Covid a Catania, "Per guarire soldi e famiglia fanno la differenza" - QdS

Covid a Catania, “Per guarire soldi e famiglia fanno la differenza”

Ivana Zimbone

Covid a Catania, “Per guarire soldi e famiglia fanno la differenza”

sabato 01 Maggio 2021 - 09:30

La drammatica segnalazione di un cittadino dimostra come l'assistenza domiciliare non funzioni. Se vuoi guarire dal Covid, devi sperare di essere benestante e di avere familiari disposti a rischiare.

Essere positivi al Covid, trovarsi costretti a rimanere da soli in casa, non potere uscire, non essere capaci di respirare bene, non essere lucidi, non sapere quali medicine prendere e come comprarle, o come procurarsi del cibo. Questa è la condizione in cui possono facilmente trovarsi molti cittadini che, in assenza di una rete familiare, non possono ricevere l’assistenza di cui hanno bisogno. Nemmeno dopo aver superato la fase più difficile della malattia. Ancora una volta, a fare la differenza tra chi guarisce e chi no non è soltanto la predisposizione fisica, ma anche la condizione economica e sociale. Perché le istituzioni, forse, non contemplano gli ultimi.

Qualche giorno fa è giunta la segnalazione di un cittadino che, residente nel Catanese e positivo al Covid, si trovava in casa a gestire una situazione insostenibile. Matteo Romeo è rimasto positivo al Covid per oltre un mese. “Così come mia madre, sono stato contagiato da mio padre che si è trovato in ‘isolamento’ nell’abitazione che condivide con noi – racconta -. Inizialmente avevo sintomi poco preoccupanti, come mal di testa e dolore alle ossa. Poi ho cominciato ad avere avere anche una forte tosse e a non riuscire a respirare bene. Ma ho dovuto tenere duro, perché ci siamo dovuti occupare di mio padre che altrimenti sarebbe morto”.

L’ASSISTENZA DOMICILIARE, CHI LA OPERA

Ad accusare maggiori difficoltà, infatti, è stato proprio il padre del giovane, Salvo Romeo, soggetto a rischio in quanto affetto da cardiopatia e obesità: “Mio papà ha scoperto la sua positività effettuando lo screening al drive in di San Pietro Clarenza. Da quel momento in poi si è isolato in casa, ma questo non è bastato a evitare il contagio del resto della famiglia – spiega Matteo -. Anche perché lui stava male e gli unici a poterlo aiutare eravamo io e mia madre, che ci premuravamo di monitorare la sua temperatura corporea e la sua saturazione. Al decimo giorno, si è aggravato. Nessuno era mai venuto a visitarlo. Abbiamo dovuto chiamare il 118 e insistere per ottenere il suo ricovero, visto che i sanitari in casa non si erano accorti della sua polmonite interstiziale bilaterale e della compromissione al 50% di un suo polmone, cosa che invece è stata poi appurata in sede ospedaliera. E visto che il loro saturimetro riportava valori diversi da quello casalingo che avevamo sino ad allora utilizzato”.

Ad aver sbalordito i familiari del ricoverato sono state soprattutto l’assenza di assistenza domiciliare per supportare realmente i malati e le eccessive responsabilità delle quali devono farsi carico i loro parenti che, senza competenze adeguate, devono riuscire a rendersi conto del loro stato di salute, rischiando di infettarsi o di avere rimorsi: “Abbiamo ricevuto assistenza soltanto dal medico curante, Elio Chiarenza che con grande disponibilità, si collegava in videochiamata con noi ogni giorno. Ed è stato proprio lui ad accorgersi, nonostante la distanza, della compromissione della salute di mio padre, avvertendo l’operatrice dell’Asp – continua il ragazzo -. Se non ci fossimo stati noi parenti, in grado di accudirlo e monitorarlo, così come di provvedere alle sue esigenze primarie, probabilmente sarebbe morto. Come da linee guida, il personale dell’Asp si reca dal malato solo per effettuare i vari tamponi a diversi giorni di distanza l’uno dall’altro. Per tutto il resto, si può solo chiamare il 118 in casi estremi, quando magari è troppo tardi. Oppure rivolgere le proprie domande al gruppo di medici volontari su Facebook ‘Terapia domiciliare Covid 19’, disponibili h24 per loro magnanima bontà”.

IL REPERIMENTO DEI BENI DI PRIMA NECESSITÀ E LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI DEI POSITIVI AL COVID

Nonostante il discreto stato di salute del resto dei familiari, la gestione del quotidiano in casa Romeo si è fatta sempre più difficile: “Purtroppo quando un cittadino risulta positivo, il sistema non prevede che sia l’Asp a contattare quotidianamente il malato che, se ha bisogno, deve riuscire chiamare il numero verde dedicato – precisa -, attendendo con pazienza una risposta. Ma se questi non è nelle condizioni di farlo, cosa succede? A questa domanda non riesco a trovare una risposta. Così come non si capisce, con un’intera famiglia in quarantena, chi e come debba provvedere per diverse settimane al rifornimento dei beni primari e all’acquisto delle medicine necessarie. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere amici e parenti che potessero farlo, lasciando tutto dietro la nostra porta di casa e anticipando per noi le somme dovute”.

A tutte queste criticità, se n’è aggiunta un’altra di tipo igienico. I locali in cui si trovano in isolamento i soggetti positivi al Covid dovrebbero essere disinfettati frequentemente. E tutti i rifiuti “inquinati” andrebbero smaltiti separatamente come rifiuti speciali. Questa famiglia pare abbia incontrato difficoltà anche in questo: “Nei primi 21 giorni sono venuti a raccogliere la nostra spazzatura soltanto due volte. Nei nostri sacchetti si trovavano medicinali, siringhe, mascherine, guanti, fazzoletti, escrementi dei nostri due cani. Pure in questo caso, ci siamo dovuti mobilitare noi – continua -. Abbiamo chiamato prima i vigili urbani, poi il servizio di raccolta, dopo ancora l’Asp, assistendo a uno scaricabarile davvero spiacevole in un momento in cui non stavamo per niente bene”.

OSPEDALE SAN MARCO, UN “CONCENTRATO” DI PROFESSIONALITÀ E UMANITÀ

Salvo Romeo è stato ricoverato all’ospedale San Marco di Catania in gravissime condizioni per 10 giorni. Il personale sanitario riteneva molto difficile che potesse sopravvivere alla malattia.
Fortunatamente – grazie alla professionalità dei medici che lo hanno avuto in cura – ha superato il peggio. Ma la strada è ancora in salita.

“Al San Marco il personale è stato incredibilmente competente e sensibile – dice Salvo Romeo -. Oltre ai medici, anche gli ausiliari e gli infermieri si sono comportati come fossero miei fratelli, non come se io fossi un semplice paziente. Al mio compagno di stanza hanno anche tagliato accuramente la barba, per tirargli su il morale”.

“Medici, infermieri e altri assistenti sono stati una vera sorpresa, visti i pregiudizi spesso nutriti nei confronti della sanità siciliana – continua il figlio -. Abbiamo potuto riscontrare grande professionalità e soprattutto immensa umanità. In un primo momento, era terminato il farmaco di cui aveva bisogno mio padre e, pure in questo caso, i medici hanno tentato strade alternative. Come la terapia sperimentale con immunoglobuline che si è rivelata molto efficace. Purtroppo, però, usciti dall’ospedale siamo tornati a fare i conti con la mancanza di continuità nell’assistenza al malato”. 

Il padre del ragazzo, una volta rincasato, non era comunque guarito. È rimasto a letto, legato alla sua bombola d’ossigeno per almeno 3 mesi. Essendo ancora positivo, nuovamente non ha potuto richiedere l’intervento di nessun medico per essere visitato con frequenza, rischiando una ricaduta.

Adesso si è negativizzato e al 30esimo giorno dalle sue dimissioni potrà fare una radiografia per controllare i suoi polmoni: “I medici sanno bene che questo virus, quando va via, lascia problemi ai polmoni difficili da debellare. Alcuni pazienti, a distanza anche di 8 mesi dalla guarigione, si trovano a combattere con gli strascichi che possono diventare peggiori dell’infezione primaria stessa – aggiunge Matteo -. Non sempre le normali radiografie sono in grado di evidenziare le polmoniti e talvolta è necessario fare una Tac per avere un quadro più esaustivo”.

FISIOTERAPIA E ASSISTENZA PSICOLOGICA

Oltre all’infezione, dunque, i malati di coronavirus devono prestare molta attenzione alla loro riabilitazione. Nei mesi scorsi l’ospedale San Marco ha attivato dei programmi di fisioterapia utili al recupero della salute dei pazienti, ricevendo in donazione pure dei tapis roulant dall’azienda Zaccà Sport. Con un comunicato, il nosocomio informava i cittadini dell’attivazione anche della fisioterapia telematica.

Al padre di Matteo Romeo, però, non sarebbe stato proposto nulla di simile. L’uomo, tornato a casa ancora positivo al Covid, non si è potuto recare da un fisioterapista privato, né tantomeno richiederne l’assistenza a domicilio.

Ci siamo messi allora in contatto con il professore Nunzio Crimi, direttore dell’unità di Pneumologia del P.O. Gaspare Rodolico, che si è mostrato molto disponibile e ha spiegato le criticità burocratiche e non con cui quotidianamente è costretto a scontrarsi: “I pazienti hanno ragione a dire che il sistema di assistenza non funziona completamente – ha detto -. La nostra iniziativa spontanea vuole intervenire per offrire un piccolo contributo a coloro che hanno bisogno, ma viene costantemente ostacolata dalla carenza del personale adeguato allo scopo e dalla burocrazia. Nonostante questo, proviamo a fare il possibile. Al Policlinico è attiva la fisioterapia telematica, così che chi avesse bisogno può collegarsi due volte al giorno, per due ore, per fare i propri esercizi, assistito dal personale”.

A seguito della segnalazione, il direttore Crimi ha avuto modo di parlare con la famiglia Romeo. Il ragazzo, apprezzando l’iniziativa del medico, tiene però a precisare come le differenze sociali siano determinanti nel recupero della salute dei soggetti che sono o sono stati positivi al Covid: “Stiamo facendo ulteriori accertamenti privatamente, purtroppo, come richiesto. Perché quando esci dall’ospedale, se vuoi monitorare la tua salute ed evitare ulteriori imprevisti puoi solo sperare di avere qualche soldo in tasca, nonostante possa aver perso il lavoro o non aver lavorato per mesi a causa della malattia. Dopo queste analisi, potremo finalmente avviare la fisioterapia più utile a mio padre, seguendo i consigli preziosi del personale sanitario”, conclude.

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