Scuola, troppe vacanze poca formazione - QdS

Scuola, troppe vacanze poca formazione

Carlo Alberto Tregua

Scuola, troppe vacanze poca formazione

sabato 06 Giugno 2020 - 00:00

Il decadimento etico-sociale della popolazione italiana è conseguente al retrocedere qualitativo dell’insegnamento nelle scuole di Stato e, in qualche misura, nelle Università.
La causa prima deriva dalla diminuita preparazione degli insegnanti, conseguente alla rarefazione dei concorsi pubblici (che selezionavano i migliori), delle pastette universitarie, che non facevano nominare professori aventi i migliori requisiti e, in genere, dell’organizzazione del sistema scolastico e universitario che verteva più su metodi formali che sostanziali.
Si aggiunga che la scuola italiana lavora, si fa per dire, 200 giorni su 365. è vero che negli altri 165 giorni si svolgono attività non didattiche: vi sono esami, consigli d’istituto e di classe, riunioni per gli scrutini. è vero anche che gli insegnanti, che hanno materie scritte, devono correggere i compiti. Ma tutto ciò non giustifica un orario di appena diciotto ore d’insegnamento su trentasei, perché mai e poi mai le altre diciotto ore della settimana sono utilizzate in pieno, sempre e tutte le settimane.

Dunque, la modesta preparazione, dovuta anche a una scarsa formazione degli insegnanti, il tempo che loro dedicano al lavoro, parziale, ma per il quale sono pagati per intero, sono alcune delle cause che impediscono ai giovani di crescere con sani principi etici, di cui poco si parla nelle aule, con la conseguenza che non riescono a diventare buoni cittadini, salvo ovviamente eccezioni.
Questo quadro è anche conseguenza della modestia culturale della classe politica, la quale, pur di acquisire voti, continua a parlare della sistemazione dei cosiddetti precari. Gente che alla fine diventa di ruolo senza mai avere superato un concorso, obbligatorio (ma ormai diventato facoltativo), ai sensi dell’articolo 97 della Costituzione.
Anche oggi, politici di scarso spessore sociale continuano a dire che vanno sistemati fra cento e duecentomila precari. E fanno a gara a chi propone di sistemarli in qualche modo il prima possibile, senza ovviamente passare per la selezione obbligatoria di un regolare concorso, ma pensando a blande prove sostitutive. Così la qualità dell’insegnamento diminuisce e i giovani crescono senza ricevere quanto necessario per diventare buoni cittadini.
L’influenza del virus “Corona” ha fermato la scuola da febbraio in avanti e non sembra che la ministra Azzolina voglia fare quello che è stato fatto in altri Paesi seri, cioé riaprire le aule prima che finisca il corrente anno scolastico.
Bisogna ricordare che in Germania, parecchi Länder, che hanno la gestione dell’istruzione, aprono le aule già i primi giorni di agosto, che le ferie scolastiche in quel Paese sono fra quattro e sei settimane, che in gran parte di quelle scuole l’orario continua fino a pomeriggio inoltrato e che è esteso in tutto il Paese il rapporto scuola-lavoro, secondo il quale i giovani delle classi superiori trascorrono nelle aziende due-tre mesi per ciascuno degli ultimi anni, fatto che in Italia è quasi generalmente ignorato.
Anche la Danimarca e la Finlandia hanno un mese di vacanze e in Svizzera, dove i 26 Cantoni hanno la gestione scolastica, lo stop alla scuola è ridotto a poco più di un mese.

La questione che poniamo da decenni di una scuola di qualità è la base per far crescere le future generazioni alla luce di principi etici di convivenza civile e di competenze indispensabili.
Nel nostro Paese vi è una disoccupazione nettamente superiore a quella della media europea, non solo per mancanza di lavoro, ma anche perché le offerte di lavoro che ricercano competenti non trovano riscontro. Oggi sono stimati da più parti due-trecentomila opportunità di lavoro cui non arrivano domande, in quanto non vi è la relativa preparazione.
Non sembra che questo veritiero quadro sia affrontato dalla classe politica con sufficiente serietà, perché al di là della populistica iniziativa di sistemare i precari, non vi sono progetti di riforma dei programmi, né l’introduzione sistematica della formazione lavorativa negli anni terminali di scuola e neanche del modo di insegnare.
I sindacati dei docenti continuano a privilegiare lo status quo, mentre dovrebbero avere il senso di responsabilità necessario per contribuire alla riforma del sistema scolastico, tanto necessaria quanto ignorata.

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