Siciliano a cavallo tra tradizioni e pragmatismo americano - QdS

Siciliano a cavallo tra tradizioni e pragmatismo americano

Liliana Rosano

Siciliano a cavallo tra tradizioni e pragmatismo americano

sabato 17 Luglio 2010 - 00:00

Promotore del primo centro della cultura italo-americana nella costa Est degli Stati Uniti. Il sindaco Bloomberg ha investito sul centro 11 mln $, Obama 2 mln e lo stato di NY altri 2 mln

New York – Orgoglioso delle sue radici siciliane, Giacomo Spatola, o Jack come lo chiamano da quando è emigrato negli Stati Uniti, è un esempio di come essere a cavallo tra due culture non può che essere un beneficio. La tradizione e le radici siciliane, si coniugano perfettamente con il pragmatismo americano. Jack Spatola, ricorda con commozione i primi anni dell’emigrazione in America: le difficoltà economiche, i processi di integrazione. Oggi, per lui il sogno americano è realtà quotidiana. Dopo anni dedicati agli studi della cultura italiana, insieme a quelli della psicologia e della metodologia didattica, continua ad investire energia e creatività nel progetto a cui crede molto: la nascita del primo centro della cultura italiana e italo-americana nella costa Est degli Stati Uniti. Un progetto su cui il sindaco Bloomberg ha investito 11 milioni di dollari, oltre ai 2 milioni dello stato di New York e gli altri due messi a disposizione dal governo federale.
Il centro sorgerà a Brooklyn e i lavori, che inizieranno in autunno, si dovrebbero completare nella primavera del 2012.
Professore Spatola, qual è l’obiettivo di questo centro che nasce laddove affondano le radici della comunità italiana emigrata in America?
“Il centro vuole promuovere la cultura italiana non solo presso la comunità italo-americana, ma anche nelle altre etnie, toccando l’interesse, sempre più crescente della popolazione in genere verso l’Italia.
“Verranno istituiti corsi di lingua, corsi di cucina, ci saranno biblioteche, sale lettura, una piscina e una palestra, oltre che una sala di esposizione dedicata alle mostre degli artisti italiani.
“L’obiettivo non è solo quello di agevolare la comunità italo-americana, nell’appropriarsi delle proprie radici, ma anche quello di far penetrare la cultura italiana, quella contemporanea, nel tessuto della società americana, attraverso diversi veicoli culturali che vanno dall’arte, la lingua alla cucina”.
Lei ha parlato della promozione della cultura italiana e della comunità italo-americana. In che modo oggi sopravvivono, se sopravvivono, i vecchi stereotipi legati alla cultura italiana?
“Alcuni dei vecchi stereotipi, legati all’estetica degli italiani, alla mafia, sono superati. Resiste ancora però una certa discriminazione dovuta al fatto che la comunità italo-americana non funziona come una comunità ma come un insieme di individui, a differenza della comunità degli ebrei, dei greci, che invece rafforzano l’elemento della comunità piuttosto che quello individuale”.
Perché oggi si parla di diaspora tra la cultura italiana e quella italo-americana?
“Purtroppo oggi nelle nuove generazioni, i giovani nati nelle famiglie italo americane, sentono il legame astratto con la cultura. Il centro vuole anche essere uno strumento per un contatto diretto con la cultura italiana e con l’elemento dell’italianità. Insieme però a questa sorta di diaspora, si avverte nella comunità italo-americana, la ripresa per l’interesse della cultura italiana, che sia la lingua che sia la storia”.
Lei è nato in Sicilia, dove torna spesso, ma è cresciuto negli Stati Uniti. Come guarda oggi alla sua terra e come immagina la sua vita se non fosse emigrato?
“Io sono molto legato alla mia terra, dove ritorno quasi ogni anno. Ho avuto però la fortuna di studiare e vivere negli Stati Uniti, una terra che mi ha permesso di realizzare quello che ho sempre voluto fare, e di migliorare la mia condizione economica e sociale rispetto a quella della mia famiglia. In Sicilia ci sono molte potenzialità ma anche molti gap strutturali. Il fenomeno che preoccupa di più è quello dell’abbandono della terra da parte di molti giovani. Non si tratta solo di un abbandono legato, dal mio punto di vista, a ragioni economiche, ma soprattutto culturali. Avverto però, da osservatore, un certo cambiamento sociale e politico oggi in Sicilia rispetto a 50 anni fà. Resta però da cambiare l’approccio culturale e la mentalità della gente”.

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