Da "La Bella e la Bestia" alla comunicazione narcisistica, come riconoscerla e salvarsi - QdS

Da “La Bella e la Bestia” alla comunicazione narcisistica, come riconoscerla e salvarsi

Ivana Zimbone

Da “La Bella e la Bestia” alla comunicazione narcisistica, come riconoscerla e salvarsi

mercoledì 24 Novembre 2021 - 06:00

Favole, detti popolari, giornate e simboli dedicati alla questione femminile. Sono tutte sane le campagne di comunicazione delle istituzioni? Ecco come liberarsi di uno schema narcisistico e rinascere

La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, le panchine rosse, le piazze con le scarpe rosse per ricordare le vittime, l’invito delle istituzioni a denunciare gli aggressori.
“L’amore non è bello se non è litigherello”; “i panni sporchi si lavano in famiglia”; “tra moglie e marito non mettere il dito”. Sono tutte sane le campagne di comunicazione delle istituzioni? E la ‘saggezza popolare’?

Se nel 2021 il gentilsesso continua a subire violenza, cosa non sta funzionando? E com’è possibile riconoscere e liberarsi dei meccanismi narcisistici che rappresentano il comune denominatore di tutti i casi di cronaca? A scardinare gli elementi fondamentali della questione a QdS.it è Ermelinda Gulisano, architetto, life & business coach, autrice del libro “Donne in cantiere” ed esperta in Programmazione neurolinguistica, creatrice del percorso di Comunicazione Empatica ed Efficace e del Viaggio della Dea.

Dottoressa, perché le donne che denunciano non vengono spesso protette adeguatamente dalle istituzioni?

“La strada delle denunce, purtroppo, non sempre sortisce l’effetto sperato e i casi di cronaca ce lo dimostrano. Le mie esperienze mi hanno insegnato che dopo la richiesta del ‘Codice Rosso’ da parte delle vittime, il più delle volte, il desiderato senso di sentirsi al sicuro non arriva. La vera questione è che non sempre gli autori delle violenze presentano delle patologie e che, quando queste esistono, difficilmente la legge riesce ad imporre un trattamento sanitario obbligatorio. L’idea che questi soggetti, che negano di mettere in atto comportamenti disfunzionali, possano autonomamente decidere di integrarsi in sistemi di recupero è quasi un’utopia”.

Ma, se non la patologia, cosa spinge gli aggressori a mettere in atto questi comportamenti?

“Ciò che dovrebbe essere in primis valutato, in ogni caso specifico, è lo schema cognitivo dell’aggressore. Ponendo l’accento dunque sui suoi comportamenti e non tanto sulle possibili patologie. Perché purtroppo la violenza di genere affonda le sue radici nella convinzione strutturata nella società che la donna sia di proprietà dell’uomo e che quest’ultimo possa disporne a suo piacimento. Un problema culturale, quindi, che investe tanto gli uomini quanto le donne. Dalla divisione del lavoro al ménage familiare, dalle ricorrenze ai detti popolari, ci educano sin da bambini alla disparità di genere e alla comunicazione narcisistica. Finendo per farci attribuire, anche inconsapevolmente, all’amore lo stesso significato della follia, del malessere, e per farci ‘annoiare’ dei rapporti umani che comportino soltanto benessere”.

Può farci alcuni esempi di ciò che di diseducativo proponiamo ai più piccoli?

“Un valido esempio è la favola de ‘La Bella e la Bestia’. In essa la figura femminile è ricca di empatia e passione per la conoscenza e viene isolata dagli affetti a causa della Bestia che la tiene prigioniera. La Bestia – da buon narcisista manipolatore – utilizza i libri che tanto ama la ragazza per plagiarla, offrendo una vasta biblioteca. L’opera rappresenta in buona sostanza tutti i meccanismi della comunicazione narcisistica e li accetta come condizione di normalità. Durante il racconto inizi ad affezionarti a questa bestia, e come te che ascolti anche la protagonista empatizza con la bestia finendo per prendersi in carico l’onere di salvarlo. Quante donne modellano questo esempio pensando veramente di poter salvare il proprio aggressore, pensando che l’amore lo cambierà, che lei sarà quella capace di trasformarlo in principe? Peccato che la Bestia è una bestia, spesso un violento, spesso con disfunzioni comportamentali e delle volte anche patologiche e non è onere e competenza della donna aiutarlo. Queste persone vanno aiutate da personale specializzato non da Belle. Belle non può salvare la Bestia, e la bestia purtroppo non diventerà mai il principe azzurro di Belle come nella favola”.

Quali sono allora gli schemi di un comportamento narcisistico e come riconoscerlo?

“Tipico del comportamento narcisistico è trascorre un primo periodo a corteggiare esageratamente la persona di cui ha interesse , puntando sui suoi desideri fino a riuscire a plagiarla. Dalle attenzioni si passa spesso all’isolamento e a modalità comunicative che ledono la sua autostima. La sua comunicazione è spesso indiretta, fatta di metafore, domande a senso unico e concetti vaghi in cui la vittima, svuotata, finisce per identificarsi. Come riconoscere se ti trovi dentro uno schema o una comunicazione narcisistica? Da come ci si sente quando si parla con lui. Se ci si sente manchevoli in qualcosa, a disagio, se si comincia a mettere in dubbio le proprie capacità e ci si trattiene dall’esprimere completamente la propria opinione, vuol dire si discute con qualcuno che rispecchia questo profilo. Se ti privi di dire la tuo poiché contraddirlo o contraddirla susciterebbe la sua ira, ti trovi in uno schema di questo tipo.

Come liberarsene definitivamente?

“Se si è in uno schema narcisistico, occorre allontanarsene immediatamente ed evitare di esserci, a prescindere dalla sua volontà. Se questo non è possibile, bisogna riconoscere il problema, divenire consapevoli di essere rimaste imbrigliate in uno preciso schema comunicativo ‘ereditato’ dal proprio nucleo familiare. Se lo hai scambiato per amore vuol dire che lo schema lo hai avuto anche in famiglia e come con una cadenza dialettale stenti a riconoscerne le sfumature. Soltanto riconoscendo lo schema nella famiglia d’origine è possibile imparare a riconoscerne le caratteristiche quando vengono messe in atto, altrimenti si continua a ritenersi soltanto ‘vittime’ e non si passa allo stadio di consapevolezza successivo, rinascendo. Nel mio corso di Comunicazione Empatica efficace appoggiandomi a strumenti di PNL e a esperienze testate sul campo offro protocolli comunicativi con specifiche tecniche per gestire questo tipo di comunicazione tirandosi fuori dallo schema della vittima e riappropriandosi della propria autostima”.

Dopo un percorso violento, come fare per rinascere attraverso le tecniche di PNL?

“Dopo il riconoscimento del problema, deve arrivare la conoscenza dello schema. Dopo ancora bisogna recuperare la propria autostima, distrutta da continui giudizi inappropriati, critiche su ogni cosa, insulti che dimostrano la potenza – anche distruttiva – della parola. Successivamente, è possibile riconoscere e riacquisire anche il proprio potenziale, scoprire che non si è fragili. Soltanto passando attraverso la consapevolezza si può cambiare percorso. Un lavoro non facile, ma necessario e straordinario, che porta alla libertà e alla piena espressione delle proprie capacità. In questi casi, il coaching individuale e di gruppo sono utilissimi, spesso la seconda modalità porta risultatare una chiave di svolta, Perché si supera il sentimento di ‘vergogna’ che si prova nel prendere coscienza di essersi fatte plagiare”.

Le campagne antiviolenza, come la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sono utili?

“L’intenzione delle campagne antiviolenza è sicuramente buona. Ma a tale bontà di intenti non corrisponde la stessa bontà tecnica di comunicazione. Chi insegna comunicazione sa che nonostante la parola ‘contro’, l’attenzione si focalizza sempre sull’elemento principale che, in questo caso, è la violenza di genere. Queste campagne, dunque, finiscono persino per sortire l’effetto opposto a quello sperato. Sarebbe invece più utile istituire delle ricorrenze per celebrare le capacità delle donne, dedicare piazze e vie della città a figure femminili che le abbiano testimoniate. E non soltanto a Maria Montessori e Madre Teresa di Calcutta che – al di là delle loro grandi missioni – rappresentano ancora la donna come essere dedicato a bambini e alla preservazione della verginità sessuale. Per le stesse ragioni, anche il simbolo delle scarpe col tacco rosse crea degli equivoci, finendo per associare la femminilità alla fragilità e alla violenza. Bisogna uscire, piuttosto, dalla concezione di donna come ‘vittima’, celebrando le sue infinite potenzialità, la sua creatività. Impegnandosi a eliminare un background culturale in cui ci muoviamo che è opposto alla restituzione della dignità a entrambi i sessi. Perché finché la donna non si sentirà libera e al sicuro, nemmeno l’uomo potrà essere davvero libero e al sicuro”.

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