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Laurea, lavoro e infrastrutture

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Laurea, lavoro e infrastrutture

Salvo Fleres  |
mercoledì 29 Giugno 2022 - 09:15

A tre anni dalla laurea solo il 78,4% lavora

Secondo l’esito di recenti studi compiuti da Almalaurea, nel nostro Paese, a tre anni dal conseguimento della laurea magistrale, soltanto il 78,4% di chi ha conseguito tale titolo di studio riesce a trovare un lavoro.
I dati sono leggermente diversi se guardiamo alle università siciliane. L’ateneo catanese, che è quello con la più alta percentuale, registra un’occupazione post laurea del 74,4%, Palermo arriva al 72,6%, Enna si attesta al 72,4% e Messina si ferma al 71,9%.
Dati ancora più bassi si possono rilevare a Reggio Calabria, dove gli occupati dopo la laurea sono il 64,9%, a Catanzaro sono il 62,7%, mentre a Napoli si sale al 76,3%.
Dati ancora migliori si registrano negli atenei pugliesi, in cui gli occupati dopo il conseguimento della laurea salgono all’82,2%. La percentuale sale ancora a Bergamo, dove tocca l’88,9%.

È interessante segnalare che le differenze occupazionali si annullano per quanto riguarda le facoltà di ingegneria. Gli studenti che si laureano a Catania, infatti, trovano lavoro entro tre anni nell’86,5% dei casi, a Palermo, nello stesso periodo, si colloca l’89,2% degli interessati e a Napoli il 91,2%, a fronte dell’82,6% di Padova.

Ciò che cambia molto, invece, è la retribuzione. I laureati uomini catanesi, in media, ottengono un salario di 1.361 euro (1.513 gli uomini e 1.267 le donne). A Torino la cifra media sale a 1.764 euro, a Bologna si ferma a 1.477 euro, mentre a Bergamo si attesta sui 1.549 euro.

Non vi è dubbio che il rapporto tra facilità di collocamento e situazione economica delle aree in cui si opera è fortissimo, motivo per il quale appare di tutta evidenza che il vero nodo del Paese riguarda le reali capacità di sostenere lo sviluppo economico, una circostanza che, a sua volta, è fortemente connessa con le capacità attrattive dei relativi territori. Si tratta di una condizione che non si realizza in maniera spontanea, ma soltanto a seguito di precise politiche di crescita ed altrettanto precisi investimenti, riguardanti soprattutto l’ambito dei trasporti stradali e ferroviari e della logistica.

Chi pensa che l’offerta occupazionale sia sganciata dall’offerta strutturale ed infrastrutturale delle aree interessate è molto distante dalla realtà. Così come è molto distante chi pensa che il salario rappresenti una variabile indipendente dalla produzione.
Tra gli altri parametri, a dimostrare una tale situazione sono le retribuzioni medie di chi agisce in zone a forte espansione economica e quelle di chi opera in aree più depresse come quelle del Mezzogiorno.

Il salario medio di un impiegato lombardo è pari a 31.553 euro, in Sicilia la cifra scende a 26.124 euro, mentre in Calabria la situazione è ancora peggiore, dato che il salario medio è ancora più basso e non supera i 25.438 euro.

Il discorso non cambia per le retribuzioni dei quadri: la media nazionale è pari a 54.519 euro annui, in Sicilia la cifra scende a 49.650 euro ed in Lombardia sale a 56.607 euro. Insomma, se è vero che l’articolo 3 della Costituzione appare assolutamente chiaro e punta ad un’eguale qualità della vita in tutto il Paese, non si può dire che l’obiettivo sia già stato raggiunto.

Ad ogni modo è bene ricordare quanto sostenuto dalla Legge fondamentale dello Stato: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ricordare questi principi può far bene, soprattutto quando si stenta a prendere coscienza di come vadano le cose in un’Italia a forte trazione centro-nordista.

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