La vergogna dei vitalizi ai parlamentari-privilegiati - QdS

La vergogna dei vitalizi ai parlamentari-privilegiati

Carlo Alberto Tregua

La vergogna dei vitalizi ai parlamentari-privilegiati

sabato 09 Maggio 2015 - 00:00

Conteggiarli come periodo lavorativo

L’art. 69 della Costituzione recita: I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge. Camera e Senato, cui si è collegata l’Assemblea regionale siciliana con Lr. 44/1965, hanno trasformato tali indennità in una serie di privilegi incredibili che fanno costare la prima oltre un miliardo l’anno, il secondo 550 milioni e la terza 158 milioni.
Ai detti organi si aggiunge il Quirinale, che costa circa 300 milioni l’anno.
Qual è la ragione secondo cui tali istituzioni debbono avere questo peso enorme sulle finanze pubbliche? La risposta è una sola: i loro componenti, dimenticandosi di essere al servizio dei cittadini, si sono autoapprovati leggi e regolamenti fissandosi stipendi e pensioni da favola, mascherati con altre denominazioni, nonché stipendi e pensioni ugualmente da favola per dirigenti e dipendenti.

Ora, che la politica abbia un costo che i cittadini debbano sostenere è pacifico, ma che esso debba raggiungere le iperboli sopra indicate è vergognoso. Com’è possibile sostenere che un parlamentare o un consigliere regionale della Sicilia debba percepire 20 mila euro al mese lordi e che, avendo lavorato per soli cinque anni, debba percepire una pensione elevata a cominciare dal sessantesimo anno? Chi occupa i livelli più alti delle istituzioni dovrebbe dare esempio di moderazione e sobrietà, gravando sulle tasche dei cittadini il meno possibile.
Ricordiamo che il nostro deputato Giuseppe De Felice (1859-1920), quando andava a Roma con il treno si pagava le spese di trasporto, di vitto e di alloggio e non percepiva alcuna indennità.
Le Presidenze di Camera e Senato hanno approvato il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari condannati in via definitiva a oltre due anni di galera, ma hanno escluso le pene per abuso d’ufficio.
Avrebbero dovuto cogliere l’occasione, invece, per eliminare del tutto i vitalizi così congegnati, come ha correttamente affermato Beppe Grillo e come hanno ben fatto i parlamentari pentastellati, non approvando le delibere presidenziali. Grasso e Boldrini hanno dimostrato ancora una volta di pestare l’acqua nel mortaio.

Se si fossero ritenuti veramente al servizio dei cittadini, avrebbero dovuto cogliere l’occasione per regolamentare in modo equo il periodo in cui i parlamentari restano nelle istituzioni. Come? Semplicemente facendo cumulare i contributi del periodo con quelli della vita lavorativa di ogni soggetto, di modo che, al raggiungimento dei 66 anni, come tutti gli altri cittadini italiani, avrebbero percepito la loro pensione, tenendo conto non soltanto dell’attività parlamentare, ma anche di tutti gli altri periodi lavorativi.
Con i gravi problemi di deficienza finanziaria, le tre istituzioni (Camera, Senato e Ars) avrebbero potuto cogliere l’occasione per fissare lo stipendio in 5 mila euro netti al mese, oltre al rimborso delle spese vive di vitto e alloggio, escludendo tutti i parlamentari che abitano nei capoluoghi (Roma e Palermo).
Questa proposta è stata fatta dal M5s e noi la appoggiamo in pieno, anche se i parlamentari restano sordi volutamente e in malafede.

Fare il parlamentare, nazionale o regionale, non è equivalente a un posto di lavoro, mentre molti lo credono così. La remunerazione che ciascuno prende dovrebbe essere il secondo compenso, perché il primo sarebbe svolgere un alto incarico, nobile, per perseguire l’interesse generale.
Le cose che scriviamo sono persino banali, ma continueremo a ripeterle fino a quando non si accenderà una luce nella testa dei politici, che per onorare il loro ruolo dovrebbero sempre e comunque dare l’esempio.
È vero che la raccolta del consenso ha un costo, ma è anche vero che la recente legge 13/2014 sul finanziamento dei partiti consente di raccogliere liberalità deducibili fiscalmente, come fanno le istituzioni del Terzo settore (onlus, fondazioni, associazioni e simili).
Ovviamente, per raccogliere liberalità dai cittadini, i partiti dovrebbero essere credibili e creduti come loro servitori. Il flop della raccolta dimostra, invece, che essi non sono creduti.
Infatti, non riescono a ottenere finanziamenti come le associazioni di ricerca sanitaria e altre, anzi attraggono le monetine come calamite.

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