitori devono essere comunque pagati”.

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Dario pistorio, presidente Fipe Confcommercio

“In Sicilia a rischio 30mila posti di lavoro”

Nonostante la campagna di vaccinazione e i progressi della scienza è difficile se non impossibile prevedere gli scenari futuri. Restano gli effetti, devastanti, di un anno di blocchi e chiusure e quelli, ancora da venire, che si scateneranno nel momento in cui cesseranno alcune scelte strategiche di sostegno all’economia: a cominciare dal blocco dei licenziamenti. “Secondo le proiezioni del nostro centro studi – spiega Dario Pistorio, presidente della federazione dei pubblici esercizi di Confcommercio Sicilia – una buona percentuale di esercizi non riuscirà ad aprire ad aprile o non appena si potrà. Si tratta di circa il 25% del settore della somministrazione siciliano”. Catania non fa eccezione: “Sono circa 800 mila euro quelli persi nel settore ristorazione” – sottolinea.

Diversa la questione se, a essere analizzato è il comparto abbigliamento e calzature: “Oltre il calo del fatturato – spiega Pistorio – in questo settore il problema è stato dato dalla difficoltà nelle forniture. In questo momento le aziende madri hanno dimezzato gli ordini e a qualcuno non hanno fornito le scorte per via di problematiche sui pagamenti”.

Una questione che pesa, e molto, quella dei pagamenti: alcuni sono andati in protesto per alcune scoperture con le banche, riporta ancora il presidente Fipe, “Anche in questo ambito – dice – abbiamo un 20 per cento di attività in seria difficoltà. Si spera nella moratoria sui pagamenti da parte delle banche e nei blocchi fiscali, anche perché – prosegue – nel settore abbigliamento non ci sono stati ristori, considerato il fatto che si poteva restare aperti”.
Con poca clientela, però. La chiusura nei mesi dei saldi e i cambiamenti nelle colorazioni della Regione non hanno aiutato. “Tecnicamente sono stati aperti e hanno dovuto scontrarsi con il mercato contratto anche dal cambiamento dei colori delle zone – dice Pistorio – e questo non ha aiutato. Alcuni settori, poi, come quello delle cerimonie, hanno sofferto più di altri”.

Una crisi che ricadrà, inevitabilmente, sull’occupazione. Non adesso, certo, ma a breve. “I lavoratori a rischio sono tantissimi – conferma Pistorio: al momento c’è il blocco dei licenziamenti, anche se il sottobosco dei lavoratori in nero e di quelli saltuari è fuori dagli schemi degli ammortizzatori sociali. In ogni caso – afferma – secondo le previsioni del nostro centro studi, da qui a questa estate si immagina in Sicilia la perdita di circa trentamila posti di lavoro. Il dato non è reale: dipenderà dai prossimi mesi. Siamo nel gioco degli stop and go – conclude – ma e previsioni sono queste”.

Melania Tanteri

salvo politino

Salvo Politino, presidente Unimpresa Sicilia

“Il 32% delle imprese chiuse non riaprirà”

“La zona rossa e la zona arancione non hanno risolto granché dal punto di vista sanitario e hanno aggravato la crisi degli esercizi commerciali che non si arresta. Solo in Sicilia mancano all’appello 6.033 imprese del commercio, di cui 1.059 solo nel settore turistico e 1.397 nella ristorazione. Catania è tra le province più colpite, con 301 attività cessate nella ristorazione e 1485 nel settore del commercio”. A stilare questo “bollettino di guerra” è Salvo Politino, presidente di Unimpresa Sicilia, che spiega come “a cadere, a causa della pandemia, siano state soprattutto le piccole imprese operanti al Sud”.

Difficoltà che certo variano molto da settore a settore. Secondo quanto rivela Politino “l’85% delle attività costrette a chiudere si concentrano soprattuto nel settore dei servizi, del commercio e del turismo. A questi si aggiungono le palestre e le discoteche, ormai chiuse da un anno”. Gli scenari dell’immediato futuro appaiono inquietanti. “Il 31,9% delle imprese chiuse nel Mezzogiorno a causa delle misure anticontagio – sottolinea il presidente di Unimpresa – prevede di non riaprire più. Questo a causa della riduzione del fatturato, dell’insufficienza dei ristori e della mancanza di liquidità”.

L’associazione di categoria chiede “di snellire e velocizzare l’iter burocratico e di rifinanziare le misure, perché molti fondi sono ormai esauriti. La misura straordinaria dell’8% a fondo perduto può essere un piccolo aiuto, ma contemporaneamente la Regione chiede il Durc alle imprese in crisi, in piena pandemia, e ciò è inammissibile. Chiediamo anche che gli indennizzi possano essere estesi a tutte le categorie colpite e che possano essere rapportati alle perdite e al calo di fatturato. Ma è necessario pure che si riequilibri il capitale circolante, perché il Decreto liquidità non è stato sufficiente. Nell’immediato futuro, le attività commerciali – oltre a fronteggiare la crisi – dovranno anche far fronte al rimborso dei prestiti richiesti, visto che il fondo perduto è rimasto un miraggio”.

Dubbi di Politino sul perdurare delle misure restrittive. “Ci chiediamo se – spiega – siano state davvero utili, visto che andando in giro ci si rende subito conto di come gli assembramenti siano semplicemente stati spostati dall’interno dei locali all’esterno, con la differenza che negli esercizi commerciali le norme erano sempre rispettate. Adesso attendiamo la relazione dell’Oms relativa all’incidenza dei contagi nei ristoranti, per capire cosa ci diranno e quale contagiosità può esserci con il rispetto dei protocolli. Crediamo che non ci sia stato un piano organizzativo serio e strutturato a 360 grandi, ma che i governi nazionale e regionale siano intervenuti in maniera parziale e frammentaria, quasi schizofrenica”. (I.Z.)

Parla un consulente di un grande magazzino a Belpasso

“Il fatturato del nostro grande magazzino si è ridotto ‘solo’ del 60% rispetto al periodo antecedente la pandemia”. Sono amare le parole di un consulente commerciale che opera a Belpasso, in provincia di Catania, dove si vive principalmente di commercio e la crisi morde più che altrove.

“Per tentare di resistere alla crisi e al clima d’incertezza generale – racconta -, abbiamo usufruito della Cassa integrazione in deroga per il nostro personale e sfruttato il credito d’imposta per l’affitto. Sono state misure utili ma indubbiamente irrisorie rispetto ai volumi esistenti, perché le utenze e soprattutto i fornitori devono essere comunque pagati dagli imprenditori. Nel settore dell’abbigliamento, i commercianti acquistano stagionalmente la merce da vendere, così ci siamo ritrovati a dover affrontare il costo dei fornitori per tre stagioni consecutive, senza essere supportati né dal flusso di clientela abituale, né dalle istituzioni. La parziali riprese della scorsa settimana e del periodo antecedente al Natale non sono state sufficienti ad ammortizzare le perdite, perché l’abbigliamento è soprattutto un acquisto emotivo: i clienti non hanno avuto modo di festeggiare nessuna ricorrenza a causa delle restrizioni (e non hanno comprato i vestiti per i soliti festeggiamenti), e hanno visto la riduzione del loro potere d’acquisto a seguito della crisi economica”.

Il futuro preoccupa più del presente, ma la parola d’ordine è resistere. “Pensiamo comunque di riuscire a rimanere aperti nonostante tutto. Speriamo di trovare degli accordi con i fornitori – anch’essi in grandi difficoltà -, chiederemo loro di supportarci dilazionando le fatture. Se questo non avverrà, la chiusura sarà necessaria”.

La richiesta più urgente che arriva dalla maggior parte degli imprenditori ha un nome e cognome: fondo perduto. “Come in Germania, i nostri governi nazionale e regionale avrebbero dovuto fornire alle imprese il 70% del fatturato perso. Auspichiamo ancora che questo possa avvenire, altrimenti la crisi sarà irreversibile e i licenziamenti cadranno a pioggia dal termine ultimo del blocco dei licenziamenti, con gravi ripercussioni sul tessuto sociale ed economico del Paese”.

Quanto fatto fino ad ora dai Governi nazionale e regionale non basta. “Purtroppo i sussidi ricevuti – prosegue – sono stati davvero fittizi: abbiamo ricevuto un decimo del necessario e – per quanto si continui a sperare – non crediamo che il nuovo governo Draghi possa invertire questa tendenza. Anzi pensiamo che saranno proprio le piccole e medie imprese – le più deboli – a perire, in pieno paradigma darwiniano. È triste pensare a come a tale scempio non sia effettivamente corrisposta nemmeno la tutela sanitaria: si è deciso di chiudere a lungo i negozi, dove le probabilità di contagio sono pressoché nulle con il rispetto dei rigidi protocolli messi in campo (sanificazione della mani e dei locali, misurazione della temperatura, distanziamento, mascherine), ma si continua a consentire l’assembramento incontrollato sulle strade, dove la gente ancora fuma e chiacchiera in barba a qualsiasi rischio per la salute propria e altrui. Sarebbe stato forse più utile un blocco totale di almeno un mese, come avvenuto durante il primo lockdown, per azzerare la curva epidemiologica e per poter consentire la ripresa completa delle attività. Anche perché, non dimentichiamolo, non è possibile salvaguardare le famiglie senza tutelare in primis chi offre posti di lavoro”.

Ivana Zimbone

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