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Terremoti, la storia non insegna: 300 anni fa mezza Sicilia rasa al suolo

redazione

Terremoti, la storia non insegna: 300 anni fa mezza Sicilia rasa al suolo

martedì 11 Gennaio 2022 - 07:30

Tra il 9 e l’11 gennaio del 1693 una serie di forti terremoti sconvolsero la Val di Noto. Da allora altri tragici eventi: Messina del 1908 e del Belice nel 1968, ma in Sicilia poca prevenzione

“Le amministrazioni comunali dell’Isola devono aggiornare i piani di emergenza

Il lavoro degli esperti non si ferma. Il materiale che la storia ha consegnato non può lasciare indifferenti: tutt’altro. I terremoti del passato devono indicare la strada a chi oggi governa territori fragili. O almeno dovrebbe.

“Oggi, la comunità scientifica non può determinare la data di un evento sismico ma ha mappato l’intero territorio nazionale al fine di rendere note le aree che hanno maggiore probabilità di essere interessate da un terremoto – afferma Cassaniti. Le nuove norme tecniche per le costruzioni in zone sismiche (NTC-18) consentono di progettare e realizzare costruzioni sismo-resistenti, ma resta il problema dell’edificato e delle infrastrutture realizzate prima degli anni novanta che devono necessariamente essere verificate e adeguate sismicamente”. Insieme all’educazione civica delle comunità a rischio.

“Oltre agli interventi strutturali, la prevenzione sismica prevede anche interventi definiti come ‘non-strutturali’ quali le attività di pianificazione di protezione civile che devono, a scala comunale, definire gli scenari di rischio sismico attesi e le azioni da attivare in caso di terremoto – spiega ancora il geologo. Particolare importanza rivestono le norme comportamentali di autoprotezione di ogni singolo cittadino che possono aiutare a mitigare gli effetti di un forte evento sismico”.

Aggiornare norme e regolamenti, attivare presidi di protezione civile, comunicare e formare. Tante le attività “collaterali” che le amministrazioni potrebbero realizzare per contribuire alla mitigazione del rischio. “Le amministrazioni comunali possono e devono aggiornare i piani di emergenza comunale, potenziare la comunicazione alla popolazione dei rischi presenti nel territorio e programmare esercitazioni periodiche di protezione civile al fine di formare quella cultura della prevenzione al rischio sismico che ancora è troppo scarsa – sostiene Cassaniti. Bisogna investire sulle giovani generazioni e quindi partire dalle scuole per costruire una nuova coscienza ‘sismica’ nei ragazzi, una nuova classe dirigente – conclude – che dovrà gestire le emergenze del prossimo futuro”. (mt)

Belice, ferita aperta a 54 anni dal disastro
Servono 350 mln per finire la ricostruzione

TRAPANI – In questo mese ricorrono i 54 anni dal Terremoto del Belice, uno degli eventi sismici più drammatici del Belpaese. Nel 1968 diverse scosse si verificarono tra il 14 e il 25 gennaio, di cui la più intensa il 15 alle 3 di notte, 10° grado della Scala Mercalli, sconvolse i territori di Gibellina, Salaparuta, Santa Ninfa, Montevago, Partanna, Poggioreale e Santa Margherita del Belice. In una decina di giorni la conta dei danni: oltre 9.000 le case, le chiese e gli antichi palazzi distrutti, 296 le vittime, circa 600 i feriti, 100.000 i senzatetto. A Gibellina venne raso al suolo il 100% degli immobili pari a 1.980 edifici, stessa sorte a Poggioreale e Salaparuta, a Montevago fu distrutto il 99% del patrimonio e a Santa Margherita il 70-80% delle unità edilizie.

A pensare bene, il numero delle vittime fu contenuto in quanto il generale Dalla Chiesa lanciò in tempo l’allerta e molti riuscirono a sfollare. La valle, però, divenne un’area fantasma per una serie di fattori che hanno inciso nella distruzione del 90% del patrimonio. Primo fra tutti il mediocre contesto rurale delle Città colpite, poi gli smottamenti e le sorgenti di acqua calda che si aprirono a causa del sisma; territori dell’entroterra dimenticati dal Governo centrale anche durante lo sfollamento: nelle tendopoli le condizioni igieniche erano pessime, i sindaci denunciarono la mancanza di viveri e medicine e il Governo Moro III non fece altro che distribuire biglietti ferroviari, nonostante le interruzioni alle linee ferrate e nelle strade.

Il risultato fu un esodo di 30 mila persone che lasciarono la propria terra. A 54 anni di distanza, la ricostruzione del Belice – iniziata 20 anni dopo il sisma grazie alla lungimiranza del sindaco di Gibellina Ludovico Corrao – non è completa. La ricostruzione avviata negli anni ’70 fu innanzitutto culturale, grazie alle opere realizzate da artisti come Pietro Consagra, Carla Accardi, Arnaldo Pomodoro e Alberto Burri. E’ stato creato da quest’ultimo il ‘Grande Cretto’, un labirinto di blocchi di cemento al posto delle case distrutte dal sisma, su una superficie collinare di 80mila mq. “Fiori nel cemento”.

Ad oggi, servirebbero almeno 350 milioni di euro per completare le città terremotate dove insistono ancora strade non asfaltate, senza fognature e case senza acqua né luce. Sambuca, ad esempio, attende finanziamenti per 300 progetti di edilizia privata e per il restauro di chiese; altri 600 progetti attendono fondi. Chi ha vissuto gli eventi sismici del ’68 non può dimenticare; tanta è stata la paura nell’avvertire la scossa di 4,1 il 7 giugno 1981 nella vicina Petrosino, che ha provocato sì danni ma non vittime. Ad oggi la Valle rientra in una fascia di pericolosità di prima categoria e l’allerta di possibili nuovi movimenti tellurici è sempre attuale benché non facilmente prevedibile.
C.M.

IL RISCHIO TERREMOTO VULCANICO IN SICILIA (CONTINUA LA LETTURA)

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Un commento

  1. Alberto Maioli de Pazzi di Valguarnera ha detto:

    Bellissimo articolo. Complimenti

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