Manca un vero disegno di crescita, politici e burocrati rubano futuro ai giovani - QdS

Manca un vero disegno di crescita, politici e burocrati rubano futuro ai giovani

Carlo Alberto Tregua

Manca un vero disegno di crescita, politici e burocrati rubano futuro ai giovani

mercoledì 30 Ottobre 2019 - 00:00

La legge di Bilancio 2020 procede fra i marosi in mezzo a tanti scogli.
La bozza che è stata inviata alla Commissione europea è una sorta di puzzle, con tanti pezzi ma senza una visione organica in relazione ad un progetto di medio e lungo periodo.
Ministri, viceministri e addetti continuano a spiegare le singole misure, quasi tutte pezze sulle scuciture, ma il Presidente del Consiglio che dovrebbe fare la sintesi della linea politica ed economica, proiettata verso il futuro in un disegno di crescita fatto di ricchezza e occupazione, si rifugia nei particolari e fa venir meno la conoscenza del disegno strategico, di cui i cittadini dovrebbero prendere atto con semplicità e chiarezza.
L’unica cosa che appare certa è che questo governo continua a firmare cambiali, ipotecando il futuro dei giovani. cambiali che quest’ultimi dovranno pagare in un modo o nell’altro.

È deleterio questo comportamento degli irresponsabili istituzionali che sanno solo creare debiti. Ma non un debito finalizzato alla crescita, cioè ad investimenti, infrastrutture e simili, ma indirizzato a mance e mancette distribuite a destra e a manca per accontentare tanti “pezzi” di società che approfittano della debolezza del governo per chiedere ciò che è legittimo, ma spesso anche ciò che non lo è.
Insomma, il nostro Paese si è segmentato e diviso in lobbies di ogni genere e di ogni dimensione. Ciò perché è mancata la capacità dei diversi governi di fare la sintesi, di valutare meriti e bisogni e di stabilire, una volta per tutte, quanto già fissa la legge n. 42 del 2009 che ha determinato il principio secondo cui la spesa debba essere razionalizzata in base e costi e fabbisogni standard.
Non si capisce perché un principio equo e lineare come quello indicato e, soprattutto, portato da una legge, non debba essere fatto rispettare dagli enti pubblici di qualunque livello.
Meno che mai, non rispettano tali principi le ottomila partecipate, i cui dipendenti, proprio pochi giorni fa, hanno persino fatto uno sciopero anziché starsene zitti e ringraziare per gli stipendi che guadagnano, spesso immeritatamente.
Non impiegare il nuovo indebitamento per attività che producano ricchezza e occupazione significa alimentare la recessione potenziale che potrebbe trasformarsi in recessione legale; significa non far crescere il Paese perché l’innovazione, frutto della ricerca, è scarsamente finanziata (l’1% del Pil), con la conseguenza che il numero dei progetti è talmente basso da far assomigliare l’Italia al Mozambico.
L’assunto che mettendo più soldi in mano ai dipendenti aumentano i consumi è stato smentito clamorosamente perché i percettori di reddito fisso e i pensionati, avendo poca fiducia nel futuro, preferiscono tenere i soldi in banca. Ciò è dimostrato dall’incremento del risparmio, verificatosi lo scorso anno.
Molti pensionati si sono trasferiti fuori dall’Italia perché in Tunisia o in Portogallo i loro emolumenti aumentano di un terzo per effetto del risparmio delle imposte. I giovani brillanti se ne vanno perché sono acquisiti dalle multinazionali, le università non sono capaci di attrarre i cervelli.

Il quadro è drammatico ma i responsabili istituzionali non trovano meglio da fare che accapigliarsi, persino insultarsi, per futili motivi. Insomma, soddisfano la voglia di guerre, buttandosi anche loro nella mischia.
Invece, se fossero davvero responsabili, dovrebbero elaborare piani pluriennali, prendere decisioni impopolari sottraendo alla spesa corrente qualche decina di miliardi per girare tali risorse agli investimenti e alle infrastrutture.
E poi, dovrebbero mettere mani alla riforma della burocrazia, la cui performance peggiora di giorno in giorno perché non c’è nessuno che la guidi e la controlli e perché, come abbiamo più volte ripetuto, mancano i valori di merito, responsabilità e produttività. Ognuno fa quello che vuole e si nasconde dietro le tortuosità delle leggi di diverso livello per non fare mentre dovrebbe fare il possibile per fare, e fare bene.
Questa Italia della burletta deve diventare l’Italia che sogniamo: una Nazione seria.

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