Caso Moro, le verità indicibili sul suo rapimento - QdS

Caso Moro, le verità indicibili sul suo rapimento

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Caso Moro, le verità indicibili sul suo rapimento

Mariella Palermo  |
venerdì 23 Settembre 2022 - 08:16

In esclusiva al QdS Gero Grassi, già vice Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dello statista. “Se i capi delle Br avessero collaborato pienamente..."

ROMA – Ci sono ancora “verità indicibili” che hanno contrassegnato il rapimento e la morte di Aldo Moro sequestrato il 16 marzo del 1978 in via Fani a Roma da un commando delle Brigate Rosse? Ci sono ancora lati oscuri di quella strage, che lasciò sul selciato i cinque agenti di scorta, e fu il momento più drammatico della strategia della tensione e degli anni di piombo?

Gero Grassi

Oggi, nel giorno dell’anniversario della nascita dello statista a Maglie in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916 e a distanza di 44 anni dalla morte, dopo lunghi processi inquinati da depistaggi, false testimonianze e due Commissioni Parlamentari, parliamo di quella terribile pagina della storia d’Italia con Gero Grassi giornalista, scrittore e deputato al parlamento italiano per tre legislature, dal 2006 al 2018, presentatore e relatore della proposta di legge istitutiva della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro di cui ne è stato vice Presidente, dopo la sua costituzione nel 2014. Grassi, studioso e tra i più grandi conoscitori del politico Aldo Moro e del Caso Moro dal rapimento all’omicidio – 55 giorni dopo il rapimento, quando il corpo senza vita del Presidente della Dc fu trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, a Roma – oggi ha al suo attivo oltre 1.000 conferenze tenute in giro per il Paese per far conoscere la verità su quei drammatici fatti del 1978.

Si è veramente fatta piena luce su questa terribile pagina della nostra storia? Ritiene che ci sia ancora spazio per una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta?
“Ci sono ancora margini di verità e se avessimo avuto più tempo avremmo potuto fare un lavoro migliore, ma la fine della XVIII° legislatura ci ha obbligato alla chiusura della Commissione d’inchiesta e alla pubblicazione degli atti conclusivi, però posso dire con certezza che la realtà dei fatti è tutta nella relazione finale della Commissione, approvata dal parlamento il 13 dicembre del 2017: certo se i morti potessero parlare, se i capi delle BR avessero deciso di collaborare pienamente avremmo una visione di dettaglio più definita”.

Lei oggi possiede una grande competenza non solo sui fatti legati al rapimento e all’uccisione, ma anche sul ruolo politico dello statista pugliese, ed è dunque la persona giusta per raccontare a chi legge oggi il perché dell’omicidio Moro in quel periodo terribile di 44 anni fa, quando il 50% dell’attuale popolazione italiana non era nemmeno nata.

“Il caso Moro si svolge in piena guerra fredda con il Muro di Berlino saldamente al suo posto e in quel contesto le potenze occidentali compresa l’Italia facevano riferimento agli Usa e agli accordi di Yalta del febbraio del 1945 che avevano diviso il mondo in due grandi aree assegnate a Stati Uniti e Unione Sovietica con l’intesa esplicita che entrambe le grandi potenze non avrebbero mai interferito in nessuna questione al di fuori della loro area di competenza. In questo contesto Moro aveva deciso di realizzare nel nostro Paese una democrazia compiuta, che prevedeva il coinvolgimento al Governo anche del Partito Comunista Italiano, sovvertendo quanto stabilito a Yalta che invece ne prevedeva la totale esclusione nei Pasi occidentali. Consideri che per questo suo intento, fu anche apertamente minacciato da Henry Kissinger, 56º Segretario di Stato degli Stati Uniti, che in occasione di una visita di Stato di Moro negli Usa nel 1974, fece un monito ben chiaro allo statista DC avvertendolo della ‘pericolosità’ di tale legame col Pci con le parole: ‘Presidente, lei o la smette o la pagherà cara, molto cara. Questo è un avvertimento ufficiale’. Lo stesso Kissinger che pochi giorni fa ha premiato Mario Draghi a New York come ‘Statista dell’anno’ e che abbiamo convocato più volte in commissione ma non si è mai presentato”.

“Inclusione e la persona prima di tutto: ecco l’eredità politica e umana di Moro”

Insomma i brigatisti, non furono i soli ideatori ed esecutori di quei tragici fatti del ’78.
“Esatto, la gestione del ‘Caso Moro’ presenta per molti anni numerose nebulosità poiché all’epoca pezzi dell’Italia appartenenti alla politica, alla magistratura, ai giornali, alle forze dell’ordine si adoperarono consapevolmente o inconsapevolmente per dare una versione che accreditava le BR quali uniche protagoniste, tesi rafforzata da un Memoriale sul rapimento Moro, che sarebbe stato scritto in carcere dal brigatista Valerio Morucci con la collaborazione di un’altra BR Adriana Faranda nel 1986 e reso pubblico dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1990. Quello scritto diventa poi la verità giudiziaria e storica ufficiale per molti anni, una ‘verità dicibile’ che serve appunto a dimostrare che le BR hanno fatto tutto da sole. Come si legge negli atti della seconda Commissione Moro, invece, le 100 pagine del Memoriale sarebbero state confezionate da più mani: Francesco Cossiga per la Democrazia cristiana, Ugo Pecchioli per il Partito Comunista, poi magistrati e servizi segreti, di questi ultimi i vertici delle Br erano in qualche modo il braccio operativo”.

Quali sono le verità “indicibili”?
“Per farle qualche esempio l’agguato di Via Fani non accadde nel modo in cui fu raccontato in quelle pagine. Il maresciallo Leonardi, caposcorta, e l’appuntato Domenico Ricci, autista della Fiat 130 su cui viaggiava Moro, non furono uccisi da colpi sparati da sinistra, ma da destra, quasi a bruciapelo. Caddero senza reagire, anche se ne avrebbero avuto il tempo, forse perché colpiti da persone che probabilmente conoscevano dalle quali pensavano di non doversi difendere. Poi: la cosiddetta ‘prigione del popolo’ nel covo di via Montalcini a Roma, dove Moro sarebbe stato recluso per 55 giorni, non è mai esistita, egli fu invece custodito due passi dall’incrocio in cui venne rapito, in via Massimi, 91. Moro infine non fu ucciso mentre era disteso nel bagagliaio della R4 rossa, come si è sempre sostenuto, ma fu colpito mentre si trovava in piedi. Gli atti della Commissione sono pubblici e consultabili”.

Forse l’oltraggio più grave alla figura di Aldo Moro – presidente del Consiglio in cinque governi; ministro degli Esteri per cinque anni; segretario della Dc – è che oggi tutta la sua storia sembra cominciare e finire tra via Fani e via Caetani, mentre c’è tanto altro prima dei tragici fatti che si consumarono in quei 55 giorni di prigionia, dunque qual è la sua eredità politica e morale che abbiamo dimenticato?
“Moro nel 1941 nel corso di una lezione all’Università di Bari disse ‘la persona prima di tutto’ e rischiò per quella dichiarazione di essere arrestato dai fascisti; a Moro, che fu tra i padri nobili della nostra Costituzione, va riconosciuto di avere incentrato la sua attività politica avendo fra i suoi principii promotori l’inclusione e la centralità della persona; per farle alcuni esempi, Moro è quello che per esempio, istituisce la scuola media obbligatoria, l’educazione civica fra le materie di studio. Inclusione e la persona prima di tutto: in questi principi la sua eredità politica e umana, insomma un uomo che anticipava il futuro e oggi il suo pensiero è quanto mai attuale”.

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