Menorah e pennelli - QdS

Menorah e pennelli

Giuseppe Sciacca

Menorah e pennelli

mercoledì 05 Gennaio 2022 - 02:45

Ancor oggi è interessante osservare il rapporto degli artisti di origine ebraica con il secondo Comandamento, che proibisce di raffigurare immagini umane

Ancor oggi è interessante osservare il rapporto degli artisti di origine ebraica con il secondo Comandamento, che proibisce di raffigurare immagini umane. “Non ti farai alcuna scultura, né immagine qualsiasi di tutto quanto esiste in cielo al di sopra o in terra al di sotto o nelle acque al di sotto della Terra” (Esodo 20: 4-6). Un precetto secolare, mai abolito, che ha generato, con il suo tabù, per reazione, nel XX secolo, una poderosa impennata artistica, che ha dato luogo alla produzione di tantissime tele, traboccanti di immagini, ricche di fantasia, vivaci nei colori, una vera e propria rivoluzione copernicana, una nuova arte dalla forza eccezionalmente innovativa. Un divieto che ha inciso, a vario modo e per ciascuno secondo la propria sensibilità, sulla vena creativa di artisti come Marc Chagall (1887-1985), Amedeo Modigliani (1884-1920) e Chaim Soutine (1893-1943). Ognuno di loro reagì in modo autentico e nessuno rimase indifferente a quella la proibizione, che negli anni della fanciullezza, faceva parte della rigida tradizione che governava la vita delle loro piccole comunità d’origine.

Chagall (di cui ci siamo occupati in questa rubrica con la pubblicazione del 26 giugno 2020, in occasione dei suoi 133 anni dalla nascita) a maturità raggiunta affermerà: “Mi sembra che la Bibbia sia la fonte di poesia di tutti i tempi. Essa è stata l’alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli”. Le sue tele, dai colori accesi, evidenziano una visione religiosa della vita, di sovente con ambientazioni di tipo onirico. In questo mondo di fiaba prendono forma i ricordi della sua infanzia, del suo villaggio, di quella esistenza assai semplice e ricolma di poesia. Vengono rappresentante, sempre con estrema tenerezza, le usanze della sua gente, che ora la lontananza ammanta di nostalgia ed anche i riti del culto, attraverso cui si snoda il ricordo dello scorrere di quei giorni ormai lontani. A tanta intimità si intervallano cicli pittorici, in cui vengono raffigurate scene tratte dalle narrazioni sacre. Nell’arte di Chagall, caratterizzata sempre da una sorta di freschezza angelica, domina una visione della vita in cui si avverte la costante presenza di Dio, che non abbandona il contesto pittorico, neanche quando il tema dei dipinti saranno le persecuzioni razziali.

La Trascendenza, invece è la grande assente nel percorso artistico di Modigliani, la cui breve esistenza, bruciata in fretta tra sfrenate passioni ed eccessi, ne ha fatto un mito della vita artistica bohémien parigina. Le sue tele, che ritraggono figure femminili malinconiche ed assenti, mettono in luce, in pieno, il senso di solitudine del suo animo, frustrato e deluso per la mancanza di tangibili riconoscimenti alla sua arte, che precedono i suoi primi successi. Disillusioni ed amarezze che lo spingeranno a far uso di droghe e ad eccedere con gli alcolici. Una vita turbinosa che si spegnerà nel 1920 presso l’ospedale della Charitè, a causa della sopraggiunta tubercolosi.

Tra i tre artisti chi ne uscirà maggiormente segnato dallo scontro con questo tabù biblico è certamente Soutine. Nato in Bielorussia nel piccolo villaggio di Minsk, decimo di undici figli di un sarto, sin dalla prima infanzia sente il desiderio di dipingere come reazione alla condizione di miseria e di mancanza di libertà in cui era costretto a vivere. I suoi familiari lo controllano affinché lui non trasgredisca al secondo comandamento, ma il giovanissimo Soutine non si arrende e si spinge a vendere gli utensili di casa per acquistare quanto necessario per disegnare. Ancora giovinetto, ritrae un vecchio del villaggio. L’ottimo risultato del disegno gli impedisce di tenere l’immagine per sé, ed il figlio dell’anziano, saputo della iniziativa artistica di Soutine lo mena in malo modo, provocandogli gravi danni alla persona. Il risarcimento ottenuto di ben 25 rubli gli consentirà di realizzare il sogno di tutta una vita. Andrà finalmente a Vilnius per studiare all’Accademia, e da lì si trasferirà a Parigi, dove avrà modo di frequentare gli artisti più in voga. Diventerà grande amico di Modigliani, che ne ricambierà in pieno l’amicizia, offrendogli costantemente aiuto, condividendo con lui i pochi soldi dei suoi guadagni e le interminabili bevute che riempivano le sue notti.

I due pittori non potevano essere più diversi. Soutine, era uomo rozzo e selvaggio. L’italiano era persona di grande fascino, bella presenza, loquace, sempre circondato da donne e costantemente immerso in una vita di eccessi. La sua arte è molto spontanea ed immediata, con tante tele in cui vengono spesso rappresentate le sue belle ed esuberanti amanti. Il bielorusso è esageratamente timido ed introverso, quando non diventa addirittura cupo e malinconico. Non riuscirà per tutta la vita a liberarsi dai ricordi dolorosi della sua infanzia. La sua arte a differenza di quella del Modigliani è difficile da esternare e manifesta per intero il suo dolore, è ammantata da un pudore algido che la rende priva di naturalezza. Nelle tele il suo furore artistico si trasforma in colori violenti e discordanti ed immagini deformate che, con il loro dolente fremito, sembrano riflesse sulla superficie dell’acqua; figure che danno comunque vita ad una pittura coinvolgente. L’avvicinarsi dell’occupazione di Parigi da parte dei nazisti, impone a Soutine di dileguarsi nella provincia, per sfuggire ai rastrellamenti che colpivano gli ebrei, impedendogli di curare adeguatamente un ulcera gastrica che alla fine gli risulterà fatale. Una vita tutta segnata dai traumi giovanili e troppo breve per consentirgli di godere del successo sopraggiunto postumo e che invece, se tempestivo, poteva essere fortemente liberatorio.

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