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Covid 19 e smart working, ecco come sono cambiate le nostre vite

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Covid 19 e smart working, ecco come sono cambiate le nostre vite

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martedì 11 Maggio 2021 - 11:49

Qds.it ha intervistato Lavinia Cicero, psicologa sociale e del lavoro, psicoterapeuta relazionale, in merito al tema legato al lavoro da remoto: tra 'burnout' e "spazi di evasione" ridotti.

Il covid 19 ha indubbiamente cambiato le nostre vite, in primis il lavoro, per chi è riuscito ad andare avanti senza fermarsi. E in tal senso, milioni e milioni di lavoratori si sono ritrovati da casa a svolgere le mansioni che prima espletavano in ufficio.

In un primo momento, come spiega la Dott.ssa Lavinia Cicero, psicologa sociale e del lavoro intervistata sul tema smart working da Qds.it, si sono intravisti alcuni vantaggi, come l’abbattimento dei tempi di spostamento per recarsi in ufficio.

Tuttavia, dietro l’angolo, ecco numerosi nodi legati agli aspetti relazionali familiari e di coppia, ai sovraccarichi emotivi, all’assenza di aiuti esterni negati dalla pandemia, fino alle problematiche relative alla strutturazione e alla gestione degli spazi domestici e delle mansioni quotidiane.

Lo shock causato dalla pandemia e lo smart working come prevenzione. Quali conseguenze ha avuto questo radicale cambio di routine per molti soggetti?

“A causa del Covid 19, da più di un anno c’è stata una accelerazione necessaria del fenomeno smart working. Milioni di persone si sono ritrovate di colpo a lavorare da casa e questo ha avuto degli impatti sostanziali nella vita quotidiana.

Indubbiamente diversi soggetti hanno avuto delle ripercussioni personali grazie a questo repentino stravolgimento, talvolta positive, pensiamo ad esempio all’abbattimento dei tempi di spostamento per recarsi a lavoro, ma anche negative, se pensiamo a tutte le problematiche legate agli ambienti domestici: le famiglie, in particolare, hanno faticato nella gestione degli spazi domestici e nelle intercapedini della loro quotidianità, non riuscendo a dare uno stacco tra il loro lavoro e la famiglia”.

I rapporti interpersonali si sono indubbiamente ridotti con lo smart working. Quali sono, in generale, i rischi e le conseguenze?

“I primi dati legati al 2020 hanno rivelato alcuni vantaggi nel lavoro da remoto. Tuttavia, in seguito si è visto come parecchie persone abbiano sofferto maggiormente l’isolamento, la pressione, quello che gli esperti chiamano ‘burnout’ – una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico, associato a demotivazione e disinteresse, ndr.

I rapporti interporsanali, proprio a causa dello smart working, si sono ridotti a rapporti intrafamiliari; ovviamente i rapporti lavorativi non si riducano alle ore in ufficio, ma proseguano instaurandosi come delle vere e proprie relazioni interpersonali, che spesso sono fondamentali per progredire verso gli obiettivi di gruppo.

Di contro si sono intensificati i rapporti intrafamiliari: in alcuni casi, la presenza di figli in casa, o anche solo la convivenza tra due partner, ha acuito dei pregressi equilibri segnati da fragilità tra membri di uno stesso nucleo familiare. E non vanno trascurati, in tal senso, gli aspetti più conflittuali di queste crisi, dove i figli hanno rappresentato spesso il principale sovraccarico quotidiano.

Molte mamme, molte donne, sono pertanto entrate in uno stato di forte pesantezza emotiva, prive di aiuti esterni (dai nonni, dalla scuola, dalla stessa collaborazione tra mamme). Da qui sono sorte nuove dinamiche per le coppie, perché in un repentino cambio di modalità lavorativa, ma non solo, anche di vita, sono emerse nuove criticità e conflittualità”.

Lo smart working e le aziende: quali nuovi orizzonti si sono aperti all’intero del paradigma lavorativo?

“L’accelerazione dello smart working è stata indubbiamente segnata dal covid 19, anche se comunque alcune realtà aziendali avevano già cominciato prima con il lavoro da remoto, come alcune grandi realtà a livello nazionale, seppur in forma confinata (pochi giorni a settimana).

Come si è visto, ci sono diversi pro forniti dallo smart working: molti lavoratori, a differenza di altre categorie (drammaticamente, ndr), hanno continuto a lavorare e a produrre, compreso noi psicologi che ci siamo adattati ai cambiamenti dettati dalla pandemia; tutto ciò ha anche dimostrato la capacità di resilienza del lavoro stesso in modalità smart.

E’ da segnalare, inoltre, come molte aziende abbiano messo a disposizione dei veri e propri sportelli psicologici, dando ascolto alle nuove pressioni, spportando i lavoratori nel gestire le dinamiche legate al covid, ottenendo anche notevoli risultati.

E questo si accompagna indubbiamente ad altri compiti, presenti e futuri, che hanno le aziende, come quello di andare in contro alle esigenze economiche e organizzative dei propri dipendenti”.

Come gestire l’intercapedine – sempre più sfumata – tra lavoro e vita privata? E quali i consigli?

“E’ chiaro che ogni caso ha una storia a sè e occorre entrare in ogni singola realtà per scoprire di più. La strutturazione logistica degli ambienti familiari, i confini che a priori sono dettati dalle struttura che quotidianamente si vive negli aspetti relazionali, sono tutte variabili che incidono non poco nei differenti quadri di valutazione.

Ci sono delle strategie da poter mettere in atto, come la programmazione di attività in comune con il nucleo familiare. Tuttavia risulta chiaro come si siano ridotti quei spazi che io chiamo “di gioia”, “spazi di evasione”.

Noi possiamo progettare qualsiasi modello generale, ma è chiaro come questo debba essere adattato ad ogni singolo contesto.
Nello specifico, mi sento di consigliare un supporto psicologico a quei soggetti che non riescono a superare da soli le difficoltà, più o meno quotidiane, legate al nuovo stile di vita imposto dalla pandemia e non solo”.

Gioacchino Lepre

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