Geronzi condannato a 5 anni per l’affare Ciappazzi - QdS

Geronzi condannato a 5 anni per l’affare Ciappazzi

Geronzi condannato a 5 anni per l’affare Ciappazzi

mercoledì 30 Novembre 2011 - 00:00

L’ex banchiere condannato a 5 anni, 3 anni e 7 mesi all’allora ad Matteo Arpe, 4 al già dirigente Alberto Giordano. In primo grado pene ad altre 5 persone, per tutti interdizione dai pubblici uffici per 5 anni

PARMA – È stato condannato a cinque anni di reclusione l’ex banchiere Cesare Geronzi imputato per bancarotta fraudolenta e usura nell’ambito del processo Ciappazzi, nato da una costola dell’inchiesta sul crac Parmalat del 2003. Quattro anni per Alberto Giordano, all’epoca dirigente di Capitalia. Tre anni e sette mesi per Matteo Arpe, nel 2002 ad del gruppo. Il tribunale di Parma ha inoltre condannato a tre anni e tre mesi gli allora manager di Capitalia Eugenio Favale e Antonio Muto. Stessa pena per un altro ex dirigente della banca, Alberto Monza. Le altre condanne hanno riguardato i manager di Capitalia Riccardo Tristano, tre anni e quattro mesi, e Luigi Giove, tre anni.
Il presidente del collegio giudicante, Pasquale Pantalone, ha stabilito che gli imputati non potranno ricoprire incarichi dirigenziali o essere titolari di un’attività di impresa 10 anni e che l’interdizione dai pubblici uffici sarà invece di cinque anni.
Il risarcimento del danno cagionato alle parti civili (tra questi centinaia di risparmiatori che avevano investito in titoli o obbligazioni del gruppo di Collecchio) sarà determinato da un giudizio civile che vedrà tra i responsabili l’istituto Unicredit e Banca di Roma in solido con gli imputati giudicati in primo grado dal Tribunale di Parma.
Al centro del processo penale di Parma c’era l’affare Ciappazzi, combinato secondo l’accusa tra il gruppo Ciarrapico e la Parmalat di Calisto Tanzi su pressione illecita di Cesare Geronzi che, all’epoca dei fatti (era il 2002), era il numero uno del gruppo bancario romano. Stando all’accusa, Tanzi avrebbe acquistato la società di acque minerali siciliane che versava in uno stato di completo sfacelo, ad un prezzo gonfiato al solo scopo di ottenere dal gruppo Capitalia un finanziamento da 50 milioni di euro che sarebbe servito a tenere a galla il settore turismo della Parmalat. La banca, dal canto suo, avrebbe consentito al gruppo Ciarrapico di incamerare i soldi della vendita e di conseguenza far rientrare in Banca di Roma (poi Capitalia) i fondi di un finanziamento concesso anni prima. I difensori di Geronzi hanno sempre negato tutti gli addebiti.
Il commento del legale dell’ex banchiere, Ennio Amodio: “ci sembra una sentenza profondamente ingiusta in primo luogo perché questo tribunale ha ribadito che i banchieri rispondono di tutto ciò che accade in imprese grandi e articolate come lo era la Parmalat di Calisto Tanzi e in secondo luogo perché la sentenza chiude gli occhi sulle risultanze del dibattimento”.
“La sentenza riconosce la mia estraneità alla vicenda e dunque mi assolve”, il commento di Matteo Arpe.

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