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A come Accoglienza

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A come Accoglienza

Fabio Gabrielli  |
giovedì 16 Giugno 2022 - 09:00

Scopo della rubrica è quello di tradurre in vibrazioni le scosse prodotte dalla vita

Scopo della rubrica è quello di tradurre in vibrazioni le scosse prodotte dalla vita, anche le più lontane, un po’ come il sismografo, per usare la plastica immagine di Hugo von Hofmannsthal. Le scosse, gli urti della vita nascono dallo stupore con cui dovremmo sempre accostarci ad essa, al suo continuo trasformarsi e rigenerarsi, anche là ove sembra avanzare il deserto.

I temi affrontati, in ordine alfabetico, riguardano il mondo delle relazioni, dei sentimenti, delle virtù e dei vizi. Insomma, quel complesso intreccio umano che costituisce da sempre un vero e proprio intrigo, e che proprio per questo ci invita a una continua riflessione, capace di tenerci desti contro le logiche soporifere che tutto intendono addomesticare, sedando ideazione e creatività.

Quel particolare vivente che è l’uomo, ha come tratto specifico e costitutivo l’apertura al mondo: l’uomo è un animale aperto, che saggia, tasta, prova. L’uomo è illuminazione di un mondo che informa sulla base del suo aver da essere, del suo fascio di possibilità, della vocazione con cui marca l’esistenza. L’animale umano, in definitiva, fa esperienza.

La parola esperienza sembra rinviare a una possibile radice indoeuropea per-, presente in diversi vocaboli che attestano “rischio”, “pericolo”, “prova”, “tentativo”. Queata radice si trova anche nel termine “pirata”, dunque potremmo dire che l’uomo ha un’anima pirata, nel senso che prova, esperimenta, assaggia, passando attraverso (altro significato di esperienza) il mondo, con tutti i rischi che ciò comporta. Ma, come ricorda Platone, il “rischio è bello”!

Insomma, senza rischio, senza esperienza, non si dà vita

Insomma, senza rischio, senza esperienza, non si dà vita. Chiamati a fare esperienza, entriamo necessariamente in relazione con l’altro: l’uomo è inesausto colloquio con l’altro, con il mondo. Siamo relazione, fin dal grembo materno, connessi con un tutto che è sempre più della singola somma delle parti. L’uomo è sforzo, tensione, potenza di esistere, cerca di attrarre gli altri sulla base della propria vocazione, delle proprie qualità con cui fa presa sul mondo, e delle quali chiede il riconoscimento.

Il fatto di essere relazione, desiderio di riconoscimento, è di un’accecante evidenza, così come l’accoglienza dell’altro appare fin da subito, al netto di ogni possibile riserva, come un’elevata destinazione dell’uomo buono e saggio. Ma se stringiamo davvero questa accecante evidenza, ci accorgiamo subito che la cosa è molto più complessa e intrigante di quanto noi pensiamo. Infatti, accogliere l’altro significa entrare in relazione con una dismisura assoluta, con un segreto infinito, con cio’ che non è innumerevole ma innumerabile.

Il dono dell’accoglienza, che non vuole controdono per non fare dell’antropologia un commerciologia, della relazione uno scambio, prefigura uno scenario umano in cui l’altro è sempre distante, mai un nostro possesso, mai verificabile o programmabile.

Eppure, senza alcuna garanzia di risposta, l’altro, proprio perché altro, sempre ci interpella con inquietudine a fornire una risposta, a esibire un gesto, a tracciare una strada.

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