La storia del Ccpm di Taormina sembra più vicina al suo epilogo - QdS

La storia del Ccpm di Taormina sembra più vicina al suo epilogo

Massimo Mobilia

La storia del Ccpm di Taormina sembra più vicina al suo epilogo

mercoledì 29 Dicembre 2021 - 00:40

Il bando per la riapertura dello stesso reparto a Palermo dovrebbe determinare la fine del Centro di cardiologia pediatrica del Mediterraneo nell’ospedale San Vincenzo

TAORMINA (ME) – Dopo undici anni di esistenza, potrebbe davvero arrivare la parola fine per la Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale San Vincenzo di Taormina, gestita in convenzione con il Bambino Gesù di Roma. Il recente via libera al bando per la riapertura dello stesso reparto a Palermo, determinerebbe infatti la chiusura di quello taorminese, che andrebbe a naturale scadenza dell’attuale accordo, fissata a luglio del 2022, con l’Istituto romano che fa capo al Vaticano.

È dal 2017 che il Centro di cardiologia pediatrica del Mediterraneo (Ccpm) di Taormina rischia la chiusura, e cioè da quando era scaduta la prima convenzione settennale che la Regione siciliana dell’ex governatore, Rosario Crocetta, aveva deciso di non prolungare, con la motivazione che fosse stato impossibile sostenerne i costi, a fronte invece di una ristrutturazione del vecchio reparto all’Arnas Civico di Palermo, chiuso nel 2010. Poi il governo Musumeci era riuscito a rinnovare l’impegno, di anno in anno, per il mantenimento del Centro a Taormina, alla luce dei notevoli risultati sanitari raggiunti nel nosocomio di contrada Sirina. Nel suo primo decennio di vita infatti, il Ccpm ha portato a termine quasi cinquemila interventi, dato ristoro a settemila ricoverati e accesso a oltre 25mila prestazioni ambulatoriali, generando risalto in tutto il mondo e divenendo anche centro di formazione a distanza, insieme con i Children’s Hospital di Toronto e Miami.

In questi anni, i professionisti guidati dal primario, Sasha Agati, hanno instaurato numerose collaborazioni con altri ospedali nel mondo, soprattutto con i Paesi in via di sviluppo, ospitando medici da El Salvador, Uruguay, Palestina, e andando a operare in prima persona in zone disagiate del Sud America e dell’Asia. Elementi che hanno portato la Cardiochirurgia pediatrica di Taormina a qualificarsi come sede della Congenit Heart Academy.

Determinante è stata certamente la collaborazione con il Bambino Gesù di Roma, che ha permesso di investire in attrezzature e risorse umane per oltre dieci milioni di euro. La convenzione adesso ha un costo annuale per la Regione di circa 1,2 milioni di euro, e per sopravvivere alla riapertura del reparto di Palermo, dovrebbe rientrare nell’ambito di un accordo di collaborazione con la Regione Calabria. Questo perché i parametri contenuti nel decreto Balduzzi, per la definizione delle reti ospedaliere regionali, prevedono un solo reparto di cardiochirurgia pediatrica almeno ogni cinque milioni di abitanti. Popolazione di poco superiore a quella dell’Isola. Eppure perdere l’eccellenza del San Vincenzo sarebbe davvero un peccato in una Regione che ha sempre dovuto fronteggiare problemi di malasanità.

Del resto, il nosocomio taorminese è l’unico ospedale Dea di primo livello tra Messina e Catania, registrando numeri per utenza servita e prestazioni che superano di gran lunga il rapporto con i posti letto e il personale dipendente. Anche nei primi sei mesi del 2021, il San Vincenzo è stato il secondo nell’Isola per numero di interventi chirurgici, ben 314. Senza dimenticare che la chiusura del Ccpm determinerebbe un notevole disagio anche per le centinaia di piccoli pazienti, e famiglie al seguito, che attualmente trovano cure e assistenza a Taormina.

Nel frattempo a Palermo, la notizia del via libera al bando è stata accolta invece con soddisfazione, da chi ha vissuto la chiusura del 2010 quasi come uno “scippo”. I tempi per la riapertura non sono comunque immediati. Una volta pubblicato il bando bisognerà attendere che le aziende sanitarie interessate presentino un progetto, che a sua volta sarà valutato dal management dell’Arnas, strutturando tutto l’iter sotto forma di una scuola di formazione che sarà operativa per tre anni con eventuale proroga per altri due.

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