L'Ars tira a campare. Riforme, lettera morta - QdS

L’Ars tira a campare. Riforme, lettera morta

Raffaella Pessina

L’Ars tira a campare. Riforme, lettera morta

martedì 03 Gennaio 2017 - 07:00
L’Ars tira a campare. Riforme, lettera morta

Governo senza maggioranza, molte assenze, niente strategia né prospettiva. Si contano 84 sedute in 12 mesi, in media 7 mensili

PALERMO – Inizia il 2017 ma i battenti di Sala D’Ercole, sede dell’Aula del Parlamento regionale, dove si discutono ed approvano le leggi per la Sicilia, resteranno chiusi fino al giorno 10 gennaio. I deputati siciliani, dopo le fatiche affrontate a Palazzo dei Normanni per la approvazione degli ultimi due disegni di legge del 2016, l’esercizio provvisorio e la proroga dei contratti per i precari, si sono presi una pausa di riposo.
Fatiche comunque temporanee, poiché, visitando il sito dell’Ars, si evince la quantità e la qualità dell’attività svolta in questi ultimi 12 mesi dalla deputazione siciliana. Poche le sedute d’Aula, un totale di 84, che in media fanno 7 sedute al mese, meno di due alla settimana. Breve nella maggior parte dei casi la loro durata, dovuta soprattutto all’assenteismo sia del Governo che del Parlamento e di cui spesso si è lamentato il Presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone.
Poche le leggi, 27 circa, se si contano anche le due approvate a fine anno e che ancora non sono state caricate sul sito ufficiale dell’Ars. Di queste, almeno la metà riguardano documenti finanziari che si devono obbligatoriamente approvare, come assestamenti, finanziarie e bilanci.
Insomma una legislatura deludente, complice anche la forte crisi economica che ha investito un’Isola certamente non preparata a fronteggiare l’emergenza disoccupazione che ha visto la Sicilia secondo le stime Istat la più infelice delle regioni d’Italia. Sul “benessere” – che si compone solo di voci oggettive di questa stima come le condizioni economiche, abitative e lavorative – la Sicilia si piazza all’ultimo posto in Italia con 70,3 punti su una scala che fissa a 100 la condizione nazionale di cinque anni fa.
Fanalino di coda con 69,7 punti anche per quanto riguarda il lavoro, che comprende percentuale di contratti a termine che si ripetono da almeno 5 anni, dipendenti con paga bassa, lavoratori in nero, part-time non volontario e un elemento soggettivo come la soddisfazione. Ultima fra le regioni di Italia ancora una volta per quanto riguarda l’ambiente (depurazione dell’acqua e trattamento dei rifiuti). E ancora ultima nel settore dei servizi: pessima performance sulla partecipazione alla scuola dell’infanzia, sul numero di diplomati, sui laureati, sull’uscita precoce dal sistema dell’istruzione e sulla partecipazione alla formazione continua.
La Sicilia è la regione con più giovani che non lavorano e non studiano, con la minore partecipazione agli eventi culturali e con la terza più bassa competenza digitale. Secondo altri studi, è al 185° posto su 206 territori europei, compresa la Turchia, come inefficienza della Pubblica amministrazione e divari tra qualità e quantità dei servizi erogati.
Una fotografia drammatica che contrasta con i proclami del Governo regionale: “È un dato di fatto che la Sicilia stia crescendo – ha detto Crocetta nel mese di Novembre scorso – è finita la fase calante dell’economia e, nei prossimi anni, grazie anche all’attivazione di nuovi programmi europei, al Patto per la Sicilia, all’incremento ulteriore dell’export e del turismo, i processi di crescita saranno ancora più forti”.
Nell’ultimo bilancio l’assessore all’economia ha inserito nel bilancio una cifra di un miliardo e 700 milioni di euro che lo Stato darà alla regione (più un altro miliardo e 112 milioni di euro) se la Sicilia ottempererà alle condizioni della famosa Intesa Stato-Regione firmata nel mese di giugno 2016 da Crocetta. Ma per ottenere questa cifra, peraltro non sicura, lo stesso Crocetta ha firmato la rinuncia di un contenzioso di 5 miliardi tra Stato e Regione e che la Corte dei Conti aveva risolto dando ragione alla Sicilia. In più, l’Amministrazione regionale ha deciso di prorogare i contratti dei precari negli enti locali, dimenticandosi però di tutti quei disoccupati creati dalla crisi che continua ad incombere nella regiore più povera d’Italia.

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