Clima, dal G20 di Roma al Cop26 di Glasgow - QdS

Clima, dal G20 di Roma al Cop26 di Glasgow

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Clima, dal G20 di Roma al Cop26 di Glasgow

lunedì 01 Novembre 2021 - 07:06

Dopo il successo della giornata di ieri, con Draghi grande protagonista, il mondo si sposta in Scozia. I tre obiettivi del summit: riscaldamento, finanza climatica e numeri delle emissioni di Co2

Sono tre gli obiettivi che l’Unione Europea, la potenza ‘erbivora’ che fa da capofila nella lotta per tagliare le emissioni climalteranti, ha messo nel mirino alla Cop26, l, che si tiene a Glasgow e si concluderà il 12 novembre. I lavori della Cop possono ora partire da “fondamenta solide”, ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi al termine del G20 a Roma, dopo che le venti maggiori economie del mondo, responsabili dell’80% delle emissioni, si sono impegnate a raggiungere la neutralità climatica “entro o attorno” al 2050.

Una giornata importantissima per il clima, quella di ieri a Roma, aperta dai leader del G20 lanciando una monetina nella Fontana di Trevi. E ancor più importante, probabilmente, è la conferenza Cop26 che si apre oggi a Glasgow copresieduto dall’Italia: se tutti gli impegni già presi dai vari Paesi in termini di taglio delle emissioni verranno rispettati, il riscaldamento globale dovrebbe attestarsi a 2,2 gradi centigradi, rispetto ai livelli preindustriali.

“Riconoscendo l’urgenza – si legge nella dichiarazione finale del vertice di ieri – di combattere il degrado del suolo e creare nuovi vasche di assorbimento del carbonio, condividiamo l’obiettivo ambizioso di piantare collettivamente mille miliardi di alberi, concentrandoci sugli ecosistemi più degradati del pianeta. Sollecitiamo gli altri Paesi a unire le forze con il G20 per raggiungere questo obiettivo globale entro il 2030, anche attraverso progetti per il clima, con il coinvolgimento del settore privato e della società civile”.

Draghi grande protagonista

Grande protagonista del G20, nella Nuvola di Fuksas, sede dei lavori, è stato Mario Draghi, che l’ha aperta con il principe Carlo d’Inghilterra e ha ringraziato, nel corso della giornata, “gli attivisti che ci mantengono sulla rotta giusta: credo che questo summit sia stato pieno di sostanza”. Della stessa opinione il presidente americano Joe Biden, che ha sottolineato come il G20 abbia ottenuto risultati “tangibili” su clima, pandemia ed economia.
Quella di ieri è stata anche la giornata dell’addio ad Angela Merkel, salutata da Draghi come “paladina del multilateralismo e di un ordine internazionale basato su regole: faremo tesoro della sua eredità per un tempo molto lungo”
Il premier italiano ha regalato un mazzo di fiori alla cancelliera e gli altri leader le hanno tributato un applauso.

Boris Johnson, il cui governo ha la presidenza della CoP26 di Glasgow di oggi, ieri ha affermato che non ci può essere alcuna “scusa per andare” oltre il 2050 sul contenimento dei cambiamenti climatici non oltre 1,5 gradi in più.
“Adesso siamo in grado di fare della Cop26 un altro successo” ha aggiunto il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha anche ringraziato il presidente Mattarella “per le sue parole sul multilateralismo, il popolo romano per l’accoglienza e soprattutto il premier Mario Draghi per l’organizzazione: penso veramente che questo G20 sia stato un successo per i risultati concreti ottenuti”.

La chiusura della Russia

Chiusura sulla neutralità carbonica da parte della Russia: “Il 2050 non è un numero magico, se questa è l’ambizione dell’Ue, altri Paesi hanno altre ambizioni” ha detto il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, parlando di “vuote ambizioni” e spostando l’obiettivo di dieci anni.

Il mondo si sposta a Glasgow

Da oggi dunque oltre 190 leader mondiali saranno in Scozia per discutere, fino al 12 novembre, sulle tempistiche per la transizione energetica per contenere gli effetti del cambiamento climatico nel corso della ventiseiesima Convenzione quadro delle Nazioni Unite.

La presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen parteciperà ad alcune iniziative collaterali alla Cop26: con il presidente Usa Joe Biden lancerà un impegno per ridurre entro il 2030 almeno del 30% le emissioni di metano (gas più dannoso per il clima della Co2) e con Bill Gates un’iniziativa per finanziare le tecnologie verdi e aiutare a portarle sul mercato.
L’Ue poi, con altri, aiuterà il Sudafrica ad accelerare la propria uscita dal carbone, con una partnership che potrebbe essere replicata in altre parti del mondo.
La Cop26 domani e martedì vedrà a Glasgow i capi di Stato e di governo, che lanceranno in due giorni i messaggi politici necessari a dare il quadro alla Conferenza, per poi lasciare il campo ai negoziatori, fino al 12 novembre.
Nella speranza che riescano a trovare un accordo, sotto le nuvole autunnali della Scozia.

Gli obiettivi di Glasgow

Gli obiettivi della conferenza che si apre oggi a Glasgow sono tre.
Primo, fare quanto è necessario per mantenere il riscaldamento del pianeta intorno a 1,5 gradi centigradi, rispetto ai livelli preindustriali, come previsto dall’accordo di Parigi del 2015. E, per mantenere questo obiettivo in vista, servono più sforzi già in questo decennio, come ha detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Insomma, chi ha preso impegni lontani nel tempo dovrebbe presentare anche piani intermedi e concreti per attuarli, agendo già in questo decennio.

Secondo, mobilitare la finanza climatica, cioè gli aiuti finanziari dei Paesi più sviluppati (in gran parte responsabili del riscaldamento del pianeta) nei confronti di quelli più poveri, per aiutarli a passare ad un’economia meno inquinante, riuscendo a consegnare 100 mld di dollari l’anno già a partire dal 2022, e non dal 2023.

Terzo, trovare un accordo sull’insieme delle regole che, su base scientifica, consentiranno di misurare le emissioni climalteranti e lo scambio di quote delle stesse tra i Paesi, evitando i doppi conteggi.
E’ la parte più tecnica e complicata del negoziato, ma anche quella sulla quale a Bruxelles si respira un certo ottimismo.

I numeri delle emissioni

Per il primo, l’obiettivo di tagliare le emissioni di più già in questo decennio, il gap che va colmato è stimato a 28 gigatonnellate di emissioni climalteranti di qui al 2030 (una gigatonnellata equivale ad un miliardo di tonnellate), per consentire di mantenere il riscaldamento del pianeta sotto i 2 gradi centigradi e, idealmente, a 1,5 gradi. E’ una quantità significativa ma, a quanto si è appreso a Bruxelles, non è considerata fuori portata.

Le chance di successo sono aumentate notevolmente con l’amministrazione di Joe Biden: con Donald Trump alla Casa Bianca, le possibilità di arrivare ad un accordo significativo con la Cop26 erano pari a zero. Ora non è tutto risolto, anche perché gli Usa non sono l’unico Paese che conta in questa partita, ma le possibilità di riuscita non sono più nulle.

Se tutti gli impegni già presi dai vari Paesi in termini di taglio delle emissioni verranno rispettati, il riscaldamento globale dovrebbe attestarsi a 2,2 gradi centigradi, rispetto ai livelli preindustriali (l’accordo di Parigi non specifica quali siano esattamente: è un tema ancora discusso a livello scientifico). Una riduzione compresa tra 10 e 15 gigatonnellate, che dovrebbe essere sufficiente a contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi, è considerata a Bruxelles come raggiungibile relativamente a breve, forse già nel corso della conferenza di Glasgow o poco dopo. Ma non basta: l’obiettivo, non facile, è 1,5 gradi. L’Ue ha approvato una legge sul clima che prevede la neutralità in termini di emissioni nocive entro il 2050 e ha presentato un ampio pacchetto legislativo, il Fit for 55, che dovrebbe consentire di tagliare le emissioni climalteranti (Co2, metano e altri) del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, fissando così un obiettivo a medio termine, vincolante.

Obiettivo 1,5 gradi centigradi

Per far sì che l’obiettivo di 1,5 gradi non rimanga una chimera, altre grandi economie devono prendere impegni (Ndc, Nationally Determined Contributions) più stringenti di quelli presi finora.
“Servono impegni sufficienti per tagliare davvero le emissioni in questo decennio – ha detto Ursula von der Leyen – la scienza è molto chiara: è urgente. La scienza ci dice che il cambiamento climatico è prodotto dall’uomo, quindi possiamo fare qualcosa, ma dobbiamo agire”.

Il nodo Cina e India

Mentre gli Usa con Biden hanno fatto più o meno quanto ci si aspettava da loro, lo sguardo dei negoziatori è rivolto ad altri grandi Paesi, in particolare a Cina e India, i due giganti asiatici, ma anche a Messico, Brasile, Indonesia, Sudafrica, Arabia Saudita, Russia. La probabile assenza del presidente cinese Xi Jinping non promette bene, ma a Bruxelles si sottolinea che la posizione cinese si è evoluta, che Pechino è considerata sul clima un partner affidabile e che ci si aspetta qualcosa dal primo Paese al mondo per popolazione.

Già l’impegno preso da Xi di non finanziare più centrali elettriche a carbone fuori dai confini nazionali è significativo. Ora ci si aspetta qualche impegno per quanto concerne le centrali elettriche a carbone in Cina. Pechino ha già rallentato il ritmo a cui realizza nuove centrali a carbone per alimentare la propria crescita economica. Questo rallentamento del ritmo è sufficiente a che l’aumento corrispondente della domanda di gas da parte del gigante asiatico incida a livello mondiale: è uno dei fattori alla base dei rincari del gas naturale di queste settimane, che si sono fatti sentire in Ue e anche nel Regno Unito, che ha dovuto riaccendere due centrali a carbone.

La finanza climatica

Sulla finanza climatica, l’Ue premerà sugli Usa perché accelerino, in modo da poter disporre di cento miliardi di dollari annui già a partire dal 2022, e non dal 2023 come attualmente previsto.
L’Ue ha aumentato il proprio contributo di 4 mld: Washington ha coperto una parte significativa del proprio gap, ma non tutta, e l’Ue preme perché agisca. Certo, mancano ancora dei soldi, ma appena qualche anno fa non si era affatto vicini ad un impegno a tre cifre sulla finanza climatica, si nota a Bruxelles. Una parte del negoziato su questo punto riguarderà anche quanti soldi andranno all’adattamento dei Paesi poveri al cambiamento climatico, e quanti invece alla mitigazione climatica. Mentre la mitigazione è tutto quello che affronta le cause del riscaldamento globale, l’adattamento è tutto ciò che è necessario per adeguarsi alle nuove condizioni climatiche.

Le quote di emissione

Il terzo punto, le regole.
Un accordo è indispensabile per stabilire uno standard comune di conteggio delle emissioni, in modo che i Paesi si possano fidare gli uni degli altri. Una parte cruciale del negoziato riguarderà quante delle quote di emissione attualmente in circolazione verranno “travasate” nel nuovo sistema: se venissero trasferite tutte, annacquerebbero irrimediabilmente gli impegni.
E possibile che si arrivi a un compromesso, con una parte dei vecchi permessi portati a nuovo.

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