Tria in Cina per vendere i bond in scadenza - QdS

Tria in Cina per vendere i bond in scadenza

Carlo Alberto Tregua

Tria in Cina per vendere i bond in scadenza

giovedì 30 Agosto 2018 - 00:00

All’Italia serve efficienza, anche per la Pa

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, è volato in Cina con una fitta delegazione – di essa fa parte anche il vice direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta – per stringere rapporti commerciali con il Paese asiatico, sia per quanto riguarda l’insediamento di attività colà, che per attirare investimenti cinesi nel nostro Paese, forieri di nuova occupazione. Questa è la ragione ufficiale del viaggio, perché da fonti ministeriali è stato comunicato che non verrà trattata la questione dei bond.
Excusatio non petita, accusatio manifesta. Avere preliminarmente negato la trattativa per la vendita dei bond italiani alla Cina significa, con molta probabilità, che questo è lo scopo più importante della missione.
Tria sa che nel 2019 scadranno oltre 400 miliardi di bond (di cui 220 miliardi circa secondo i dati Mef al 28/2/2018) sui 2.323,3 (giugno 2018) di un mercato in cui i tassi stanno aumentando mentre contestualmente cesserà, dal primo gennaio prossimo il Quantitative easing, queste sono condizioni negative che destano grande preoccupazione nel titolare del Mef, se sarà ancora quello attuale o un successore.
La questione prospettata non riguarda soltanto l’aumento dei tassi, ma anche la solvibilità complessiva del Paese Italia in relazione alla sua capacità di onorare le scadenze ripagando i titoli emessi. I quali, lo ricordiamo ancora, sono equivalenti a cambiali. Titoli o cambiali sono la stessa cosa: si tratta di debiti che vanno pagati.
Siccome il nostro Paese non è in condizione di pagare i titoli in scadenza, deve emetterne nuovi per compensare l’ammontare e, per conseguenza, vanno trovati gli acquirenti istituzionali e privati.
C’è da tener conto, anche, che il ritorno all’inflazione fisiologica del 2%, da poco superata in Italia fino al 2,7%, e quindi un aumento della remunerazione delle cambiali (pardon, bond) è proporzionale anche al grado di solvibilità e alla credibilità nazionale.
Più il nostro Paese ha istituzioni traballanti, contraddittorie, incapaci di mantenere faraoniche promesse, perché non potranno essere mantenute, e più cala la credibilità, con l’aumento del tasso di interesse sui bond.
Lo scenario descritto è chiaro in macroeconomia, dal che ne consegue che gli esperti assoggettati ai Governi annacquano la comunicazione e, in qualche caso, la invertono; quelli intellettualmente indipendenti spiegano i fatti come sono, ma dalla comunicazione governativa vengono contrastati o imbavagliati.
L’attuale Governo GialloVerde, man mano che passano le settimane, entra in affanno, perché la cartina di tornasole sarà un responso inoppugnabile, nei prossimi mesi di settembre e ottobre, che dirà la verità sui conti dello Stato, indipendentemente dal rapporto con l’Europa.
Infatti, non è l’Ue che vuole strangolare l’Italia, ma quest’ultima che vuole debordare ed esondare, al di là di ogni ragionevolezza, firmando altre cambiali: ecco di cosa parlano Di Maio e Salvini, della libertà di aumentare il debito che poi dovrà essere pagato dai nostri figli, nipoti e pronipoti.
Che razza di coscienza hanno i due leader, sapendo che per mantenere anche solo parzialmente le promesse fatte debbono indebitare le generazioni future? Lo fanno per acquisire il consenso oggi, con la politica del giorno per giorno, cui hanno fatto ricorso tutti i Governi, di qualunque colore, da 25 anni a oggi.
Ricordate cosa diceva don Mariano Arena al capitano Bellodi nel Giorno della Civetta di Leonardo Sciascia? Ci sono uomini, mezzi uomini, uominicchi, pigliainculo e quacquaracqua.
Non sappiamo a quali delle cinque categorie appartengano gli attuali governanti e i precedenti. Certo non alla prima. In ogni caso, adesso incombe il dovere di fare quadrare i conti e, nell’ambito della quadratura, di spostare il massimo delle risorse dalla spesa corrente a quella per investimenti.
Incombe poi l’onere di una profonda riorganizzazione, anche mentale, di tutta la Pubblica amministrazione, secondo il principio universale: “Si pagano i risultati e non il lavoro inutile”.
Ecco, il Paese dovrebbe essere improntato tutto a questo principio, l’unico che possa consentire di uscire dalle secche attuali.

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