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Ridipinta la scritta “No mafia” sulla casina di Capaci

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Ridipinta la scritta “No mafia” sulla casina di Capaci

Di Francesco Militello Mirto  |
domenica 22 Maggio 2022 - 08:52

Attorno al luogo, da cui fu azionato il telecomando per far esplodere il tritolo che causò la strage, molti scout, associazioni e persone, hanno dato vita ad una marcia

Sono iniziate le commemorazioni del trentennale della Strage di Capaci, che si concluderanno il 23 Maggio. Centinaia di persone si sono radunate in Via degli Oleandri, per muoversi in direzione della casina “NO MAFIA”, in collaborazione con AMAP, che è proprietaria dell’immobile, per tinteggiare nuovamente l’iconica scritta realizzata nel luogo da cui sarebbe stato innescato l’esplosivo delle bombe che uccisero i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e gli agenti della Polizia di Stato.

Il corteo blu degli scouts e le tshirt “No Mafia”

Un lungo corteo blu, per via delle uniformi degli scouts e delle t-shirt No Mafia, ha colorato il percorso che porta alla casina, visibile a chi percorre quel tratto di autostrada che dall’aeroporto Falcone-Borsellino porta a Palermo.

La scelta dei testimonial non è casuale e corrisponde ai temi che, proprio a partire dalle lettere della scritta NO MAFIA, saranno oggetto di riflessione: Natura, Occupazione, Magistratura, Arte, Fotografia, Informazione, Arte.

Il racconto di chi ha vissuto quei momenti di terrore

Il 23 Maggio 1992, Gabriella Lauro, architetto di Capaci, si stava preparando per andare a Palermo e festeggiare i diciotto anni di un compagno di scuola. “Trenta anni fa mi trovavo a Sferracavallo e improvvisamente mi sono resa conto che qualcosa era andato storto perché tutto era completamente bloccato. Pensavo a un banale incidente, poi scoprii che era successo qualcosa di molto grave. Alla festa, eravamo profondamente sconvolti e scioccati, eravamo adolescenti di 17-18 anni, tutti noi avevamo vissuto quel momento, come un evento agghiacciante, che aveva rotto definitivamente la nostra giovinezza. Improvvisamente ci eravamo resi conto che la nostra terra non era così buona, ma era anche in grado di farci del male”.

La nostra storia non è stata semplice, perché il nostro quartiere per tanto tempo è stato caratterizzato solamente da fatti di cronaca nera e camorra” ha raccontato Rebecca Rocco, studentessa, arrivata dal Rione Sanità di Napoli, per ricordare i caduti della Strage di Capaci. “La nostra storia è cambiata con l’arrivo nel nostro rione di Don Antonio Loffredo, che è riuscito a vedere qualcosa nel nostro quartiere, ancor prima di vederlo noi stessi. Ha creduto in noi ragazzi e ci ha portato a conoscere il nostro quartiere, nonostante fossimo nati e cresciuti in una realtà dove non ci rendevamo conto delle bellezze che avevamo intorno”.

Il giornalismo, come è cambiato dopo quel terribile evento

Al corteo ha preso parte anche il giornalista Salvo Palazzolo, da trenta anni impegnato a documentare la cronaca giudiziaria di Palermo. “Il ruolo dei giornalisti siciliani continua a essere importante per raccontare i misteri del passato” ha dichiarato il cronista palermitano.

“I giornalisti in Sicilia non hanno mai arretrato e hanno pagato un prezzo altissimo, continuando a svegliare la società civile, la politica e le Istituzioni, per chiedere di fare luce su quello che ancora non sappiamo e sulla Mafia che si riorganizza e che si vuole riprendere il territorio. Quindi è importante che la gente sostenga i giornalisti e i giornali”.

Il primo fotografo che arrivò sul luogo della strage

Antonio Vassallo, il 23 Maggio 1992, è stato il primo fotografo ad arrivare sul luogo della strage, per documentare con la sua macchina fotografica, uno dei momenti più bui e tragici della nostra storia.

“Non sapevo che era Falcone, ma era ancora vivo, quindi scatto alcune foto, ho sentito il dovere di farlo, perché avevo una licenza di fotografo rilasciata dalla Polizia di Stato” ha raccontato il fotografo di Capaci. “Vengo avvicinato da due uomini che si qualificano come poliziotti, mi sequestrano il rullino e otto mesi dopo scopro che negli uffici di Caltanissetta, dove si indagava per le due stragi, che quelle fotografie non erano mai arrivate.

Per farla breve sono state fatte sparire e ancora oggi, qualcuno mi chiede cosa abbia fotografato, probabilmente qualcuno che non doveva trovarsi lì in quegli istanti, qualcuno che aveva qualche compito speciale, come, per esempio, fare sparire dei documenti importanti. Qualche mese dopo mi chiama l’allora Questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, per scusarsi e per dirmi che le mie foto erano state dimenticate in un cassetto, assicurandomi che in mattinata sarebbero state trasferite a Caltanissetta, dove non arrivarono mai”.

“Quest’associazione siciliano mafioso è veramente solo un’iperbole comica” ha spiegato l’attore palermitano Roberto Lipari, rispondendo alla domanda su cosa pensano di noi i milanesi. “Noi siamo una terra storicamente dominata, di conseguenza abbiamo sempre paura dei giudizi di quelli che vengono da fuori. In realtà ci vogliono veramente bene. Per me, che sono un comico siciliano, l’unico modo per vincere questo stereotipo è indossare la coppola e parlare male della Mafia!”.

Di Francesco Militello Mirto

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