Partecipate siciliane: indagine su 99 società, 36 milioni di utili e 433 milioni di perdite in quattro anni - QdS

Partecipate siciliane: indagine su 99 società, 36 milioni di utili e 433 milioni di perdite in quattro anni

Antonio Mercurio

Partecipate siciliane: indagine su 99 società, 36 milioni di utili e 433 milioni di perdite in quattro anni

giovedì 26 Febbraio 2015 - 06:00
Partecipate siciliane: indagine su 99 società, 36 milioni di utili e 433 milioni di perdite in quattro anni

Audizione del presidente delle Sezioni riunite della Corte dei Conti alla Commissione Affari istituzionali dell’Assemblea regionale siciliana. Cracolici, presidente I commissione: “Elementi conoscitivi utili sul pesante fardello in eredità ai liberi consorzi”

PALERMO – È poco rassicurante il quadro che emerge dall’indagine compiuta dalla Corte dei Conti sulle partecipate delle Province e dei Comuni nell’Isola, caratterizzate da forti perdite e da notevoli “carenze sotto il profilo della governance” e assenza di attività “di controllo e vigilanza efficaci”.
Una fotografia sconfortante contenuta nella audizione che ieri il presidente delle Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti per la Regione siciliana, Maurizio Graffeo, ha presenziato in commissione Affari istituzionali all’Ars, in merito ai profili finanziari relativi alla riforma delle ex province regionali. Nelle oltre cento pagine della documentazione di accompagnamento, i magistrati hanno illustrato tutte le inefficienze e gli sprechi spulciando i dati delle aziende partecipate dei 18 Enti locali presi in esame nel quadriennio 2008-2011: in totale sono state individuate 326 partecipate, di cui 159 con natura societaria e 167 con altra natura.
L’aspetto che principalmente ha destato la preoccupazione dei magistrati è incentrato più che sul numero delle società partecipate sui loro debiti. “Dall’indagine della Corte dei Conti – ha chiarito il presidente della Commissione Affari istituzionali al’Ars Antonello Cracolici – emergono chiaramente alcune situazioni debitorie importanti, con un disavanzo di alcune Province. Palermo, Catania e Agrigento hanno proposto azioni correttive, che sono state acquisite dalla Corte e ritenute idonee dalla stessa. Le altre o non hanno risposto o non hanno prodotto misure che sono state giudicate efficaci. Come Commissione – ha concluso – abbiamo voluto avere tutti gli elementi conoscitivi al fine di renderci conto, nella fase di trasformazione della legge sulla costituzione dei Liberi consorzi, di cosa porteranno in dote le Province”.
In riferimento alla situazione economico patrimoniale, i magistrati hanno studiato un campione di 99 società, dalle quali è emerso che nel quadriennio 2008-2011 sono state 68 quelle (circa il 70% del campione considerato) che hanno registrato valori negativi in almeno 2 degli esercizi esaminati, mentre 36 (più di un terzo) un andamento negativo in 3 esercizi su 4 e 21, infine, un quinto del totale, hanno chiuso in perdita tutti gli esercizi. Incrociando i dati relativi agli utili con le perdite, è emerso un quadro ancora più scoraggiante: le 99 società, a fronte di 36 milioni di euro di utili, hanno avuto perdite per un ammontare di 433 milioni di euro.
Le perdite più consistenti si sono concentrate nei Comuni: le partecipate di Palermo, ad esempio, nel quadriennio in esame hanno superato i 305 milioni (189 milioni solo ne 2008) mentre a Catania, nello stesso periodo, le partecipate hanno fatto registrare perdite per 38 milioni, quindi Messina 27 milioni.
Ben 17 su 99 nel 2011 le partecipate che hanno un patrimonio netto negativo oltre i 20 milioni: la Beliceambiente Spa del Comune di Trapani (- 20,9 milioni), la Messinaambiente Spa del Comune di Messina (- 24,5 milioni) la Gesip Spa (- 21 milioni) e l’Amia Spa (- 54 milioni) entrambe di Palermo ma quest’ultima dichiarata fallita nel 2013. I giudici hanno messo in luce, peraltro, la scarsa redditività delle società.
A pesare maggiormente, è stata l’incidenza dei costi del personale, che hanno inciso mediamente per il 39% e in alcuni casi con picchi superiori al 91%. I giudici hanno puntato il dito, infine, contro un sistema di governance rilevando la “diffusa inadeguatezza degli strumenti utilizzati”, trascurando “il necessario controllo sulle vicende degli organismi” rispetto ai quali non è stata esercitata “un’attività sistematica e periodica di monitoraggio. L’omessa attività di controllo riguardo alla situazione economico finanziaria delle partecipate – si legge nelle conclusioni – si manifesta in considerazione degli andamenti gestionali negativi che contraddistinguono i casi descritti” e l’accertamento dei risultati di esercizio negativi non “ha favorito l’adozione di conseguenti determinazioni a favore di una migliore gestione delle stesse”.
I limiti e le carenze che hanno contraddistinto la gestione delle partecipate “palesano comportamenti rispetto ai quali risulta ipotizzabile l’accertamento delle responsabilità dei vari soggetti che in possesso di potere decisionale non si sono attivati per evitare la produzione del danno”.

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