Senza ballottaggio c'è solo il caos - QdS

Senza ballottaggio c’è solo il caos

Carlo Alberto Tregua

Senza ballottaggio c’è solo il caos

martedì 13 Giugno 2017 - 00:00

Francia e Comuni: chi vince governa

Emmanuel Macron ha riportato al primo turno solo il 23,5% dei voti, ma al secondo ha vinto facilmente col 66%.
Nel turno delle legislative francesi di domenica 11 giugno, vi è stata un’astensione di oltre la metà degli elettori. L’altra metà ha dato al nuovo partito del presidente della Repubblica, République En Marche!, circa il 33% dei voti. ma col sistema elettorale francese, quel movimento ha preso oltre 400 seggi all’Assemblea nazionale, molto al di sopra dei 289 che costituiscono la maggioranza.
Ora il Paese transalpino ha eletto il vertice e il legislativo e per cinque anni la questione di chi debba dirigere la politica francese non si porrà più, perché mai una legislatura si conclude prima del termine istituzionale.
La morale è che col ballottaggio si governa stabilmente senza tentennamenti, si evita il caos istituzionale e la debolezza politica, nonché il ricatto dei cespugli che cercano di condizionare le maggioranze.

Il Parlamento ha approvato la legge elettorale italiana denominata Italicum la quale prevedeva il ballottaggio al secondo turno, così come quella francese.
Però, la Corte costituzionale ha ritenuto che tale ballottaggio non fosse democratico perché – ha sostenuto – poteva essere eletto qualcuno con una minoranza dei voti.
In Francia è andata proprio così, ma nessuno dubita della democrazia transalpina, nessuno dubita che Presidente della Repubblica e deputati siano stati eletti con metodo democratico.
La sentenza della Consulta ha di fatto impedito che l’Italia stabilizzasse la sua politica e ha infilato il Paese in un caos istituzionale perché il sistema proporzionale, puro o corretto, non consente la governabilità.
Stabilito quel principio, diventa quasi impossibile per l’attuale Parlamento approvare una legge elettorale che ripristini il ballottaggio dell’Italicum che, amputato, non risolve il problema della governabilità.
L’Italia è tornata alla Prima Repubblica, ante 1994, quando si formavano governi balneari (che duravano solo un’estate) e comunque la maggior parte di essi durava al massimo un anno.
Il ragionamento si attaglia all’ottima legge per l’elezione dei sindaci, che, quando ottengono la metà più uno dei suffragi in ambito nazionale o il 40% in Sicilia, sono eletti al primo turno. Al secondo vanno i due che hanno il maggior numero dei voti, cosicché il sindaco è sempre e comunque eletto con la maggioranza dei votanti.
Nelle elezioni di domenica 11 giugno, l’affluenza è stata più bassa rispetto alla volta precedente (60% contro il 66%), seppure in quella occasione il tempo a disposizione era di due giorni, domenica e lunedì.
Comunque sia, una affluenza di sei aventi diritto al voto su dieci può considerarsi una buona partecipazione.
Ricordiamo che i consiglieri comunali vengono eletti nella prima tornata elettorale, cosicché non sempre vi è sintonia tra il primo cittadino e l’assemblea comunale, il che rende claudicante l’attività amministrativa.

La governabilità è il bene primario della Democrazia. Essa è in contrasto con la rappresentazione esatta, secondo la quale ai voti espressi corrispondono gli eletti, perché è talmente variegata la platea dei cittadini, che mai si potrebbe ottenere il risultato per cui chi viene eletto poi governa con una solida maggioranza.
Le elezioni francesi e quelle comunali descritte certificano senza ombra di dubbio che il bene della governabilità rappresenta l’espressione piu alta della democrazia. Ma questo fatto i giudici costituzionali italiani non lo hanno condiviso, gettando nel caos le istituzioni nazionali.
Il peggio è che, a meno di un ripensamento dell’Alta Corte, non vi è alcun rimedio salvo le elezioni in collegi a doppio turno , con circoscrizioni piccole, non superiori a centomila abitanti e con lo sbarramento del 5%.
Nonostante il clima unanime che ho riscontrato il 1° giugno nei Giardini del Quirinale, in occasione della Festa della Repubblica, l’Accordo dei Quattro è saltato, con la conseguenza che si voterà in primavera del 2018, con una legge che renda omogenee le elezioni per Camera e Senato: questo è un punto fermo del Presidente della Repubblica.

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