Negozi, uffici, capannoni e locali commerciali, ecco come in Sicilia l'economia è finita all’asta - QdS

Negozi, uffici, capannoni e locali commerciali, ecco come in Sicilia l’economia è finita all’asta

Antonino Lo Re

Negozi, uffici, capannoni e locali commerciali, ecco come in Sicilia l’economia è finita all’asta

martedì 15 Marzo 2022 - 06:00

La Sicilia è al secondo posto per numero di esecuzioni dopo la Lombardia: sono stati complessivamente 12.548 gli immobili andati in asta nel 2021 secondo il report del Centro Studi Astasy

La crisi pandemica manda all’asta anche i locali delle attività economiche. Il 10,71% degli immobili pignorati a persone fisiche o società in Italia nel 2021 è rappresentata da negozi, uffici e locali adibiti a uso commerciale. è la triste fotografia che emerge dal “Report Aste 2021” del Centro studi AstaSy Analytics di NPLs RE_Solutions – società controllata dal Gruppo Rina Prime Value Services, la legal entity di Rina in ambito Real Estate -.

Emorragia che, purtroppo, si estende anche nel comparto industriale. Quella percentuale, sommata al 4,42% dei capannoni industriali, commerciali e artigianali, opifici e ai laboratori e al 7,31% dei magazzini, compone un dato notevolmente più ampio, rispetto agli anni precedenti, con un valore immobiliare sottostante molto pesante. Nel 2019 solo il 5% degli immobili all’asta erano negozi, uffici, laboratori e magazzini.
Anche in Sicilia le difficoltà del tessuto produttivo sono evidenti. Non a caso l’Isola è la seconda regione per numero di esecuzioni immobiliari: con il 9,95% sul totale in Italia, conta la cifra di 12.548 immobili andati all’asta nel 2021 (una media di 1.045 immobili al mese). Catania e Palermo rientrano tra le quindici province che, da sole, generano il 38% delle aste su base nazionale. Le altre sono Roma (5%), Milano (4%), Pavia, Perugia, Napoli, Bergamo, Ancona (3%), Catania, Brescia, Cosenza, Palermo, Messina, Sassari, Torino e Macerata (2%).

La prima città siciliana con più esecuzioni pubblicate è Catania con 2.926 superando di oltre 300 unità Palermo in seconda posizione con 2606. A seguire c’è Messina con 2146, Ragusa con 1053, Agrigento con 956, Siracusa con 915, Trapani con 880, Caltanissetta con 805 e infine Enna con 261. Rispetto agli scorsi anni nelle città dell’Isola gli immobili all’asta hanno avuto un calo.
Il picco si attesta tra il 2017 e il 2018, con Catania che ha toccato rispettivamente 4.988 e 6.217 esecuzioni pubblicate. Nella città etnea adesso si è tornati vicini ai numeri del 2015 quando erano 2.932. Discorso diverso per Palermo, che ha avuto negli ultimi 5 anni un calo sotto questo aspetto. Si è passati dai 6.256 immobili del 2016 ai 2.606 del 2021.

In Italia sono state 126.083 (345 al giorno, 15 all’ora) le unità immobiliari oggetto di asta nell’anno 2021 (per un controvalore di immobili a base d’asta pari a euro 18.738.413.549 e con offerte minime pari a 14.053.810.161 euro), con un lieve aumento dell’8,10 % rispetto all’anno precedente, ma con un calo Covid19 rispetto al periodo di attività pre-pandemia (2019) pari al -38,38 % (204.632 esecuzioni).

Tra il 2012 e il 2021 le imprese in Sicilia, nel complesso di tutti i settori economici, sono stabili in numero. Questa è il quadro dell’Osservatorio sulla demografia d’impresa nelle città italiane realizzata in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di Commercio G. Tagliacarne.
A Palermo negli ultimi nove anni vi è stato un calo delle attività del commercio al dettaglio. Nel 2012 erano 1.316 in centro e 6.135 fuori, mentre nel 2021 si è scesi a 870 nel centro storico e 5.249. Netto aumento per alberghi, bar e ristoranti. Nove anni fa vi erano solo 48 imprese tra hotel, alloggi per vacanze e bed and breakfast nel centro storico del capoluogo, 170 fuori.

Nel 2021 si è passati rispettivamente a 124 e 288 strutture ricettive. Stesso discorso per bar e ristoranti (1.839 nel 2012, 2.189 nel 2021).
A Catania stesso trend della città del capoluogo. Dalle 780 attività del 2012 nel centro storico, si registra un lieve calo al 2021 con 748.

Anche per quelle operanti non nel centro storico c’è stata una discesa: da 3.498 a 3.061. In crescita invece alberghi, alloggi per vacanze, bed and breakfast e altre strutture ricettive: si è passati da 46 a 98 nel centro storico, e da 89 a 138 attività fuori dal centro. Leggero aumento anche per bar e ristoranti: 1.069 nel 2012, 1.329 nel 2021.

L’intervista a Vittorio Messina, presidente di Confesercenti Sicilia

Vittorio Messina, presidente di Confesercenti Sicilia

“Regione ferma, non si accorge della grave crisi del commercio”

Non solo capannoni e magazzini, ma tra le esecuzioni immobiliari anche botteghe e uffici che i piccoli commercianti non hanno potuto salvare. Le dichiarazioni del presidente di Confesercenti Sicilia Vittorio Messina al Quotidiano di Sicilia.

Secondo le statistiche del Centro Studi AstaSy, nel 2021 in Italia è salita al 10,71% la percentuale relativa a negozi, uffici e locali adibiti a uso commerciale finiti all’asta: quale lettura dare di questo dato?
“Il dato è quello che purtroppo ci aspettavamo e che chiaramente è destinato ad aumentare per effetto dell’onda lunga che la crisi economica legata alla pandemia ancora produrrà. Soffre il sistema economico, soffrono gli imprenditori, parecchi dei quali sono “saltati” cercando di andare dietro al pagamento dei costi fissi che a differenza degli incassi azzerati, sono rimasti intatti, causando il default delle imprese”.

Il commercio in Sicilia sta soffrendo: a che punto è la riforma del settore a cui stava lavorando il governo Musumeci?
“In Sicilia il commercio fisico è in forte crisi soprattutto nei centri storici delle città che ogni giorno di più vedono abbassarsi delle saracinesche che difficilmente si alzeranno con nuove attività. La Regione è ferma. In un momento in cui è necessario intervenire tempestivamente, sembra non essersi accorta dello stato di estremo disagio che il comparto commercio sta vivendo, tanto è vero che non libera la riforma del settore, legge ormai in discussione da più di tre anni. D’altronde i politici siciliani ci hanno abituato a testi normativi già ‘vecchi’ prima di essere approvati. Sembra calzare a proposito il vecchio detto siciliano ‘più lunga è a pinsata più grossa …’”.

Quali tutele e strumenti mettere in campo per gli imprenditori che hanno perso tutto?
“Gli imprenditori che hanno perso tutto hanno bisogno di interventi in loro favore proprio per evitare una tragedia più grande rispetto a quella della chiusura della propria azienda, spesso accompagnata dall’azzeramento del proprio patrimonio aziendale e personale. Il Covid è un evento eccezionale e dunque anche i provvedimenti di aiuti devono essere straordinari”.

Alessandro Albanese, presidente Confindustria Sicilia

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Alessandro Albanese, presidente Confindustria Sicilia

“Industria penalizzata dalla burocrazia più che dal Covid”

Nel 2019 solo il 5% di negozi, uffici, laboratori e magazzini è finito all’asta. Dopo due anni il dato è raddoppiato. Ai microfoni del Quotidiano di Sicilia è intervenuto Alessandro Albanese, presidente di Confindustria Sicilia.
Nel 2021 in Italia l’11,73% dei beni finiti all’asta sono capannoni industriali, commerciali e artigianali, opifici, laboratori e magazzini. Un dato ben più alto rispetto agli scorsi anni. Quanto è grave questo dato emerso dal Report del Centro Studi Astasy?
“Che gli immobili siano finiti all’asta nel 2021 non significa che riguardino provvedimenti relativi al 2020 e al 2019. Sappiamo bene i tempi della giustizia civile che per prima cosa deve essere riformata. Pertanto, può darsi che siano provvedimenti che si trascinano da decenni e vediamo gli effetti soltanto adesso. Non penso che ci sia un calo nel settore industriale, quantomeno nel 2021. Come produzione industriale abbiamo avuto una fortissima ripresa. Anzi tra le problematiche all’ordine del giorno metterei la seguente questione: ci sono decine e decine di imprenditori che cercano aree industriali e capannoni e non si trovano. In questo senso bisognerebbe attuare la legge varata dall’Ars in tema di consorzi Asi e Irsap”.

Dunque il Covid non è tra le motivazioni di questa emorragia?
“Dal punto di vista della produzione industriale, assolutamente no. I dati che abbiamo post-Covid sono confortanti. Ovviamente per il settore del turismo il discorso è differente. Tante strutture hanno dovuto chiudere, altre sono al collasso. Il Covid le ha decimate, anche i B&B nelle grandi città e i ristori non sono stati pari alle perdite. Sottolineo anche il calo che c’è stato nella raffinazione degli idrocarburi, con perdite importanti. Se parliamo di produzione industriale, le imprese non si sono mai fermate, tranne per un brevissimo periodo di un mese e mezzo”.

Il tessuto produttivo in Sicilia è in seria difficoltà. Quali supporti offrire alle aziende per evitare che all’asta finisca buona parte della nostra “economia”?
“Ribadisco che questi ultimi due anni non hanno inciso, né più né meno. Dobbiamo dire che il settore della produzione industriale è già difficoltà da anni, ma per altre ragioni. Quelle arrivate adesso si sono aggiunte: come il costo dell’energia che in Sicilia lo paghiamo di più rispetto al resto d’Italia. Hanno tolto anche l’interrompibilità, una misura riconosciuta alla Sicilia e alla Sardegna. C’è il costo delle materie prime e dei trasporti, situazioni che hanno sempre penalizzato le imprese e in questo periodo ancora di più. La costruzione del Ponte sullo Stretto per noi rimane un punto cardine al fine di evitare questa insularità che ci penalizza. Aggiungo anche un’altra importante questione”.

Prego.
“C’è un costo che non è più nascosto anche grazie alle denunce di Confindustria, che è quello della burocrazia. Tra i supporti da offrire alle aziende c’è per prima cosa il costo dell’energia. E questo potrebbe farlo benissimo lo Stato e nel suo bilancio anche la Regione. Nel costo dei trasporti possono essere inseriti dei correttivi nella prossima finanziaria. La Regione ha messo qualcosina, ma basta appena per pochi giorni. Poi affrontare il tema della semplificazione burocratica e della digitalizzazione della pubblica amministrazione. L’impresa che deve ampliare uno stabilimento, costruirne uno nuovo o semplicemente spostare un camino, se sa che passano mesi o addirittura anni per ottenere i permessi, va via oppure non viene proprio. Non basta fare una legge sulla semplificazione, serve una riqualificazione totale dei dipendenti della pubblica amministrazione”.

Orazio Ragusa: “Contiamo di esitare il testo già la prossima settimana”

Alle “accuse” rivolte all’Assemblea regionale siciliana da Vittorio Messina, presidente di Confesercenti Sicilia e riguardanti i ritardi nella approvazione della riforma del commercio in Sicilia, risponde il presidente della terza Commissione legislativa Attività produttive, Orazio Ragusa.
Il Quotidiano di Sicilia lo ha intervistato.
Presidente Ragusa, il commercio è tra i settori più in crisi. Il disegno di legge sulla riforma del comparto giace all’Ars da tre anni.
“Il disegno di legge in questione è già all’ordine del giorno. Abbiamo convocato in Commissione Ars l’assessore regionale al ramo, Girolamo Turano, per tre volte, ma in tutte e tre le occasioni non si è potuto presentare per impegni istituzionali improrogabili. Noi siamo comunque pronti e se tutto andrà bene, contiamo di esitare il ddl la prossima settimana”.

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