Di Bella, "Spiegare le notizie, ecco il vero ruolo del giornalista" - QdS

Di Bella, “Spiegare le notizie, ecco il vero ruolo del giornalista”

Claudia Torrisi

Di Bella, “Spiegare le notizie, ecco il vero ruolo del giornalista”

sabato 19 Ottobre 2019 - 00:00
Di Bella, “Spiegare le notizie, ecco il vero ruolo del giornalista”

Forum con Antonio Di Bella direttore RaiNews24. Strillare l’ultima news non serve più: la parola d’ordine è approfondire. Le rubriche chiave di volta di questa strategia. Sviluppare l’informazione via web, ma il giornale cartaceo all'estero è risorto

Una delle novità introdotte dalla sua direzione di RaiNews è quella degli approfondimenti. Come mai questa scelta?
“Non ci inventiamo niente, io sono stato molto tempo all’estero, sia negli Stati Uniti che in Francia, e tutte le tv all news del mondo, che hanno cominciato vent’anni fa a fare informazione 24 ore su 24, hanno avuto quest’evoluzione per cui non danno solo le notizie, ma hanno anche dei punti di approfondimento. Non basta più strillare l’ultima news, che non serve neanche più, ma bisogna anche cercare di spiegarla, di approfondire”.

Anche perché se parliamo di notizie pure e semplici, c’è una grande concorrenza sulla velocità…
“Ormai l’ultima notizia ci arriva sul telefonino, quindi chi accende la televisione vuole qualcosa in più. Bisogna dire quello che succede in diretta, ovviamente, ma bisogna anche cercare di contestualizzare e spiegare. Cosa che il giornalista è in grado di fare, deve essere in grado di fare. Il giornalista ha ancora un ruolo, checché ne dica qualche leader politico che vorrebbe parlare al mondo senza alcuna mediazione. Il giornalista serve proprio per contestualizzare, per spiegare con la sua esperienza e cercare di far capire meglio”.

È un compito difficile, anche perché ci vuole un interlocutore che è disposto ad ascoltare. È una questione anche di metodo?
“Da quando sono direttore, ormai da tre anni, ho inaugurato tantissime rubriche, anche leggere, perché poi la vita non è solo fatta di politica e di guerre, ma anche di cibo, di cultura. Non solo di problemi ma anche di opportunità e di sorrisi. Adesso stiamo pensando a una nuova rubrica che veda quello che succede all’estero anche in chiave leggera. Carlo Verdelli, quando abbiamo lavorato insieme, diceva che bisogna togliere l’idea che l’informazione sia una medicina, che uno deve prendere perché fa bene, ma che non importa se sia cattiva o no. Io credo che il nostro sia un ricostituente, che è buono e fa bene”.

Certo, quando si fa televisione bisogna anche seguire l’audience…
“Noi abbiamo triplicato l’audience. Quando sono arrivato a RaiNews, ho trovato lo 0,3%. Adesso stiamo intorno allo 0,9-1% e nella fascia del mattino, che è la più importante per le tv all news, raggiungiamo il 6-7% intorno alle 6. Questo a dimostrazione che si può avere attenzione per tutti gli aspetti”.

antonio-di-bella direttore rainews24

Il successo di pubblico di alcune trasmissioni (ad esempio quella condotta da Alberto Angela) ci dice che tutto sommato una certa domanda di cultura e informazione c’è da parte della gente. Veniamo da un periodo dove andava di più la banalità, la superficialità. Potrebbe esserci un’inversione di tendenza in questo senso?
“Io guardo sempre all’America, che per me è il luogo dove avvengono le cose che poi accadono da noi anni dopo. Negli Stati Uniti, giornali come il New York Times e il Washington Post, che erano in grande crisi, adesso ne sono usciti e fanno soldi facendo il loro mestiere, facendo il lavoro del giornalista: raccontando, facendo le pulci al potere, indagando”.

Come si spiega, anche negli Stati Uniti per esempio, questa inversione di tendenza da parte di chi compra i giornali? I quotidiani non stavano morendo?
“Lì, in America, è una questione molto legata al conflitto politico. Il presidente Donald Trump dice che tutti i giornali fanno schifo e che i cittadini americani dovrebbero stare a sentire solo i suoi tweet. A quel punto qualcuno decide di fermarsi un attimo e andare a sentire cosa dice qualcuno di cui si fida: il New York Times, il Washington Post o anche solo un giornalista nel quale ripone fiducia. Questo meccanismo dimostra che c’è bisogno del giornalismo. Io credo che nella democrazia moderna ci sia necessità di corpi intermedi: di gruppi parlamentari, della politica, dei partiti e dei giornali, che non sono una cosa del passato, perché una società senza giornali è una società più povera e meno libera”.

C’è poi il caso strano della Francia, dove la gente continua a comprare i quotidiani di carta, per esempio Le Figaro. Come mai?
“Le Figaro è un miracolo clamoroso, mentre Libération, per la verità, sta morendo. C’è da dire che i francesi in generale sono affezionati alle icone, com’è la redazione di Le Figaro, per esempio. Però è anche vero che Le Figaro, così come il Washington Post in America, ha saputo rinnovarsi. Il caso della Francia però non si confina solo alla scelta della carta: lì esiste anche Bfmtv, che è secondo me la migliore all news, superiore anche alla Cnn. È una tv molto moderna, piena di approfondimenti, fatta molto bene. I francesi hanno diverse facce, hanno uno sguardo al passato ma anche al futuro. Tutte cose che dimostrano che bisogna rimboccarsi le maniche e che il giornalismo non è finito”.

Il ritorno della “vera informazione” e l’esigenza di adeguarsi al pubblico

All’estero, dunque, c’è questa tendenza di un ritorno all’informazione. Considerato che da noi in Italia le cose arrivano molti anni dopo, è possibile che lavorando in questa direzione si riesca un po’ a cambiare le cose?
“Io lavoro con questo obiettivo, e speriamo tutti in questo. Così come i giornali sono in crisi, in qualche modo lo sono anche i telegiornali, anche se molto meno. Io penso che noi come tv all news siamo la punta avanzata di una rivoluzione che dovrà avvenire. Una volta la gente si disinteressava di ciò che succedeva nel mondo fino alle otto di sera, quando accendeva la televisione e guardava il telegiornale. Adesso la gente quando succede qualcosa vuole sapere e capire subito. In questo, quindi, noi siamo in sintonia con le nuove esigenze”.

I servizi che vanno in onda su RaiNews sono un po’ più lunghi di quelli classici dei telegiornali. Andate un po’ più in là dei 30-40 secondi…
“Avendo a disposizione 24 ore di programmazione, abbiamo più possibilità ed elasticità rispetto alla mezz’ora canonica dei telegiornali, dentro cui devi far entrare tutto. È un lavoro molto diverso. Ho accettato la sfida della direzione di RaiNews proprio perché era una novità, e quindi anche io ho dovuto misurarmi con quest’esperienza. Inoltre, qui in redazione ci sono per la maggior parte colleghi molto giovani, quindi ho la fortuna di assorbire da loro molte cose nuove. Recentemente leggevo la biografia di Alfio Russo, un siciliano, che è stato direttore del Corriere della Sera dopo Mario Missiroli. Prese un giornale inamidato e senza notizie e lo rivoluzionò, anche per rispondere alla concorrenza del Giorno, che era un quotidiano molto popolare. Questo per dire che i giornali hanno sempre avuto il problema di adeguarsi al pubblico. E oggi anche dobbiamo farlo anche noi”.

Quanti giornalisti lavorano nella redazione di RaiNews?
“Ci sono 192 giornalisti. Lavorano con noi poi circa cinquanta amministrativi”.

Per quanto riguarda il futuro, invece, qual è la prospettiva di crescita della rete?
“Nel piano editoriale è previsto lo sviluppo dell’informazione via web. Ormai lo schermo televisivo non è l’unica fonte di diffusione dell’informazione: chiunque conosca una persona sotto i trent’anni sa che la televisione non la guarda, guarda il telefonino, l’iPad, il computer. Noi dobbiamo sviluppare l’informazione via web, su Twitter, Facebook, cioè su tutti i social network, con un tipo di comunicazione integrata che vada a prendere il pubblico dove c’è. Siamo un po’ indietro su questo, ma questo piano editoriale vuole porre rimedio a tutto ciò. Un altro punto è integrare sempre di più l’informazione locale dei Tgr con quella all news. Le due realtà già collaborano, si tratta di fortificare questo legame. Fatto ciò, queste due forme d’informazione vanno integrate a loro volta con quella via web. Il risultato deve essere che chi farà informazione in Italia non la farà solo per la televisione o solo per il web, ma per queste due cose insieme. Senza dimenticare, ovviamente, la nostra costola di Televideo, che è una fetta molto importante. Riassumendo, possiamo dire di lavorare su tre grandi fronti: televisione, web e Televideo. E poi rilanciamo su Facebook e Twitter. Il progetto, dunque, è sempre una maggiore integrazione, anche con il regionale”.

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