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Terremoti, la storia non insegna: 300 anni fa mezza Sicilia rasa al suolo

redazione

Terremoti, la storia non insegna: 300 anni fa mezza Sicilia rasa al suolo

martedì 11 Gennaio 2022 - 07:30

Tra il 9 e l’11 gennaio del 1693 una serie di forti terremoti sconvolsero la Val di Noto. Da allora altri tragici eventi: Messina del 1908 e del Belice nel 1968, ma in Sicilia poca prevenzione

Tre secoli fa il terremoto più violento e distruttivo mai abbattutosi in Sicilia. Era il 1693: l’isola, nella parte orientale, fu investita da un sisma di magnitudo impressionante che rase al suolo il Val di Noto colpendo a morte anche la città di Catania, già duramente provata dall’eruzione dell’Etna di qualche decennio prima. Di fronte al dilagare della pandemia, con i contagi in crescita esponenziale, gli ospedali saturi e il numero di decessi che inizia a risalire, il rischio sismico passa in secondo piano. Eppure non dovrebbe. Quale occasione migliore, dunque, se non un anniversario, per riportare sotto i riflettori una condizione per cui occorre mantenere alta l’attenzione ed effettuare interventi di mitigazione del rischio. Tantissimi infatti gli episodi violenti che hanno causato devastazione e morte sull’Isola, come ricostruisce Marco Neri, vulcanologo e Primo Ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, parlando di tre grandi terremoti: quello di Messina, quello del Belice e quello di Santa Lucia.

“Si tratta sempre di terremoti ‘tettonici’, generati dalla dinamica collisionale tra la placca tettonica africana (a sud) ed eurasiatica (a nord) – spiega Neri. Il sisma di magnitudo 7.1 che il 28 dicembre 1908 ha colpito Messina, Reggio Calabria ed altri centri minori ha causato oltre centomila vittime ed è stato generato dal movimento di una faglia lunga circa 35 chilometri, in larga parte ubicata sul fondale marino dello Stretto di Messina. Il 15 gennaio 1968 un sisma di magnitudo 6.4 ha devastato la Valle del Fiume Belice interessando numerosi centri abitati di una vasta area della Sicilia occidentale, causando almeno 352 vittime e centomila sfollati; in questo caso la struttura tettonica sismogenetica che si è attivata è lunga almeno una trentina di chilometri ed è orientata in senso nordest-sudovest”.

Ma è il sisma di Santa Lucia, di magnitudo 5.6 che colpì la Sicilia centro orientale il 13 dicembre 1990 il più simile a quello della Val di Noto. “Dal punto di vista geodinamico, più si avvicina al terremoto del 1693 – dice Neri. Infatti, è stato generato dal movimento di una faglia appartenente alla medesima struttura tettonica, la Scarpata ibleo-maltese, responsabile del sisma del 1693 e che si sviluppa per trecento chilometri di lunghezza sul fondo del Mare Ionio. La scossa sismica ha colpito principalmente le province di Siracusa e Catania, causando dodici vittime e altre sei persone sono decedute per lo spavento, circa 300 feriti e circa 15.000 sfollati”.

Historia magistra vitae

Il devastante terremoto del Val di Noto, unico del suo genere, rappresenta un punto di partenza per gli esperti. Un evento di riferimento per programmare le azioni successive. Come spiega Carlo Cassaniti, Geologo & Disaster Manager. “L’evento del 1693 costituisce il terremoto di ‘riferimento’ per gli scenari di rischio sismico attesi per la Sicilia Orientale – afferma; la zonazione sismica attualmente in vigore e le mappe di pericolosità sismica evidenziano quale potrebbe essere lo scuotimento atteso nelle diverse aree dell’isola”. Dove, l’enorme antropizzazione e urbanizzazione potrebbe aggravare il rischio esistente. “Lo scenario sismico atteso per la Sicilia Orientale è fortemente condizionato dal processo di urbanizzazione sviluppatosi nell’ultimo secolo che, ai tempi nostri, aumenta notevolmente il rischio sismico rispetto al 1693 – sostiene il geologo, che affronta le condizioni dei centri storici delle città più grandi, come Catania e Messina, già teatri di violenti sismi.

“Le tre città metropolitane sono state edificate in contesti geologici totalmente differenti tra loro e hanno avuto storie sismiche altrettanto diverse, caratterizzate da eventi sismici molto importanti – continua. Tali eventi, nel caso di Catania (1693) e Messina (1908), hanno portato alla ricostruzione dei centri storici che certamente oggi non rispondono alle nuove normative tecniche in materia di costruzioni in zone sismiche. Negli ultimi dieci anni sono stati avviati progetti di miglioramento o adeguamento sismico al fine di migliorare le condizioni strutturali degli edifici storici, evitando i crolli a seguito di un terremoto con magnitudo importante – prosegue Cassaniti che sottolinea: “E’ un processo ancora in corso che durerà ancora per molti anni – aggiunge – considerando l’elevato numero di edifici storici e monumentali presenti nelle nostre città e nei centri storici minori siciliani”.

La costa fragile

Una situazione critica non differente da quella in cui si trovano le città costiere, a rischio tsunami. “Uno simile a quello del 1693 ai giorni nostri avrebbe degli effetti devastanti in quanto oltre all’elevata urbanizzazione delle coste dovuta al processo di litoralizzazione iniziato nel dopo guerra, le coste del siracusano sono caratterizzate dalla presenza di importanti impianti industriali che sarebbero certamente interessati dal fenomeno con i conseguenti rischi ambientali associati – evidenzia ancora Cassaniti. Che si sofferma anche sulla ricostruzione, paragonando due eventi sismici in seguito ai quali il comportamento di governo e amministrazioni fu differente.

Ricostruzione o abbandono

“Al di là dei differenti fattori tra i due terremoti (diversa energia, estensione e numero di danni, vittime e feriti) – dice – quello del Belice è certamente un evento recente che ha permesso di raccogliere molte informazioni e dati scientifici. Molti paesi furono rasi al suolo, tra questi Gibellina, uno dei più danneggiati. Sulla fase della ricostruzione post sisma i due eventi hanno avuto uno sviluppo diverso – prosegue: quello del 1693 determinò l’avvento dello stile barocco come modello architettonico; nel 1968 invece l’evento sismico fu gestito con molta impreparazione. Il governo dell’epoca favorì un processo di spopolamento abitativo con un esodo di circa 30.000 persone e una ricostruzione molto lenta. Fu soprattutto una ricostruzione ‘culturale’ prima che edilizia, con la creazione del Cretto di Gibellina, progetto di Burri”.
M.T.

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Un commento

  1. Alberto Maioli de Pazzi di Valguarnera ha detto:

    Bellissimo articolo. Complimenti

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