Coronavirus, Conte alla Germania, "scriviamo la Storia" - QdS

Coronavirus, Conte alla Germania, “scriviamo la Storia”

redazione web

Coronavirus, Conte alla Germania, “scriviamo la Storia”

martedì 31 Marzo 2020 - 23:09
Coronavirus, Conte alla Germania, “scriviamo la Storia”

"Non un trattato di economia" sottolinea il premier. Test rapidi a tutti e riavvio in tre fasi. Evitare che la curva possa risalire. Aperto il dibattito sulla "ripartenza". Riapertura scaglionata per tipologia di attività

“Io e la Merkel abbiamo espresso due visioni diverse durante la nostra discussione. Ne approfitto e lo dico a tutti cittadini tedeschi: noi non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia”.

Lo ha detto il premier Giuseppe Conte, aggiungendo che quella del coronavirus “è un’ emergenza della quale non è responsabile nessun singolo Paese, non si tratta di tensioni finanziarie. L’Ue come risponde?”

“L’Unione europea – ha sottolineato il presidente del Consiglio italiano – compete con la Cina, con gli Usa che hanno stanziato 2mila miliardi per reagire, noi cosa vogliamo fare? Ogni Stato membro vuole andare per conto suo? Se la reazione non sarà coesa, vigorosa, coordinata, l’Europa diventerà sempre meno competitiva nello spazio globale di mercato”.

Test rapidi a tutti e riavvio in tre fasi

Intanto si comincia a pensare al dopo-emergenza.

Un’indagine a larga scala sulla popolazione utilizzando test rapidi sierologici, che indichino cioè chi ha sviluppato anticorpi al nuovo coronavirus, per avere il polso reale della diffusione del contagio.

A questo sta lavorando l’Istituto superiore di sanità (Iss), mentre già si pensa ai piani per la ‘riapertura’ del Paese e delle attività. Un riavvio che, dopo la proroga delle misure di contenimento almeno a dopo Pasqua, secondo gli esperti dovrà avvenire in modo scaglionato per tipologia di attività e per Regioni.

In vista della ripartenza, però, fondamentale è riuscire ad avere un quadro reale dei casi di positività e anche di chi è certamente guarito avendo sviluppato anticorpi al virus SarsCov2.

Test più rapidi per la ricerca degli anticorpi

Ma per fare indagini ampie di questo tipo sulla popolazione, ha spiegato il presidente Iss Silvio Brusaferro alla conferenza stampa all’Istituto per fare il punto epidemiologico sull’epidemia di Covid-19, “servono test più rapidi per la ricerca degli anticorpi”.

I test con tamponi, infatti, richiederebbero tempi più lunghi ed un’organizzazione complessa. Dunque, ha annunciato, “stiamo pensando di fare questo tipo di indagine e stiamo mettendo a punto le tecnologie per poterlo fare. Stiamo cioè lavorando per poter fare a stretto giro un’indagine di prevalenza sierologica”.

Infatti, “avere una stima in tempi rapidi su un campione significativo della popolazione è molto importante per avere una stima reale dei casi, mentre ad oggi dobbiamo accontentarci di modelli”.

Evitare che la curva possa risalire

Intanto, ha confermato Brusaferro, si valutano le misure che dovranno essere prese in vista del riavvio del Paese, mirate ad “evitare che la curva possa risalire”.

Dunque, ha chiarito, “stiamo prendendo in esame varie misure, dobbiamo capire quando la curva decrescerà e poi, tutti assieme, dovremo cominciare a muoverci individuando modalità che ci consentano di riprendere le attività”.

E proprio in vista della ripresa un primo obiettivo è tutelare le realtà più fragili: “Ad esempio per le residenze di anziani Rsa – ha evidenziato – certamente dovremo essere rigidissimi, perchè lì si concentra il target ideale del virus. Per le Rsa dovremo essere strettissimi per molto tempo”.

Aperto il dibattito sulla “ripartenza”

Sul riavvio, quindi, il dibattito è aperto. Con una certezza da parte del mondo scientifico: non è tanto il ‘quando’ ma il ‘come’ avverrà la ripartenza che farà la differenza. A spiegarne le ragioni è il virologo dell’Università di Padova Andrea Crisanti: “Una riapertura del Paese e delle varie attività è realisticamente pensabile per la fine di maggio ma ciò solo se i dati indicheranno una reale inversione di tendenza e se si sarà messo a punto un indispensabile piano di procedure di sicurezza”.

Riapertura scaglionata per tipologia di attività

Secondo l’esperto, la riapertura andrà scaglionata per tipologia di attività produttive e anche su base regionale, ma “senza un piano di sicurezza, sono convinto che l’epidemia ricomincerà”.

E’ una posizione condivisa dalla comunità scientifica, afferma, che ha anche fatto un appello al governo: “Senza misure mirate è altamente probabile che i contagi ricomincino”.

Un piano di sicurezza su tre livelli

Il piano di sicurezza pensato dall’esperto è articolato su 3 livelli:

1) Dpi: “Innanzitutto i dispositivi di protezione individuale, che andranno garantiti adeguatamente a tutti gli operatori sanitari ma anche ai lavoratori, con mascherine di protezione elevata”.

2) la diagnostica: bisognerebbe prevedere un piano di test tampone per tutti i lavoratori alla riapertura delle varie attività e aziende. I test andrebbero successivamente ripetuti a campione, ad esempio sul 30% dei dipendenti dell’azienda. Se ci sono casi positivi si procede immediatamente all’isolamento e il test si ripete su tutti i lavoratori. Ciò vale pure per gli insegnanti delle scuole.

3) App: la tracciabilità dei dipendenti, anche con app, “per individuare subito i contatti in caso di positività”.

La riapertura, sottolinea, “andrebbe inoltre scaglionata, prima le attività essenziali e poi il resto, e andrebbe fatta scaglionando anche per Regioni. Ad esempio, le Regioni con meno casi e più isolate, come Sicilia e Sardegna, potrebbero sperimentare per prime tale modello di riavvio”.

Insomma, conclude l’esperto, “più che il quando è cruciale il come: se non si investirà su un concreto piano di sicurezza credo che, purtroppo, i contagi potranno ricominciare anche dopo una fase di calo marcata”.

Raggiunto il picco, misure almeno fino a Pasqua

Anche se si guarda avanti, la situazione continua a essere drammatica: con più di 105mila contagiati, oltre 77mila italiani tuttora positivi e quasi 12mila e 500 morti, l’Italia raggiunge il picco del contagio per il coronavirus.

Ma l’apice non è una vetta quanto piuttosto un ‘plateau’, un altopiano di montagna che va attraversato prima che si possa cominciare ad intravedere la discesa.

A un mese e mezzo di distanza da quel 20 febbraio quando a Codogno è stato diagnosticato il coronavirus al 38enne Mattia, gli scienziati pronunciano la parola tanto attesa da tutta Italia.

Che non significa però la fine delle misure di contenimento e del distanziamento sociale: per le prime, si andrà avanti almeno fino a Pasqua; al secondo, dovremmo abituarci per mesi.

E che si sia arrivati al picco non è certo una vittoria, con i numeri della pandemia che rappresentano la fotografia più cruda della catastrofe, assieme ai camion militari che continuano a portare le bare verso i forni crematori in tutta Italia.

Un’ecatombe: 837 vittime in un giorno, 35 l’ora.

Nella tragedia ci sono però anche numeri positivi: continuano a calare i ricoverati negli ospedali: il 26 marzo l’incremento era stato di 1.276 nuovi malati, sabato di 710, domenica di 409, lunedì di 397. Con la Lombardia che ospedalizza ‘solo’ 68 nuovi pazienti e l’Emilia che ne ha invece 14 in meno.

Calano anche i nuovi ingressi in terapia intensiva: oggi sono stati 42, ieri erano 75, il 26 marzo 120.

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