Quella bufala della Porcina - QdS

Quella bufala della Porcina

Carlo Alberto Tregua

Quella bufala della Porcina

martedì 30 Marzo 2010 - 00:00

Al vento 184 milioni di euro per 24 milioni di dosi

Sembra che il 21 agosto del 2009 sia stato firmato, dal direttore generale del ministero della Salute e dall’amministratore delegato di una multinazionale svizzera, un contratto per la fornitura di vaccino contro il virus H1N1, di cui si temeva una pandemia. Il vaccino è stato prodotto anche da altre multinazionali le quali si sono preparate all’evento. Ma il rischio era vero o è stata tutta una grande azione di marketing per terrorizzare l’opinione pubblica esponendo dettagliatamente i danni che il virus avrebbe provocato sulle persone?
In quei mesi del 2009, successivi all’estate, si attendevano i primi casi mortali e, successivamente, lo sviluppo e l’estensione dei colpiti a vasto raggio. Vi è stata una grossa e lunga campagna stampa. Giornali e quotidiani hanno riportato con grande allarme le notizie di questo attacco alla salute pubblica che, secondo loro, sarebbe stato pericoloso e di grandi dimensioni.

In quei mesi non si parlava d’altro: la Porcina o la Suina (dall’animale che avrebbe contagiato l’uomo) sarebbe stata estremamente pericolosa e dunque bisognava effettuare una vaccinazione di massa per prevenirne gli effetti catastrofici.
Lo Stato ha comprato 24 milioni di dosi solo da un’industria farmaceutica spendendo 194 milioni di €, ma ha preparato contratti con altre chiedendo un’accelerazione nelle consegne.
Il vaccino non aveva i tempi tecnici necessari per essere prodotto in breve tempo, quindi è stato inserito una sorta di acceleratore della produzione che aveva però il difetto di essere tossico per l’organismo umano, dal che ne derivava una sua parziale inefficacia.
I medici di famiglia non hanno consigliato la vaccinazione anche per questa ragione e infatti sono state vaccinate meno di un milione di persone in tutta Italia. Naturalmente la campagna allarmistica ha fatto vendere antivirali, analgesici e antibiotici in misura abnorme, cosicché alla fine a guadagnarci è stata la corporazione delle industrie farmaceutiche. Un vero flop costato tanto, sensore di inefficienza.

Non sappiamo se dietro l’inefficienza vi sia stata corruzione. Certo è sospetto questo clima da guerra che è stato diffuso, a torto o a ragione, dal ministero della Sanità, fra la popolazione.
La vicenda non dovrebbe essere fatta cadere nel silenzio, perché sono stati spesi molti soldi dei cittadini senza alcun motivo e vi è una parte che sicuramente ha beneficiato di tali soldi, ben identificata nei produttori del farmaco, che sono multinazionali ma hanno le loro filiali in Italia, le quali portano a profitto le vendite dei vaccini che, presumibilmente, una volta scaduti, andranno al macero.
Peraltro, col nostro editoriale del 10 novembre avevamo indicato la possibilità che le multinazionali avessero montato il caso. Ma esso stava dilagando, tanto che il ministero della Sanità raccomandò alle famiglie di non intasare i Pronto soccorso degli ospedali. I cittadini sono stati più bravi e non solo non sono andati negli ospedali ma neanche hanno comprato il vaccino lasciandolo nei depositi delle Aziende sanitarie e ospedaliere.

Un altro caso, non solo di malasanità, ma di mala gestione del denaro pubblico, del quale vi è scarsa disponibilità e dunque andrebbe gestito con grande parsimonia e attenzione.
I 184 milioni spesi per questa operazione sono stati letteralmente bruciati. Ci si chiede se, d’altro canto, l’allarme fosse giustificato. Su questo punto il Ministero non ha fatto alcuna luce, sperando che la questione passasse nel dimenticatoio. Per quello che vale, noi la riportiamo in tutta la sua gravità all’opinione pubblica siciliana perché si renda conto come, anche in questo caso, la corporazione dei produttori di farmaci abbia colpito ancora, prelevando dalle casse dello Stato denaro dei cittadini e trasferendolo nelle proprie casse. Anche per questo si giustifica l’assenteismo degli elettori nell’ultima tornata del 28 e 29 marzo, come ulteriore dimostrazione del disgusto che essi hanno nei confronti del ceto politico, indipendentemente dalla parte che rappresentano.

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