Terremoti, la Sicilia in zona rossa-arancione, l’altra cartina del rischio che sottovalutiamo - QdS

Terremoti, la Sicilia in zona rossa-arancione, l’altra cartina del rischio che sottovalutiamo

redazione

Terremoti, la Sicilia in zona rossa-arancione, l’altra cartina del rischio che sottovalutiamo

giovedì 03 Dicembre 2020 - 00:00

Nell’Isola dove “si attende” il cosiddetto Big-one, un terremoto catastrofico, la prevenzione stenta e 70 Comuni non hanno neanche il Piano di protezione civile. Gli studi di microzonazione? Tortorici: “Sono stati avviati in ritardo rispetto al resto d’Italia”. Il sismabonus, invece, si è rivelato un flop

di Melania Tanteri

Un territorio in cui il rischio è particolarmente elevato. Un’area vasta più volte colpita da frequenti terremoti, alcuni particolarmente distruttivi, come quello del 1693 o, in epoca più recente, quello del 1908 o quello, recentissimo, di Santa Lucia del 1990.

Ultimo in ordine di tempo è stato il terremoto di Santo Stefano che, nel 2018, ha provocato ingenti danni sui fianchi dell’Etna, colpendo in particolare Fleri e alcune frazioni del comune di Acireale.
Tutti i segnali della vulnerabilità della provincia etnea e, in generale, di tutta la Sicilia orientale sulla quale, prima o poi, secondo gli esperti, potrebbe abbattersi il cosiddetto “Big one”, un sisma di grande intensità e forza distruttiva. Che potrebbe avere effetti devastanti, considerata la presenza del vulcano attivo più alto d’Europa, la natura del territorio, fortemente antropizzato, la qualità degli edifici e delle infrastrutture e, in generale, la scarsa opera di prevenzione.

Come conferma Fabio Tortorici, geologo del consiglio nazionale, che illustra le caratteristiche di un territorio da non sottovalutare. “Senza volere creare allarmismo, le statistiche e gli studi condotti dagli scienziati suggeriscono che nella Sicilia sud-orientale è atteso un ‘Big-one’ – afferma – cioè un terremoto catastrofico, affine a quello che nel 1693 rase al suolo 45 centri abitati e registrò oltre 60 mila vittime”.

Fare una previsione precisa è impossibile, ma non lo è immaginare che, prima o poi, questo accadrà. “Se da un lato non è possibile stabilire il giorno è l’ora in cui si può verificare un terremoto – continua – ormai è ben definita l’ubicazione delle principali ‘faglie capaci’ (cioè quelle che si sono rotte almeno una volta negli ultimi 40.000 anni producendo una rottura del terreno) ed è ben chiaro l’inquadramento delle ‘sorgenti sismogenetiche’, cioè delle zone riconosciute come origine dei terremoti. Ahimè, la provincia di Catania e tutta la Sicilia orientale, sono costellate da tali elementi con significativa sismicità. Pertanto – aggiunge – gli amministratori, sia a livello locale che governativo centrale, dovrebbero considerare che una efficace difesa dai terremoti si deve basare sia su una valutazione della pericolosità locale a scala urbana, che studiando gli ‘effetti di sito’ che possono amplificare notevolmente le sollecitazioni nelle strutture”. In generale, per dare una dimensione del fenomeno, nell’Isola, secondo una stima basata sulla mappa della protezione civile, nella fascia di rischio più pericolosa vivono 355 mila siciliani e si trovano 1,7 milioni di abitazioni.

Le placche

“La Sicilia risulta ubicata in corrispondenza dello scontro tra la placca africana e quella euroasiatica, questo spiega l’elevata sismicità dell’area, che in passato ha causato terremoti distruttivi – spiega Tortorici: nel 1693, nel 1908, nel 1968 e nel dicembre 1990. Inoltre, il territorio etneo oltre a sismi di natura tettonica, è soggetto ad eventi che in linea di massima si manifestano con un rilascio di energia medio-basso, legati alla presenza del vulcano”.

Un territorio a rischio, dunque, che necessiterebbe di interventi costanti volti non solo a mitigare gli effetti di un eventuale evento sismico ma a prevenire i danni, attraverso soprattutto la pianificazione di azioni volte a contrastare le conseguenze di questo fenomeno. Passi avanti ne sono stati fatti, come evidenzia Tortorici, ma occorre lavorare ancora.

“In estrema concretezza – continua il geologo – la prevenzione deve partire da una conoscenza delle aree a maggiore pericolosità e rischio. Negli ultimi decenni sono stati fatti grandi passi in avanti riguardo la classificazione sismica del territorio nazionale e per quanto attiene l’evoluzione dell’apparato normativo antisismico; infatti, le norme tecniche per le costruzioni, entrate in vigore nel 2008 e poi quelle del 2018, hanno migliorato la sicurezza dei fabbricati edificati dopo la loro entrata in vigore. Purtroppo – sottolinea – permane il problema della prevenzione e della messa in sicurezza delle costruzioni realizzate con le più vecchie norme antisismiche o addirittura prima della loro efficacia (1974)”.

La situazione è dunque migliorata rispetto al passato, anche grazie alle maggiori conoscenze a disposizione, ma bisognerebbe concentrarsi su alcune aree in particolare, secondo Tortorici, per ottenere risultati concreti. “Oggi gli studi di microzonazione sismica e di risposta sismica locale permettono ai geologi di fornire nelle fasi di progettazione (oltre che nelle previsioni urbanistiche) una lunga serie di elementi che giocano un ruolo imprescindibile nella sicurezza del territorio e dell’edificato – prosegue il professionista. Questi studi in Sicilia sono stati avviati in ritardo rispetto al resto d’Italia, pur rappresentando uno strumento ormai imprescindibile per prendere decisioni sul governo del territorio, per orientare la scelta su nuovi insediamenti e soprattutto per definire le priorità degli interventi di adeguamento sismico sull’esistente. Quindi, la mitigazione del rischio dai terremoti, anziché alla cieca o a tappeto, dovrebbe partire dando la precedenza ad interventi strutturali sugli edifici che ricadono in aree in cui a parità di ‘terremoto di progetto’, si assisterebbe ad una amplificazione degli effetti sismici”.

Studi di microzonazione sismica che, da alcuni anni, hanno visto un’accelerata. Come spiegano dal dipartimento regionale. “L’azione della Regione in termine di prevenzione è stata avviata ancora prima del terremoto di Santo Stefano – ci confermano dalla Protezione civile regionale. Con una delibera di Giunta, nel 2017, è stato approvato il Piano regionale di microzonazione sismica, studi approfonditi di come avvengono e dove avvengono i terremoti, e quali sono gli effetti per zone omogenee. È fondamentale per prevenire e pianificare e rappresenta l’unica ama che abbiamo”.

Un Piano necessario per la pianificazione delle azioni sul territorio. “Sono stati già appaltati quattro progetti, che sono in corso d’opera – aggiungono – e altri saranno banditi nel prossimo anno. Al termine di tutto lo studio, avremo la microzonazione di primo e terzo livello per i Comuni a più alta pericolosità sismica, che sono ben 285 in Sicilia, e mappa di primo livello a tappeto per i 105 Comuni dove il rischio è contenuto”.

Uno strumento utile anche per la salvaguardia della popolazione. “Questo è già uno strumento al quale si deve dare seguito con la pianificazione – continuano dal Dipartimento di protezione civile – e stabilire interventi sull’esistente o immaginare di delocalizzare, proprio per mitigare i rischi. Una pianificazione per la quale la Regione può dare l’input ma che spetta ai Comuni attraverso i piani regolatori”. O per adeguare i piani di protezione civile. “Il Piano di microzonazione procede in parallelo con uno studio di analisi della condizione-limite per l’emergenza in ogni Comune – spiegano ancora dal Dipartimento -. Ha lo scopo di misurare la capacità di risposta del sistema locale di protezione civile in caso di sisma. Una sorta di misura della capacità che ha il piano comunale a gestire una situazione emergenziale”.

Tocca alle amministrazioni pubbliche, dunque, il compito di pianificare il territorio, ma anche di puntare sulla cultura della prevenzione. Questo un passaggio fondamentale per modificare radicalmente l’approccio al fenomeno sismico, di cui la prevenzione e l’adeguamento strutturale sono solo alcuni aspetti. Ne è convinto Tortorici. “Ritengo che il punto di partenza per una mitigazione del rischio sismico a lungo termine, non possa limitarsi alla programmazione di interventi di tipo strutturale, ma debba avviarsi radicando nei cittadini cultura e conoscenza dei rischi naturali – dice. Questa forma di educazione della popolazione per un paese che si ritiene civile, è un processo lungo, che deve partire dalle scuole, insegnando a chi rappresenterà la futura classe politica e dirigente, i comportamenti da assumere prima, durante e dopo un evento atteso o una emergenza e sensibilizzando i ragazzi su queste tematiche”.

“Proprio in Sicilia, in virtù della attesa di un ‘Big-one’, una realistica classificazione sismica, una pianificazione urbanistica, una progettazione, non sono sufficienti ad affrontare una problematica severa come questa – sostiene ancora -. È imprescindibile una ‘cultura diffusa’ della prevenzione, con l’attenzione di amministrazioni e cittadini al tema della sicurezza, con esercitazioni collettive, con la formazione di tecnici e imprese”.

Manutenzione e adeguamento

Le opere di messa in sicurezza dei fabbricati restano fondamentali per contenere i danni di fronte a un evento sismico. “Che ovviamente comportano un impegno economico non indifferente – precisa Tortorici – ma irrisorio se paragonato ad altri aspetti non monetizzabili, quali la perdita di vite umane, i dolori e i disagi patiti dalle popolazioni colpite e i danni al patrimonio artistico e storico della nazione”. Lo Stato, da questo punto di vista, ha predisposto alcuni aiuti o agevolazioni per effettuare la riqualificazione degli edifici. Provvedimenti, però, poco efficaci, secondo Tortorici.

“La legge di Bilancio 2017 ha introdotto il ‘Sismabonus’ che ha permesso di usufruire di detrazioni fiscali sulle somme impegnate per interventi antisismici – spiega il geologo. In prima battuta, questa norma non ha sortito grandi riscontri per una serie di motivazioni, prima tra tutte l’insufficiente consapevolezza da parte dei proprietari di immobili, dei rischi connessi alla sismicità del nostro territorio. Anche il peso delle misure fiscali al tempo introdotte sono state di poca attrattiva. Invece, dal Decreto Rilancio del 2020 è stata prevista una detrazione fiscale del 110% per la messa in sicurezza degli edifici, ma l’arco temporale di vigenza che permette di usufruirne è molto breve chiudendosi il 31 dicembre 2021. Pertanto – sottolinea – ad oggi non si è registrato un sostanziale interessamento al Sismabonus, peraltro poco propagandato e con condizioni di accesso abbastanza restrittive”.

Due anni fa il “Sisma di Santo Stefano”

Parla Marco Neri, ricercatore Ingv impegnato nella Struttura commissariale

marco neri vulcanologo

Un lavoro costante per riportare la normalità tra la gente, rimasta senza casa dopo il sisma di Santo Stefano, o obbligata a opere imponenti per potervi fare ritorno. Procede senza sosta l’opera del Commissario straordinario per la ricostruzione, Salvatore Scalia, e dei suoi collaboratori, tra cui il vulcanologo Marco Neri, che abbiamo interpellato per fare il punto.

Cosa è stato fatto in questi due anni per quanto riguarda la ricostruzione?
“Le cose fatte sono veramente tante ed in pochissimo tempo. Innanzi tutto, è bene ricordare che la Struttura commissariale si è potuta insediare solo a distanza di un anno dal sisma ed ha operato in condizioni logistiche rese difficilissime anche a causa dell’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia. Nonostante ciò, in soli undici mesi abbiamo emesso ben 15 ordinanze che hanno posto le basi per dare inizio alla ricostruzione in tutto il territorio terremotato, venendo incontro anche alle esigenze chi ha perso beni mobili e di fatturato e consentendo ai comuni terremotati di assumere personale specificamente dedicato alle pratiche edilizie della ricostruzione. Inoltre, ci siamo assunti enormi responsabilità in ordine alla mappatura geo-strutturale del territorio, un lavoro senza il quale non avremmo potuto ricostruire proprio nulla e che invece ha consentito di pianificare la ricostruzione diversificandola in base alle pericolosità geologiche, idrogeologiche e sismiche dei nove comuni terremotati. Un approccio tanto innovativo e vincente da essere, oggi, utilizzato anche in centro Italia, dove la ricostruzione post-sisma 2016 stenta ancora a partire anche per la mancanza di studi come quello da noi realizzato nella zona etnea”.

Avete incontrato qualche difficoltà? Di che natura?
“Il Commissario Scalia ha dovuto iniziare da zero, senza una sede attrezzata, con pochissimo personale in larga misura part-time, con poche risorse economiche disponibili che ne hanno condizionato significativamente l’azione. Nonostante ciò, anche in pieno lock-down e poi nel periodo estivo, si è lavorato molto intensamente. Per esempio, la mappa che circoscrive le zone sismiche più pericolose e che ha permesso di pianificare l’intera ricostruzione è stata rifinita e pubblicata sul sito web del Commissario (https://commissariosismaareaetnea.it/) il 18 agosto! L’assunzione di personale presso i comuni, resa possibile grazie ai fondi erogati dal Commissario, ha subito rallentamenti burocratici di vario tipo e solo adesso sembra ingranare. Insomma, i problemi ci sono stati, indubbiamente, ma credo che abbiamo dimostrato, tutti, che quando c’è la volontà politica e la capacità tecnica di superare le difficoltà, si possono battere sia la burocrazia che qualche cassandra, che non manca mai.

La popolazione come sta reagendo?
“La popolazione appare abbastanza stanca, forse anche un po’ demotivata. D’altra parte, sono passati quasi due anni dal sisma, da alcuni considerato ‘un terremotino’ e quindi meno importante di altri. Invece il sisma di Santo Stefano ha colpito duramente il tessuto urbano del settore orientale etneo, solo che, invece di colpire le città, ha interessato prevalentemente aree a bassa densità abitativa, tranne qualche eccezione come Fleri. Ciò può avere determinato la sottostima della gravità del sisma etneo e la conseguente, netta differenza di attenzione politica e mediatica riservata agli altri sismi che hanno colpito il centro Italia dal 2009 in poi. Noi ci stiamo battendo, ogni giorno e su molti tavoli di confronto, per rivendicare la giusta considerazione per il territorio terremotato etneo. Ma occorre anche che la popolazione ritrovi la necessaria fiducia e appoggi l’azione del Commissario. Per esempio, sfruttando tempestivamente le occasioni offerte dalle ordinanze commissariali, che consentono già oggi di ricostruire quasi ovunque.

Da vulcanologo: dobbiamo aspettarci continuamente terremoti sull’Etna? Cosa si può fare per convivere con questi fenomeni?
“Dobbiamo imparare che la vita è una e va salvaguardata, sempre. Vivere abbastanza serenamente su un vulcano attivo come l’Etna si può, a patto che si conosca bene e si prendano adeguate contromisure, tecniche e politiche. Tecniche, realizzando strutture sismo-resistenti seguendo scrupolosamente le Norme oggi in vigore. Politiche, pianificando intelligentemente l’uso del territorio senza pretendere di costruire a ogni costo e ovunque. I terremoti sull’Etna sono la norma, non l’eccezione”.

Il ricordo di quella notte
“Davanti agli occhi uno scenario di devastazione”

La nube di cenere e fumo della vigilia di Natale, aveva allertato i soccorritori. Che pensavano potesse succedere qualcosa, ma non si aspettavano certo il terremoto. Che in piena notte di Santo Stefano, nel 2018, ha colpito la provincia etnea. E poi il sisma, le chiamate alla sala operativa, e lo scenario post bellico, una volta giunti sui luoghi della tragedia.

Antonio Sasso, vigile del fuoco in servizio quella notte di dicembre, ricorda quegli attimi, la distruzione, la paura. Rinnovando l’appello a potenziare, in termini di uomini soprattutto, l’intero sistema dell’emergenza. “Eravamo in sala operativa – racconta. Abbiamo avvertito distintamente il terremoto e ci siamo attivati immediatamente. La prima a chiamare è stata una signora di Acireale e poi, in men che non si dica, sono arrivate decine e decine di chiamate e segnalazioni di persone rimaste bloccate”.

Una volta giunti sui luoghi del disastro, i vigili del fuoco hanno soccorso la popolazione, liberando persone intrappolate dalle macerie o liberando gli stabili a rischio crollo. “Lo scenario che ci si è aperto gli occhi era di devastazione – continua Sasso. Abbiamo proceduto subito a evacuare le persone dalle abitazioni a rischio o tirarle via da situazioni di pericolo. Abbiamo prestato i primi soccorsi e ci siamo messi a disposizione della cittadinanza – prosegue – e, nei giorni successivi, abbiamo messo in sicurezza le abitazioni a rischio, consentendo a qualcuno di rientrare a casa per prendere alcuni oggetti, accompagnato da noi”.

Uno scenario che avrebbe potuto essere diverso se gli edifici fossero stati costruiti con criteri antisismici o adeguati. “Se si rispettassero le norme antisismiche quando si costruiscono case degli edifici – sottolinea il vigile- il rischio sarebbe veramente più contenuto. C’è da dire anche che occorre poi effettuare interventi di manutenzione regolari, ma è chiaro che gli edifici antisismici evitano il peggio o comunque aiutano a evitare il peggio”.

Da non sottovalutare poi le risorse umane. Poche per gestire le situazioni di emergenza, secondo Sasso, che è anche segretario generale Fns Cisl. “Manca il personale per questa tipologia di interventi – incalza – un’assurdità che noi denunciano ogni anno. Il terremoto di Santo Stefano è stato tutto sommato contenuto, ma in caso di evento peggiore, sarebbe un disastro”.

Come negli altri paesi
Rendere obbligatorie (e accessibili a tutti) le assicurazioni

Sul futuro si spende pochissimo. E questo nonostante ogni anno l’Italia sia funestata dalle calamità naturali (alluvioni, terremoti e frane) con danni ingenti sia in termini di vite spezzate che economici. In tutta Italia, secondo i numeri elaborati da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera, negli ultimi cinquant’anni sono stati spesi 120 miliardi per rimediare alle conseguenze nefaste degli eventi sismici. In una nostra recente inchiesta, inoltre, abbiamo riportato che per l’Isola si parla di 4 miliardi solo tra 2000 e 2015. Cifre enormi che in parte sono state destinate alla ricostruzione degli edifici distrutti e che avrebbero potuto essere più contenute se si fossero agevolate per tempo le assicurazioni contro il rischio sismico.

In tutta Italia, secondo dati diffusi da Facile.it, sarebbero circa 800 mila le abitazioni assicurate (meno del 2% nazionale), sulla base di un campione di oltre 180 mila ricerche effettuato nel 2018, mentre in Sicilia, secondo una ricerca dell’Ania (Associazione fra le imprese assicuratrici), solo una casa su 300 avrebbe la polizza contro il terremoto, a fronte di un territorio che rientra nelle prime due classi di rischio sismico in quasi il 90% dei comuni.

In altri Paesi, dal Giappone alla Nuova Zelanda, che come noi convivono con terremoti devastanti, si è scelta la strada delle assicurazioni obbligatorie. In Giappone lo Stato contribuisce al fondo di riassicurazione, nel quale le compagnie private che vendono le polizze ripartiscono i rischi. In Nuova Zelanda la copertura del rischio è di fatto obbligatoria e il 90% delle case è assicurato. Anche qui lo Stato fa da assicuratore finale e le tariffe a carico dei proprietari sono molto basse.

Melania Tanteri

Twitter: @meltanteri


Abitazioni a rischio, si pensa anche alle “delocalizzazioni”

di Chiara Borzì

Prevenire e non solo ricostruire, condividere dati sfruttando le partnership del Pon Governance in modo da favorire la messa in sicurezza di un territorio ad alto rischio sismico qual è la Sicilia. Il Dipartimento di Protezione civile regionale ha organizzato venerdì 27 novembre un intero convegno dedicato alle misure governative rivolte alla riduzione del rischio sismico. Un tema considerato determinante dallo stesso direttore generale Salvo Cocina e che grazie agli approfondimenti proposti dagli intervenuti ha restituito lo stato dell’arte all’interno dell’Isola.

Ben settanta comuni siciliani non hanno ancora oggi un piano di Protezione Civile, dunque strategie e spazi di ricovero o zone di connessione che in caso di calamità potrebbero garantire la salvezza della popolazione. Sul piano regionale di microzonizzazione sismica, la strategia regionale è stata approvata solo nel 2017 (e solo da allora sono partiti i primi progetti di studio del territorio). Ad oggi sono presenti tre piani di microzonizzazioni realizzati per giungere ad un obiettivo specifico: “Mettere in campo azioni di studio per una prevenzione forte – ha spiegato Antonio Torrisi del Dipartimento di Protezione civile siciliana – e contestualmente avere un risultato di qualità da cui sarà possibile ottenere una raccolta di dati (nata dal coinvolgimento di comuni, consorzi e città metropolitane) destinati a confluire in un database fruibile da Protezione civile nazionale regionale”.

La Sicilia è tra le cinque regioni coinvolte nel programma di Pon Governance e grazie a questo, con il contributo del Gruppo Tecnico presente nel programma, sta procedendo anche alla stesura di linee guida per la realizzazione della carta geologica-tecnica adattata ai territori con contesti vulcanici; avviato una proposta operativa nei comuni provvisti di piano comunale e di protezione civile di analisi delle condizioni limite per le emergenze; e d’individuazione degli elementi fisici indispensabili a svolgere funzioni strategiche per la gestione delle emergenze all’interno dei comuni ancora sprovvisti.

Sappiamo purtroppo che i grandi cambiamenti vengono avviati solo dopo grandi tragedie – ha spiegato il direttore del Dipartimento della Protezione civile siciliana Salvo Cocina -, ma il nostro scopo oggi è quello di realizzare ciò sia in Italia che in Sicilia manca: mi riferisco alla prevenzione. Siamo bravissima a fare l’emergenza, ricostruiamo lentamente, ma un salto di qualità arriverà solo gli studi sulla prevenzione sismica, estendendo l’analisi anche ai comuni con bassa zonazione sismica. Ci sono 20-25 milioni di euro per questo tipo di attività, ma in che modo facciamo prevenzione? – ha domandato Cocina – Serve arrivare a livelli di alta affidabilità perché al momento appare bassa e serve aver il coraggio di prendere decisioni forti, ma che salvaguardino la popolazione. Un esempio su tutti potrebbe essere Giampilieri, la via più saggia dopo la catastrofe che portò a 37 mori sarebbe stata la delocalizzazione ed invece sono stati destinati milioni per mantenere in loco mille e ottocento cittadini in un territorio ancora a rischio”. La delocalizzazione di Giampilieri non sarebbe stata la prima in Sicilia, com’è noto il Terremoto del Belice porto allo spostamento pochi chilometri a valle del paese di Poggioreale, distrutto dal sisma del 1968”.

Grazie al Pon Governance finanziato, anche la Sicilia può lavorare per puntare al miglioramento e lo sviluppo di politiche pertinenti attraverso il rafforzamento della cooperazione e le competenze territoriali. A livello nazionale l’orientamento è la realizzazione di linee guida comuni per la realizzazione dei piani di microzonizzazione sismica. “L’articolo 18 del Nuovo codice della Protezione Civile ha il compito di stabilire in maniera omogena quali sono i contenuti della pianificazione, il monitoraggio e l’aggiornamento – ha spiegato il direttore dell’Ufficio emergenze del Dipartimento nazionale della Protezione civile, Luigi D’Angelo – Finora il dipartimento non si era prodigato per una normativa per tutti i livelli, ma a fornire solo criteri di massima e indicazioni operative. La nuova direttiva è per il sistema tutto, sarà un manuale per chi deve cimentarsi con una pianificazione”. Si punta inoltre all’individuazione degli Ambiti Ottimali.

“Gli ambiti vengono individuati dalle regioni utilizzando il riferimento dei contesti territoriali, non saranno un nuovo ente amministrativo, bensì un modo di riferirsi al territorio come aggregazione dei comuni che già gestiscono insieme le attività di protezione civile”.

@ChiaraBorzi

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