Antichi mosaici nascosti e dimenticati, ma le istituzioni se ne lavano le mani - QdS

Antichi mosaici nascosti e dimenticati, ma le istituzioni se ne lavano le mani

Alessandro Accardo Palumbo

Antichi mosaici nascosti e dimenticati, ma le istituzioni se ne lavano le mani

mercoledì 24 Giugno 2009 - 00:00

Solito gioco dello scaricabarile fra la Soprintendenza di Trapani e il Comune di Mazara del Vallo

MAZARA DEL VALLO (TP) – C’è un cervo, a due passi dal fiume Mazaro ma in pochi lo sanno. Non corre, state tranquilli, e non rischia di certo di essere abbattuto da cacciatori o da auto, che gli sfrecciano accanto inconsapevoli della sua bellezza. I rischi che corre sono purtroppo di altro tipo. Quella che vi segnaliamo è, infatti, una storia di abbandono, l’ennesima, in quest’Isola tanto ricca e allo stesso contempo tanto povera. Ricca di bellezze donatele da millenni di dominazioni, stratificatesi l’una sull’altra, ma povera di persone responsabili.
Quanti sono a conoscenza che in pieno centro, nella parte sottostante della chiesa arabo-normana di San Nicolò Regale, risalente al XII sec., vi sono i resti policromi di un pavimento a mosaico romano? Quanti in questi anni li hanno potuti ammirare di persona? Praticamente nessuno, se non forse gli addetti della Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Trapani.
Si tratta dei resti di un edificio signorile di tarda età imperiale, databile tra il III ed il V secolo d.C.. Gli ambienti sono impreziositi da colorati e splendidi pavimenti a mosaico. Tra i resti malconci ne spicca uno, che ha al centro un cervo in corsa tra decorazioni floreali. Una cosa tanto rara quanto preziosa, rinvenuta nel 1933. Settantasei anni che paiono trascorsi invano. Se non si conoscono e tutelano i tesori che si hanno in casa, non si possono valorizzare. È sconfortante avere a disposizione dei gioielli di inestimabile valore e non poterli “indossare”, solo perché qualcuno ha deciso che devono stare sotto vetro.
È proprio ciò di cui stiamo parlando. Vetrate sporche, impolverate e in alcuni punti pure incrinate. Sì, perché il sito è visibile, si fa per dire vista la patina di sporcizia depositatasi in anni di incuria, esclusivamente attraverso dei vetri. Circondato da due strade molto trafficate – che non ne agevolano di certo la visita – il luogo non è segnalato ed è scarsamente visibile, anche per quei pochissimi che vi si recano appositamente per ammirarlo.
Le responsabilità sono duplici. Da un lato c’è la Soprintendenza di Trapani che è l’organo tecnico dell’assessorato regionale dei Beni culturali ed ambientali e della Pubblica istruzione. L’organismo, che ha iniziato la propria attività nel 1987 – in virtù delle leggi regionali n. 80 del 1 agosto 1977 e n. 116 del 7 novembre 1980 – attraverso il servizio per i Beni archeologici si occupa della tutela, della valorizzazione e della fruizione del patrimonio archeologico della provincia, ai sensi della legge 1089/1939 e delle leggi regionali 80/77 e 116/80. La soprintendenza ha il dovere – perché così stabilito dalle leggi sopra citate – di esercitare nell’ambito della provincia, tra le tantissime funzioni, “la valorizzazione dei beni culturali la promozione della ricerca, la tutela e la vigilanza sui beni culturali ed ambientali”. Il sito internet del Servizio per i Beni archeologici, diretto da Rossella Giglio, non lascia alcun dubbio in merito.
Un servizio che tuttavia, pare quantomeno poco solerte nella valorizzazione delle incomparabili bellezze, di cui è ampiamente dotato il territorio trapanese. È, per intenderci, lo stesso settore che ha competenza sul Parco archeologico di Selinunte, le cui desolanti condizioni sono state documentate e fotografate in una nostra inchiesta dell’ottobre scorso. L’unica attenuante, ma di poco conto, concedibile alla Soprintendenza, sta nel fatto che non è proprietaria dei luoghi.
È qui che entra in gioco il Comune, secondo soggetto responsabile. Dopo una lunga diatriba di natura giudiziaria, la magistratura ha attribuito la proprietà del bene alla Città di Mazara.
Pare quindi indispensabile, che la nuova amministrazione e i Beni culturali si siedano attorno ad un tavolo per porre fine ad uno scandalo che dura da settantasei anni. È assolutamente necessario un elettroshock di tipo culturale. Oltre ad individuare ed enunciare i problemi, politica e burocrati devono proporre soluzioni e metodi per attuarli. Basta volerlo, agendo con passione ed entusiasmo.

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