Imprese confiscate alla criminalità, è siciliana 1 su 3 - QdS

Imprese confiscate alla criminalità, è siciliana 1 su 3

Serena Giovanna Grasso

Imprese confiscate alla criminalità, è siciliana 1 su 3

giovedì 15 Agosto 2019 - 02:00
Imprese confiscate alla criminalità, è siciliana 1 su 3

Confindustria-Srm: si trovano nell’Isola 956 aziende, il 30,7% delle 3.109 sottratte al controllo delle mafie in Italia. Nelle otto regioni del Mezzogiorno si concentrano i due terzi del totale (2.102). Purtroppo, nel 95% dei casi i beni aziendali finiscono in liquidazione, solo nel 4% dei casi si arriva alla vendita. Le difficoltà sono riconducibili alla perdita del “vantaggio competitivo criminale”, consistente in fornitori intimiditi e concorrenti scoraggiati

PALERMO – Quasi un’impresa su tre confiscata alla criminalità ha i propri natali in Sicilia: infatti, rispetto alle 3.109 aziende sottratte, anche in via non definitiva, al controllo della criminalità organizzata nelle venti regioni italiane ben 956 sono siciliane (30,7%), ovvero il valore maggiormente elevato a livello nazionale. Un terzo delle imprese confiscate in Sicilia opera nel settore delle costruzioni (318). I dati, contenuti all’interno del rapporto Check-Up Mezzogiorno, realizzato congiuntamente da Confindustria e Srm (Studi e ricerche per il Mezzogiorno), si riferiscono alla situazione complessivamente registrata in Italia dall’entrata in vigore della legislazione sulle misure di prevenzione patrimoniale, regolata dalla Legge numero 646/1982 (cosiddetta Rognoni-La Torre).

Nelle otto regioni del Mezzogiorno si concentrano oltre i due terzi di aziende destinate all’affitto (a titolo oneroso o gratuito, ad esempio a cooperative di lavoratori dipendenti dell’impresa confiscata), vendita o liquidazione con provvedimento dell’Anbsc (Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata), pari a 2.102 e corrispondenti al 67,6% del totale.

Seguono alla Sicilia, per consistenza del fenomeno, Campania (598 aziende, pari al 19,2% totale nazionale), e Calabria (371, ovvero l’11,9%). Il 14,9% del totale si concentra al Centro, circoscrizione in cui sono coinvolte 462 imprese, mentre il restante 17,6% si colloca al Nord, con 545 aziende destinatarie della misura. Al Nord, la regione che spicca è la Lombardia (265, pari all’8,5% del totale), a conferma del crescente diffuso radicamento delle organizzazioni criminali e dei loro interessi economici nelle aree più ricche del Paese.

Alla fine del processo di sequestro di un’azienda riconducibile alla criminalità organizzata, viene nominato un amministratore giudiziario con il compito di amministrare i beni, anche al fine di farli fruttare. In questa attività è assistito dall’avvocatura generale dello Stato e dall’Anbsc, alla quale è affidata la gestione del bene dopo il provvedimento di confisca di primo grado. A seguito della confisca definitiva – che è una misura di sicurezza definitiva, a differenza del sequestro che è normalmente una misura cautelare provvisoria – i beni entrano a far parte del patrimonio dello Stato. L’Anbsc decide la destinazione del bene, versando al Fondo unico per la giustizia le somme di denaro.

Purtroppo, i beni aziendali finiscono in liquidazione ben nel 95% dei casi, contro un misero 4% di vendite e 1% di cessioni gratuite: un vero e proprio danno economico per lo Stato, che si traduce anche in uno “spreco di legalità” sul territorio. Il motivo principale sembra risiedere nella natura stessa delle imprese mafiose. Prima del sequestro, esse godono del “vantaggio competitivo criminale”: i fornitori intimiditi o collusi concedono condizioni favorevoli, i potenziali concorrenti sono scoraggiati dalle ritorsioni, la sistematica evasione fiscale consente spesso una notevole liquidità, le regole sul lavoro e quelle ambientali sono del tutto ignorate e l’attività ispettiva è inibita con intimidazioni o tangenti.

Dopo la confisca le condizioni di vantaggio scompaiono perché l’impresa si adegua alle regole. Oltre questo, spesso pesa un atteggiamento non collaborativo da parte delle banche che hanno un’ipoteca sul bene o un credito da estinguere che ne impedisce la sopravvivenza sul mercato.

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