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Le temperatute globali

redazione

Le temperatute globali

giovedì 06 Febbraio 2020 - 17:11

C’è un nuovo record negativo per le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e altri gas a effetto serra, che riguarda l’ultimo anno di misurazioni, il 2018. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite (Wmo), lo scorso anno la concentrazione di Co2 – che rappresenta il principale gas a effetto serra derivante da attività umane – ha raggiunto le 407,8 parti per milione (ppm), ovvero la concentrazione più alta da 3-5 milioni di anni. Non solo: dal rapporto pubblicato emerge che il dato del 2018 è al di sopra dell’aumento medio dell’ultimo decennio e che altri gas, come metano e ossido di azoto, sono aumentati di quantità superiori alla media.

Dal 1990, secondo il Wmo, l’effetto di riscaldamento dei gas a effetto serra è aumentato del 43%, e la tendenza è in crescita perché, sottolinea il segretario generale dell’organizzazione Petteri Taalas, “non vi è alcun segno di rallentamento o di calo della concentrazione di gas serra nell’atmosfera nonostante tutti gli impegni previsti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici”. Se nel 2017 aveva raggiunto le 405,5 ppm, oggi il diossido di carbonio è pari al 147 per cento in più rispetto ai livelli che si registravano in epoca pre-industriale, ovvero prima del 1750. Senza contare che il segretario nella presentazione del report specifica che “l’ultima volta che il pianeta ha sperimentato una tale concentrazione di anidride carbonica è stato 3-5 milioni di anni fa, quando la temperatura era due-tre gradi più calda e il livello del mare 10-20 metri più alto”.

Come si spiega nel rapporto, a destare preoccupazione è il fatto che la crescita che si registra di anno in anno è superiore al tasso medio di aumento. Non va dimenticato infatti che la concentrazione di anidride carbonica può restare per secoli nell’atmosfera e ancora più a lungo negli oceani, che comunque assorbono un quarto del totale delle emissioni. Difatti, lo studio non si basa sulle quantità dei gas a effetto serra ma proprio sul loro impatto nell’atmosfera, che tradotto significa quanto gas vi rimane. L’organizzazione dell’Onu ha calcolato che servirà un intervento netto entro il 2030 affinché sia possibile frenare l’aumento delle temperature globali di 1,5 gradi centigradi. Si capisce quindi come questo aumento record si tradurrà inevitabilmente con l’aggravarsi dei cambiamenti climatici.

Oltre questa asticella, milioni di persone sarebbero soggette ancora di più a ondate di siccità, alluvioni, inondazioni. “Le generazioni future dovranno affrontare sempre dipiù gli impatti sul clima come temperature più altre, condizioni meteorologiche estreme, aumento dei livelli del mare, acidificazione degli oceani, distruzione degli ecosistemi” scrive il Wmo. I dati di oggi sono in linea con la ricerca pubblicata lo scroso aprile dall’Aie, l’Agenzia internazionale per l’energia, che sottolineava come se tra il 2014 e il 2016 l’economia mondiale aveva avanzato senza aumentare le emissioni, dal 2017 questa dinamica si è interrotta, peggiorando. Nello specifico si faceva riferimento al settore energetico (che corrisponde a più del 50 per cento del totale di Co2 immessa nell’atmosfera): qui l’aumento era dell’1,7 per cento nel 2018, con un massimo storico di 33,1 miliardi di tonnellate.

Nonostante tutti gli sforzi, gli annunci e gli impegni fatti dagli Stati per perseguire l’obiettivo dell’accordo di Parigi sul clima, legato proprio alla riduzione delle emissioni, gli obiettivi sembrano lontanamente raggiungibile e la situazione in netto declino, quasi a un punto di non ritorno. Di recente, un altro studio sottolineava infatti come nessuno dei paesi del G20 stesse rispettando gli accordi: gli stessi a cui i climatologi Onu invitano all’azione. Se ne deduce quindi che la neutralità climatica – ovvero il raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento del carbonio, che si vorrebbe raggiungere entro metà secolo – appare più lontana all’orizzonte. Eppure il parlamento europeo è pronto a dichiarare l’emergenza clima e, in vista della Cop25, sta votando delle mozioni che prevedono zero emissioni per il 2050 e un taglio delle attuali del 55 per cento entro il 2030.

Le temperature medie degli ultimi 5 anni (2015-2019) e degli ultimi dieci anni, secondo quanto ha riferito a Madrid il segretario generale della WMO Petteri Taalas,sono quasi sicuramente “le più alte mai registrate” ed il 2019 potrebbe diventare il secondo o terzo anno più caldo da quando si dispone di dati registrati, cioè dalla metà dell’Ottocento

Anche il livello dei mari è cresciuto da quando sono iniziate le misure satellitari, nel 1993, a causa dello scioglimento dei ghiacci in Groenlandia ed Antartide, secondo il report della WMO. Gli oceani stanno sperimentando anche un riscaldamento record, c’è stato un aumento delle ondate di calore marine e gli oceani hanno subito una acidificazione per l’assorbimento della CO2 presente nell’atmosfera: oggi l’acqua degli oceani è un 26% più acida rispetto all’inizio dell’era industriale.

La carrellata di dati negativi ed allarmanti non finisce qui: la WMO informa anche sull’aumento degli eventi meteo estremi, con precipitazioni eccezionali in alcune aree del pianeta e gravi siccità in altre. Allarme anche per le ondate di calore, che quest’anno hanno interessato in modo particolare l’Europa, con due eventi: uno a giugno ed uno a luglio. L’evento di giugno, lo ricordiamo, ha fatto segnare il record di 46°C in Francia. Record di temperatura anche in Belgio (41,8°C), Germania (42,6°C), Olanda (40,7°C)

Numero di incendi sopra la media anche in Australia, Indonesia, Brasile (nell’Amazzonia brasiliana il numero di incendi è stato solo di poco superiore alla media degli ultimi 10 anni, ma gli incendi sono cresciuti nell’intero Sud America.

È cresciuto anche il numero di cicloni tropicali, nel 2019. Nell’emisfero settentrionale ce ne sono stati 66, mentre la media in questo periodo era di 56. Cresce il numero di questi eventi anche nell’emisfero meridionale, con 27 cicloni.Alcuni di questi cicloni hanno avuto un impatto enorme in termini di vite umane, come il ciclone Idai, che ha colpito il Mozambico il 15 marzo scorso. Un altro ciclone devastante è stato l’uragano Dorian, che ha devastato le Bahamas. Pesanti danni anche per il tifone Hagibis, che ha investito il Giappone a metà ottobre. “Se non prendiamo misure immediatamente – ha affermato Petteri Taalas, segretario generale del Wmo, “abbiamo davanti un aumento di 3°C della temperatura globale alla fine del secolo”. Questo avrà conseguenze sempre più pesanti per l’umanità.In risposta a un giornalista della BBC che chiedeva a Taalas se c’è qualcuno, fra chi deve prendere decisioni, che ascolta questi dati, il segretario generale della WMO ha affermato che “non bisogna essere totalmente pessimista” perché “alcuni paesi hanno messo in atto piani ambiziosi” per la riduzione delle emissioni di gas serra. Certo è che molto resta da fare

L’anidride carbonica, o CO2, è il principale gas serra presente nell’atmosfera terrestre e viene prodotto naturalmente da vulcani, animali ed esseri umani. Il problema è che a queste fonti naturali, nel corso dell’ultimo secolo e mezzo, si è aggiunta l’enorme quantità di anidride carbonica prodotta nei processi di combustione di petrolio e carbone. Insieme agli altri gas serra, questa CO2 presente nell’atmosfera impedisce alla Terra di disperdere parte del calore proveniente dal Sole, con un conseguente aumento delle temperature e il cosiddetto “riscaldamento globale”.

Per questo motivo da decenni l’ONU e le principali organizzazioni scientifiche internazionali chiedono ai governi di tutto il mondo di mettersi d’accordo per attuare politiche che riducano la produzione di CO2, passando dall’utilizzo dei combustibili fossili per la produzione dell’energia alle fonti rinnovabili, che comportano una produzione minore (in alcuni casi quasi pari a zero) di anidride carbonica. L’accordo principale raggiunto fino a questo momento è l’accordo di Parigi del 2015, che impegna tutti i paesi sottoscrittori a ridurre l’aumento di emissioni in modo tale da limitare l’aumento di temperatura entro il 2100 a 1,5 gradi centigradi.

La concentrazione di CO2 nell’aria è uno dei principali fattori che influenzeranno quanto la temperatura aumenterà nei prossimi decenni. Per calcolarla, l’Organizzazione meteorologica mondiale utilizza i dati raccolti da una dozzina di stazioni di misurazione in tutto il mondo. Il più antico e più celebre osservatorio che fornisce questi dati è quello del vulcano Mauna Loa, nelle Hawaii. Attivata nel 1958, la prima rilevazione della stazione diede come risultato 315ppm (quasi cento parti in meno dell’attuale livello). Lo scienziato che dette l’avvio alla misurazione, Charles Keeling, oggi dà il nome alla “curva di Keeling”, la principale misurazione dell’aumento della concentrazione di CO2 nella nostra atmosfera.

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