Perché il terremoto dell’Albania interessa da vicino anche la Sicilia - QdS

Perché il terremoto dell’Albania interessa da vicino anche la Sicilia

Rosario Battiato

Perché il terremoto dell’Albania interessa da vicino anche la Sicilia

giovedì 28 Novembre 2019 - 05:00
Perché il terremoto dell’Albania interessa da vicino anche la Sicilia

Il sisma albanese è stato avvertito fino in Calabria e avrebbe potuto generare uno tsunami. La prevenzione continua a restare nelle intenzioni, eppure il 90% dell’Isola è a rischio

PALERMO – A ogni terremoto di rilevanza internazionale riprende quota e vita il dibattito sulla prevenzione sismica in Italia, in particolare nell’Isola. Il tragico caso albanese non ha fatto eccezione, anche se, come sempre, i risultati della messa in sicurezza del territorio sembrano ancora lontanissimi, soprattutto in Sicilia.

IL DRAMMA ALBANESE
La scossa di magnitudo 6,5, avvenuta alle 3:54 italiane del 26 novembre lungo le coste dell’Albania, vicino Durazzo, alla profondità di circa 10 chilometri, ha avuto come seguito due ulteriori scosse di magnitudo 5.3 e 5.4. Il sisma è stato generato dalla compressione fra la placca africana e quella eurasiatica, e avrebbe potuto “generare uno tsunami, ma all’allarme è rientrato”, ha rivelato il sismologo Alberto Michelinio, dell’Ingv.
Inoltre, si ribadisce ancora una volta l’unica certezza possibile in fatto di terremoti: “Non sappiamo nel dettaglio che cosa potrà accadere”, ha detto il sismologo Salvatore Stramondo. In altri termini, l’assoluta imprevedibilità di un fenomeno che può essere arginato soltanto tramite la prevenzione.

PERICOLO TSUNAMI
Nella stessa zona colpita dal terremoto erano avvenute altre due scosse importanti lo scorso settembre: la prima di magnitudo 5,8 seguita da una di magnitudo 5,4, anche se “al momento non ci sono elementi per stabilire se esiste un legame fra l’evento di oggi e quei terremoti”, ha aggiunto Michelini. In termini di studio, la zona in questione si trova ai margini fra due placche: quella Africana, che spinge da Sud verso Nord, e quella Eurasiatica, che spinge in senso opposto. Due tendenze che determinano un movimento di compressione che poi genera anche i terremoti.

La situazione aveva determinato anche l’allerta tsunami che aveva coinvolto tre diversi Paesi, tra cui l’Italia. “È stato fatto – ha spiegato Stramondo – per le coste albanesi e per quelle greche e italiane poiché l’Ingv è responsabile dell’allerta tsunami nel Mediterraneo”. Il maremoto non si è verificato a causa della profondità del sisma anche se “non sappiamo se a livello locale possano essere avvenuti fenomeni di lieve entità, compresa fra 5 e 6 centimetri”. In Italia, comunque, la percezione del terremoto si è avvertito, da Trieste alla Puglia, fino alla Campania e alla Calabria.

MINACCIA SULL’ISOLA
In Sicilia, per trovare un caso, non tragico come quello albanese eppure profondamente serio in termini di impatto sulla vita dei cittadini, è sufficiente tornare indietro di qualche mese, al sisma di Santo Stefano, che ha costituito l’espressione concreta di un rischio che coinvolge il territorio siciliano. È sufficiente ricordare che la mappatura nazionale della Protezione civile colloca circa il 90% del territorio isolano nelle prime due fasce di rischio sismico: in termini numerici si tratta di 27 comuni nella zona più pericolosa, la numero 1, dove “possono verificarsi fortissimi terremoti”, e altri 329 nella zona 2, dove possono “verificarsi forti terremoti”.

Ci sono, secondo il Cresme, circa 4,5 milioni di siciliani nella morsa del rischio, che coinvolgono 1,7 milioni di abitazioni occupate in edifici residenziali (144mila nella prima fascia). Rischio che diventa ancora più concreto nei grandi centri – un terzo degli edifici residenziali dei centri storici delle città metropolitane rientra nella casistica di “pessima” o “mediocre” conservazione – e Fabio Tortorici, della Fondazione Centro studi del Consiglio dei geologi, ha sottolineato come il 60% del patrimonio edilizio dell’area etnea sia stato costruito prima dell’entrata in vigore di norme antisismiche.

Nemmeno dallo tsunami ci si può dire del tutto estranei: la relazione che accompagna le “Mappe delle aree allagabili a seguito di onde anomale” della provincia di Palermo, realizzata dal Dipartimento regionale di Protezione civile, ha censito 820 mila siciliani potenzialmente esposti al rischio delle onde anomale, cioè quegli improvvisi innalzamenti del livello del mare caratterizzati da “periodi e lunghezze d’onda non associabili al normale moto ondoso”.


Uil: “Assurdo che Catania sia nella fascia 2 del rischio”

PALERMO – L’evento albanese è stata l’occasione per riportare l’attenzione sulla collocazione di Catania nella fascia di rischio sismico, attualmente nella zona 2 e che gli esperti vorrebbero nella 1. I segretari di Uil e Fenea Uil hanno sottolineato che “la terra trema devastando la vicina Albania, mentre la vulnerabilissima Catania aspetta ancora che venga cancellato l’assurdo della ridicola e oltraggiosa classificazione territoriale in fascia 2 di rischio sismico”. Secondo Enza Meli e Nino Potenza, “sono ormai trascorsi oltre venti mesi da quando, alla vigilia di una lunga stagione elettorale intrisa di promesse e annunci, sfidammo la classe politica a realizzare questo atto di giustizia verso il nostro territorio. Abbiamo assistito a uno stucchevole scaricabarile tra Stato e Regione, ma nulla è cambiato. Anche la lezione albanese rischia adesso di rimanere cinicamente inascoltata”. Secondo i sindacalisti, è una richiesta appoggiata da “tutti gli studi scientifici” e “peraltro reiterata in occasione del terremoto di Fleri”. Aggiungono, inoltre, che “nel solo capoluogo etneo l’ottanta per cento degli edifici è stato costruito prima del 1981, quindi prima che per legge fossero fissati criteri di costruzione”.

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