Radio Lamp, Cala Croce - Capitolo 7 - QdS

Radio Lamp, Cala Croce – Capitolo 7

redazione

Radio Lamp, Cala Croce – Capitolo 7

domenica 18 Settembre 2022 - 10:00

Il settimo capitolo del feuilletton “Radio Lamp” dell’autore Giovanni Pizzo che con ironia e leggerezza ci cunta di Sicilia e di Sud

Mi vuoi ripetere cosa ci facciamo qui ? Gli intimò Perla.

Ti sto riportando il filo delle indagini. – Disse con voce lieve Dip

Ma di che cazzo di indagini vai cianciando. Io poliziotto tu..cosa sei tu?

Un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

E che cos’è?

È un bellissimo film di Elio Petri, con uno strepitoso Gian Maria Volonté ed una sensualissima Florinda Bolkan. Un’icona inarrivabile. Per non parlare della meravigliosa colonna sonora del grande Maestro Ennio Morricone. Un capolavoro, soprattutto nel tema iniziale, girato nel ghetto ebraico di Roma. Teoricamente è un giallo ma il colpevole si vede subito nelle prime scene. Poi il soggetto diventa il potere e le sue finzioni.

Basta! Hai finito di fare il cinefilo? Perché a farti fare la fine del cinofilo in una gabbia per cani randagi ci metto un attimo! Allora spiegami ora che hai combinato ancora per intralciare le indagini.

Scusa ma quali indagini? Non avete trovato la provenienza del C4, del russo non c’è traccia, non siete riusciti a venire a capo delle tracce dell’artista modenese, e poi non avete perquisito il LORAN.

Intanto abbiamo mandato l’esplosivo al reparto centrale antiterrorismo. Sono loro, e non un commissariato di provincia a dover fare gli accertamenti.

Lampedusa non è provincia.

Ah no? Agrigento cosa è? Il centro del Mondo?

Cosa c’entra Lampedusa con Agrigento? A parte che Akragas come la chiamavano i greci era una città importantissima millenni fa. E poi ci è nato Pirandello, premio Nobel, ed i fratelli Taviani ci hanno girato Kaos. E comunque Agrigento e Lampedusa non c’entrano nulla l’una con l’altra. Lampedusa è un microcosmo a parte. È il confine, come nel Deserto dei Tartari di Buzzati. Solo che è un confine meno silente ma più caotico. Più arabo, più africano.

Tu mi fai ammattire con tutte ste cazzate pseudo culturali. Il russo mi pare che non era russo, ma di Catania, e mi sono dovuto scusare con il prefetto che è stato chiamato da un altro esponente del partito del Presidente Berlusconi.

Un catanese pure muffuto. E bravo Igor.

Zitto! La tua sedicenne supertestimone è totalmente fuori di testa, è una figlia dei fiori in ritardo. Probabilmente prende sostanze e ha cambiato duemila versioni della sua storia. E per quanto riguarda la base LORAN secondo te io faccio irruzione in una base NATO perché un cuoco filosofo afferma di avere visto un militare americano dopo trent’anni che se ne sono andati?

Certo!

E perché certo?

Perché in fondo mi vuoi bene, e sotto sotto provi ancora qualcosa per me.

Tedesco!!

Sì Ispettore.

Prendi questo debosciato senza simiglio e buttalo fuori di qui!

Ma questo è un locale pubblico signor Ispettore.

Appunto. Bravo Tedesco – disse Dip – ti ho portato qui perché tra poco arriva Amhed.

E chi sarebbe questo Amhed?

Vedrai.

Il tramonto stava lanciando i suoi ultimi sprazzi di sole quando un un personaggio in caftano con la barba rossa ed un turbante in testa si presentò vicino al gong del Tunez, locale affacciato su Cala Croce. Li ogni sera si svolgeva il rito del tramonto tra musica lounge e cocktail.

L’arabo cominciò a suonare il gong, lo fece per tredici volte, con una perizia da orchestrale della Scala. Al tredicesimo rintocco salutò GL ospiti del locale e si diresse all’uscita, quando fu fermato da Dip.

Amhed vuoi riferire all’Ispettore cosa mi hai detto stamattina?

Che mi hanno rubato le collanine di giada?

Intanto non erano di giada, erano di volgare plastica. Non sto parlando di quello ma di quello che hanno fatto alla tua capra.

Povera capra signora ispettore. Era con me da tanto tempo. Io volere risarcimento, anche morale se possibile.

Ma di che cazzo state parlando voi due? Ma io che ci faccio con questi due scimuniti.

Ascoltalo. Abbi pazienza. Cosa è successo alla tua capra Amhed?

Loro mi hanno ammazzato capra. Bella capra, un po’ anziana e con poco latte, ma bella capra, nessuna capra più bella di lei.

Chi l’ha ammazzata Amhed? Chi ha ucciso la tua capra.

I russi. Maledetti russi. Sono stati loro.

Quali russi? – chiese l’ispettore Perla – come sai poi che sono russi?

Io conosco russo. Sono stato prigioniero russo. Io sono stato mujahidin in Afghanistan, in anni 80, io combattevo russi.

Ma posso io, con la divisa che ho indosso, credere a te che sei fuori di testa e a questo Turco Napoletano che suona il gong all’aperitivo?

Con la divisa non lo so. Ma senza mi ascoltavi volentieri una volta.

Tedesco!!

Si Ispettore.

Li sbatti fuori tutti e due. Me ne fotto che è un esercizio pubblico. Cameriereee!

Si Ispettore.

Mi porti un Negroni mi devo calmare.

Dip si allontanò dalla collera poliziesca. C’era ancora luce. Guardò L’agente Tedesco che si stava allontanando verso la macchina di servizio. Qualcosa come un ragno impazzito girava nella sua testa. Poi finalmente capì. Tirò fuori la fotografia trovata nella stanza di Mino. Erano passati tanti anni, ma quello sul campo di calcio, in piedi accanto a Mino era lui, solo che aveva i capelli e non aveva quegli strani baffi. Doveva assolutamente parlargli.

Buttò uno sguardo al Tunez. Noemi era ancora lì, stava bevendo un Negroni da sola. È sempre triste vedere qualcuno che beve da solo. Specie se è una donna. Ma perché era così cambiata? E soprattutto perché si era così allontanata da lui?

Non voleva nemmeno essere chiamata con il suo nome. Diceva sempre che era un nome da suora, e Dip la sfotteva su questo. Lui allora le promise che l’avrebbe chiamata per cognome. E da allora fu solo Perla.

Mise in moto la vespa special verdina e dopo aver costeggiato l’isola nel suo imbrunire tornò in Paese. Beccadelli aveva prenotato il cous cous da Tony e non poteva mancare. Sulla porta del Gemelli, il locale di Tony, c’era seduto Manù, il padre che si fumava una sigaretta, era stranamente in pausa, lui che sembrava l’unico che lavorava veramente in quel posto.

Com’è oggi il cous cous Manù? – Chiese Dip.

Non ne puoi trovare uno di migliore a nord di Città del Capo e a Sud di Oslo.

Dentro il ristorante Tony cantava con la chitarra in mano la sua Hit più famosa, Sharabià, una canzone in una lingua mista tra arabo, francese, italiano. Una specie di esperanto mediterraneo. Tony era un personaggio a tutto tondo come dicono gli scrittori forbiti. Aveva una faccia scavata nel tempo, lunghi capelli bianchi come Gandalf, e una flemma tutta sua scandita da una parola che diceva sempre. Yesss. Per cui per tutti era Tony Yesss. In effetti si chiamava Antoine Michel o forse era il nome d’arte. Ma sull’isola era solo Tony.

Gionni cosa è sta faccia di mare in burrasca? Non è che stai pensando sempre a lei? Vincent mi ha detto che ci hai riparlato.

Tony in uno sputo di isola di pochi kilometri quadrati non è tanto difficile incontrarsi.

Incontrarsi è una cosa, il saluto è degli angeli, ma parlarsi a voi due non serve. Tanto non vi capite. Parlare due lingue non compatibili. Voi avete solo un codice. Te l’ho sempre detto. L’ho pure scritto nella mia famosa canzone. Cucculampà. Se l’acqua bugghie pi chi un la cali? Cucculampà , cucculampà.

Non ho capito cosa dovrei calare?

Lo spaghetto Gionni, lo spaghetto. Tanto più di uno spaghetto non ce l’hai. Ahahah.

Voltandosi vide il novantenne Manù scatasciarsi dalle risate. E finalmente un sorriso apparve sul volto sempre malinconico di Dip. La profondità non sempre fa bene. Anzi. Bisogna usarla con parsimonia. La vita deve essere vissuta con levità.

Va bene, va bene, divertitevi pure. Ma almeno sto cazzo di cous cous arriva? Ed il Beccadelli dov’è?

Eccomi! Mettiamo altri due coperti e gamberoni come se piovesse.

E chi è questa gentildonna caro avvocato?

Si chiama Irene, ma i pescatori del Porto Vecchio la chiamano Airene. E guarda caso conosce Igor, anzi Aigor. Mi sono comprato da lei questi sandali in corda in stile californiano. Ti piacciono. A casa c’è un paio anche per te. Non sono fichi? E poi sono comodissimi.

Ciao Irene io sono Gionni, ma qui mi chiamano per inciuria Dip. Ma è solo sfottimento.

Irene puoi dire a Gionni dei russi che ogni tanto arrivano alla villa di Cala Francese. Quelli vestiti di nero, con le cravatte nere e gli occhiali scuri.

Dip la guardò a bocca aperta. Allora la Janis Joplin di Modena Park aveva ragione. I russi erano sull’isola. Ma che ci facevano. E poi cosa facevano nella villa di Berlusconi? Prendevano le misure per il lettone di Putin? Cosa stava succedendo lì in mezzo al Mediterraneo.

Giovanni Pizzo

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