Paolo Pizzo, dalla diagnosi di tumore alle vittorie nello sport - QdS

Paolo Pizzo, dalla diagnosi di tumore alle vittorie nello sport

Elettra Vitale

Paolo Pizzo, dalla diagnosi di tumore alle vittorie nello sport

martedì 08 Novembre 2022 - 05:40

“La cura è come una gara, sostenere la ricerca è fondamentale per avvantaggiarsi rispetto alla malattia”

CATANIA – Catanese di nascita, 39 anni, lo schermidore Paolo Pizzo si è aggiudicato due ori mondiali nel 2011 e nel 2017 come specialista di spada. Nei giochi olimpici del 2016 a Rio De Janeiro, inoltre, ha vinto la medaglia d’argento nella spada a squadre, oltre a diversi riconoscimenti negli Europei. Un vincente, insomma, e non solo nello sport.

Aveva solo 14 anni quando gli è stato diagnosticato un ganglioma, un tumore al cervello di primo grado di malignità. Solo sei anni dopo è riuscita a sconfiggere definitivamente la malattia e a riprendere la sua carriera agonistica. Da quel momento, forte di un’esperienza di cura positiva grazie anche al prezioso contributo della ricerca, Paolo è testimonial Airc. Il Quotidiano di Sicilia l’ha intervistato in esclusiva.

Dalla diagnosi alla guarigione: cosa puoi raccontarci del tuo lungo e difficile cammino che ti ha visto passare da paziente oncologico a campione olimpico di scherma?
“Ci sono diverse fasi del percorso di un paziente oncologico come me che, alla fine, è riuscito a guarire dalla malattia. La prima è stata sicuramente la diagnosi, che nel mio caso è arrivata a 13 anni, in piena adolescenza. Ancor prima di scoprirlo, per circa un anno ho cercato di tenere i miei stati di malessere fisico e quelli che poi ho scoperto essere i primi sintomi nascosti sia ad amici che parenti, perché volevo avere la mia rivalsa personale sulla malattia senza chiedere aiuto a nessuno. Tutto ciò è stato possibile fin quando mia sorella si è accorta di una crisi epilettica che mi ha costretto a recarmi da un medico per tutti gli esami del caso. Dopo questo periodo, una volta diagnosticato il tumore, è iniziata la seconda fase, ovvero quella della ricerca e della cura. Da qui ho iniziato con terapie farmacologiche e interventi chirurgici mirati, per i quali ho avuto il prezioso supporto della mia famiglia dei medici e, soprattutto, della ricerca. In questa fase ho avuto la possibilità di vedere in prima persona gli operatori del settore che, dietro le quinte, lavorano al meglio per mettere in campo tutte le procedure necessarie per scoprire la malattia e, successivamente, affrontarla. Sei anni dopo, una volta espletati i controlli di routine e, finalmente, sono stato dichiarato guarito. A questo punto è arrivato ‘il bello’, specie a livello emotivo perché si prende consapevolezza di essere in grado di poter affrontare con grande coraggio tutte le sfide della vita e, allo stesso tempo, si può diventare punto di riferimento ed esempio per chi sta vivendo la sua battaglia. È vero, però, che rimane una sorta di cicatrice, qualcosa di profondo e oscuro che è inenarrabile e che ogni paziente oncologico porta con sé. La maniera migliore di rivalutare questo aspetto è di portare fuori la propria esperienza positiva di paziente che è riuscito a sconfiggere la malattia. È dunque fondamentale trasmettere la fiducia totale nella ricerca e negli operatori e, contemporaneamente, offrire degli indizi alle famiglie che sono costrette a prendere delle scelte piuttosto complicate ma anche ai pazienti per approcciarsi a decisioni cruciali nel migliore dei modi”.

Quanto è stato importante lo sport in questo percorso?
“Innanzitutto vengo da una famiglia di sportivi e, prima di scoprire di essere malato, praticavo pallavolo, calcio e scherma. Successivamente ho deciso di dedicarmi solo a quest’ultima, che avevo iniziato già a cinque anni. Questo sport innanzitutto mi ha insegnato a combattere e, quindi avevo degli ottimi riferimenti per affrontare la malattia, specie a livello emotivo che è un aspetto molto importante e che incide sul percorso terapeutico. La capacità di rialzarsi dopo le cadute tanto nelle gare quanto negli appuntamenti con i medici è stato fondamentale nel cammino che mi ha portato alla cura. Tutto questo, una volta guarito, si è riflesso ovviamente anche sulla mia carriera sportiva. Dalla malattia avevo imparato ad affrontare tutto con estremo coraggio e, una volta tornato in campo e maturato razionalmente tutto ciò che avevo passato, mi sono reso conto che non avevo paura di affrontare nessuna competizione o avversario ma solo un profondo rispetto. Non sentivo in alcun modo la pressione della gara e, anzi, ero facilitato avendo vissuto un’esperienza così terribile e paurosa”.

Qual è il tuo punto di vista sulla ricerca nel settore oncologico? Cosa si potrebbe fare di più per incentivarla e supportarla?
“La prima cosa che mi viene da dire, avendo vissuto questa esperienza in prima persona, è che spesso è un argomento che si tende a sottovalutare e a non affrontare fin quando non si è coinvolti in prima persona. È solo a quel punto, ovvero quando se ne ha necessità, che ci si aggrappa con tutte le proprie forze alla ricerca. Siccome i numeri di casi di tumori ormai sono davvero impressionanti, urge davvero armarsi e avvantaggiarsi rispetto alla malattia. La ricerca deve quindi essere un passo avanti, specie nel caso di tumori rari ed è necessario che le terapie siano il più possibile aggiornate, efficaci e, allo stesso tempo, meno invasive. È un bacino che va continuamente alimentato e reso come un fiume in piena e non interrotto e rifocillato soltanto al bisogno. Tutti i passi del cammino di cura vanno paragonati a una vera e propria carriera sportiva: senza allenamento non ottieni i risultati in gara. I ricercatori devono poter fare il miglior allenamento possibile e questo richiede attenzioni e sovvenzioni dal punto di vista economico, governativo e anche dell’opinione pubblica. Non è mai un momento perso quello in cui si fa informazione sulla ricerca scientifica, sui suoi programmi ma anche sulle raccolte fondi e sui racconti relativi alla professionalità degli operatori del settore che lavorano dietro le quinte. È per questo che tutte le volte che Airc chiama io rispondo con entusiasmo perché ritengo doveroso per le nostre famiglie, partner e collettività trovare sempre un momento per riflettere sul fatto che la ricerca scientifica ci tocca tutti e possiamo diventarne parte in quanto pazienti, inaspettatamente da un giorno all’altro”.

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