Spopolamento, Sicilia a picco - QdS

Spopolamento, Sicilia a picco

Carlo Alberto Tregua

Spopolamento, Sicilia a picco

venerdì 01 Marzo 2019 - 00:00

Desertificazione economica

Secondo l’Istat nel 2030 la Sicilia perderà all’incirca un milione di abitanti. Il risultato sarà che i cittadini residui comprenderanno anziani, pensionati e poveri, perché i giovani più brillanti se ne saranno andati ed anche quelli meno brillanti tenteranno la fuga.
La conseguenza di questo scempio sarà un ulteriore abbassamento del sistema economico regionale perché verranno meno competenze e innovazione, che sono i due assi del futuro. Anzi, senza di essi non c’è futuro.
Sembra incomprensibile come non si rendano conto di questo scenario prossimo venturo il ceto politico e, in genere, la classe dirigente, fatta da imprenditori, professionisti, uomini di cultura, professori universitari e via elencando.
Ovvero, forse se ne rendono conto, ma girano la testa dall’altra parte, non comprendendo che quando le cose vanno male, vanno male per tutti, anche per chi sta bene. Che l’economia siciliana sia in grande affanno è evidente, ma nessuno pensa di porvi rimedio.
Regione e Comuni si occupano del tran tran quotidiano, spendono per le necessità giornaliere e trascurano i traguardi a 3-5 anni, quelli che si chiamano di medio periodo.
Sembra di essere governati da una massa di ciechi, cioè di persone che vedono fino alla punta del proprio naso o, al massimo, a quella dei propri piedi. Con ciò, muovendosi da irresponsabili e compiendo omicidi sociali delle future generazioni, le quali, quando arriverà il loro momento, se ne andranno, lasciando questa terra ai negletti e agli incapaci, generatori di povertà e non di ricchezza.
Ripetiamo in modo nauseante che la situazione appena descritta ha dell’incredibile perché la Sicilia è terra ricca di tutto, dal clima al territorio, dalla cultura alle tradizioni, dalla terra, piena di humus, alla posizione geografica, ricca di venti iodati.
è anche ricca di tradizioni e di retaggi delle dominazioni che ha subìto fin dalla notte dei tempi: dai greci ai romani, agli africani, agli inglesi, ai francesi, agli spagnoli, ai normanni e via elencando. Tali dominazioni dovrebbero essere una ricchezza e invece hanno abituato i siciliani ad essere dominati.
Ricordiamo i tempi di Ruggero II, quando entrò trionfalmente a Palermo (1072), o gli altri di Federico II di Hohenstaufen, nipote di Federico Barbarossa e di Ruggero II, che fondò il Parlamento siciliano e l’Università di Napoli (1224). Ma tutto questo gli otto secoli trascorsi l’hanno messo nel dimenticatoio, mentre assistiamo alla desertificazione economica del territorio e all’arretramento culturale sempre maggiore dei siciliani.
Ed è proprio sull’ignoranza che fonda il suo potere il ceto politico che governa la Sicilia da decenni. L’ignorante è bisognoso e quindi più facilmente governabile secondo i propri egoistici intendimenti: basta dargli una mancia ed evitare che disturbi il manovratore.
La situazione è irrimediabile, si può fare qualcosa per evitare il disastro? Si può e si deve fare ben più di qualcosa, anche perché vi sono gli strumenti ed anche i mezzi finanziari, ma va tagliato il clientelismo e questo modo di diffondere la cosiddetta carità pelosa che crea ulteriori disagi perché non affronta la questione di fondo.
Qual è? Ribaltare il modo di pensare e di fare del ceto politico, che si dovrebbe occupare più dei piani poliennali che di quello che accade giorno per giorno. Si dovrebbe occupare di una vera formazione che dia competenze, di effettuare tutti gli investimenti possibili a valere sui fondi europei e su quelli nazionali, nonché basati anche su una capacità finanziaria della Regione.
Quest’ultima, invece, destina quasi tutte le proprie risorse finanziarie per la spesa corrente, anche per accontentare la famelica clientela che gira intorno ai responsabili delle istituzioni.
Ribaltare il modo di pensare e di funzionare significa anche mettere in atto un Piano per la ricerca di turisti e congressisti in tutto il mondo. Una task force di dirigenti multilingue con competenze organizzative, in modo da attirare la domande di tali servizi.
Ovviamente l’azione della Regione dovrebbe essere orientata anche al territorio per rimetterlo in condizioni normali. Tutto ciò è fattibile? Sì, se vi sono capacità e volontà.

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