La Burocrazia uccide il tessuto economico - QdS

La Burocrazia uccide il tessuto economico

Carlo Alberto Tregua

La Burocrazia uccide il tessuto economico

venerdì 11 Ottobre 2019 - 00:00

I quattro milioni di uomini e donne impiegati nella Burocrazia statale, regionale e locale, nonché nelle oltre ottomila partecipate, non sono regolati da un sistema organizzativo che preveda obiettivi precisi, tempi, modi e costi per realizzarli.
Da tempo si discute di inserire in ogni segmento della Pubblica amministrazione il meccanismo che determini costi e fabbisogni standard in modo da obbligare le diverse branche della Burocrazia a imitare quelle altre che sostengono spese virtuose, per cui conseguono obiettivi eccellenti.
La legge che ha introdotto costi e fabbisogni standard (n. 42/2009), in questi anni non ha avuto seguito per il contrasto, palese e sotterraneo, che i burocrati hanno messo in atto contro di essa, perché non vogliono farsi mettere la camicia di forza.
I burocrati contrastano anche con molta forza la digitalizzazione del Paese, perché sanno che la tracciabilità delle procedure li metterebbe inevitabilmente con le spalle al muro.

La mancanza di meritocrazia, responsabilità e produttività dell’apparato burocratico sta creando danni rilevanti al settore produttivo.
È come se Stato, Regioni, Comuni ed altri enti fossero diventati i killer delle imprese di qualunque livello, anziché sostenerle, incentivarle per far raggiungere loro gli obiettivi, i cui principali sono: occupazione e produzione di ricchezza tassabile.
La deresponsabilizzazione e improduttività della Burocrazia del nostro Paese non è oggetto dell’attività del governo centrale né dei governi regionali e neppure delle giunte comunali.
Nessuno si occupa e si preoccupa di ciò che dovrebbero fare dirigenti e dipendenti nei tempi previsti, mentre viene omesso del tutto il normale controllo dei risultati che andrebbero paragonati agli obiettivi fissati.
Quanto precede è precisa responsabilità dei dirigenti pubblici che, in base alle leggi vigenti, sono responsabili autonomi dell’indirizzo politico, ma è anche precisa responsabilità del ceto istituzionale-politico, che deve indicare con precisione alla Burocrazia l’oggetto della loro missione.
Proprio il ceto politico, che approva leggi che non capisce, è il cuore del problema. Non ne intende la portata e le conseguenze, soprattutto in quelle parti omesse volontariamente, con la conseguenza che non vi è disciplina né organizzazione nelle norme approvate dal Parlamento e dalle Regioni.
Il fenomeno tutto italiano di approvare leggi ad applicazioni successive è l’esempio più tipico di una volontà precisa, che vuole sempre ingarbugliare le circostanze evitando di marcare con linee precise gli indirizzi e le esecuzioni della volontà politica.
Una volta, i ministri, viceministri e sottosegretari erano persone dotate di carisma, intelligenza superiore e capacità (non solo di intendere e di volere).
Insomma, chi stava ai vertici dello Stato e degli enti locali, veniva riconosciuto come persona degna di ricoprire quell’incarico, con una valenza e una personalità certamente superiore alla media dei cittadini.

Lo scenario degli ultimi decenni ci fa vedere, ahinoi!, una serie di figure e di mezzibusti assai mediocri, con la conseguenza che tale mediocrità si riverbera nell’andamento di tutto il Paese.
Un esempio per tutti, la inspiegabile e continua presenza in quella trasmissione di La7, Non è l’Arena, dell’ex Presidente della Regione, Rosario Crocetta. Non vorremmo pensar male, ma ci viene spontanea la considerazione che tale presenza abbia la funzione di denigrare Sicilia e siciliani.
Questo accade per il ruolo primario che ormai ha la comunicazione nelle relazioni fra i cittadini i quali, dal loro canto, ormai fanno ben poco per aprire la loro mente ai fatti che accadono e ancor meno per tentare di spiegarne le cause e le conseguenze.
Insomma, il Popolo, nel quale si sono diffusi contemporaneamente smartphone e ignoranza, si compone sempre più di pecore che seguono il capobranco. Se questo va verso il burrone, anche il gregge vi andrà. Poveri noi!

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