Caporalato, pachistani vittime di loro connazionali, arresti - QdS

Caporalato, pachistani vittime di loro connazionali, arresti

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Caporalato, pachistani vittime di loro connazionali, arresti

mercoledì 02 Dicembre 2020 - 07:48
Caporalato, pachistani vittime di loro connazionali, arresti

Dopo l'assassinio di Adnan Siddique, l'operazione "Attila" di Carabinieri e Polizia di Stato nel Nisseno. L'organizzazione "usava un metodo paramafioso in un regime di vessazzione e terrore". Dieci persone arrestate e una ai domiciliari

E’ stato l’omicidio di Adnan Siddique, il giovane pachistano ucciso a Caltanissetta la sera del tre giugno scorso per essersi ribellato ai suoi caporali, denunciandoli, a far scattare le indagini che hanno portato a sgominare un’associazione per delinquere formata da pachistani che imponevano la propria egemonia su propri connazionali a Caltanissetta e provincia, anche col sistema del caporalato.

Carabinieri e agenti della Polizia di Stato hanno arrestato undici persone, una posta ai domiciliari, in esecuzione di un’ordinanza restrittiva emessa dal Gip di Caltanissetta su richiesta della locale Procura.

Una dodicesima persona è attualmente irreperibile.

Per l’omicidio di Adnan Siddique sono finite in manette sei delle persone destinatarie dell’odierna misura cautelare.

Tutti gli arrestati sono inoltre indagati, a vario titolo, per associazione per delinquere finalizzata al caporalato, estorsioni, sequestro di persona, rapine, lesioni aggravate, minacce, violazione di domicilio, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato.

Secondo l’accusa il gruppo, formato da pachistani da tempo residenti nel centro della città, “agendo con metodo paramafioso, ha assoggettato la comunità di appartenenza sottoponendola a un regime di vessazione e terrore e sfruttandola professionalmente al fine di assicurare all’associazione continuità nel tempo”.

Durante le perquisizioni eseguite la notte scorsa nell’ambito del blitz denominato “Attila” sono stati trovati in casa di uno degli arrestati due libri mastri, tuttora al vaglio della Procura, nei quali erano descritti i nomi dei lavoratori sfruttati e il compenso che si aggirava sui trenta euro al giorno.

Le denunce alla base dell’indagine

L’indagine ha preso avvio dopo numerosi interventi e denunce presentate da altri pachistani di alcuni paese vicini come Milena e Sommatino.

I numerosi episodi di violenza, sottolineano gli investigatori, hanno permesso “di acclarare l’esistenza di una vera e propria associazione per delinquere, finalizzata a imporre la propria egemonia sul territorio, acquisita dal protratto periodo di operatività e rafforzata dal costante ricorso a condotte minatorie e violente di elevatissimo allarme sociale”.

I capi dell’organizzazione

Leader indiscusso del gruppo era Mahammad Shoaib che, insieme a Bila Ahmed, Ali Imran, Ali Mohsin e Giada GIarratana, reclutavano manodopera pachistana col metodo del caporalato.

I loro connazionali venivano ‘offerti’ ai titolari di aziende agricole “in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, accordandosi sull’entità del compenso, che si aggirava sui 25-30 euro al giorno, e trattenendo per sé una parte o persino la totalità del corrispettivo”.

Chi si lamentava era vittima di efferate spedizioni punitive, come un nigeriano preso a colpi di bastone e spranghe per avere chiesto la sua paga.

Coinvolti i titolari delle imprese agricole

Coinvolti nell’indagine anche i titolari delle imprese agricole dove i pachistani venivano condotti a lavorare perché, sottolineano gli investigatori, “trovavano conveniente rivolgersi ai caporali loro connazionali perché ben consapevoli che nessuna denuncia sarebbe mai potuta intervenire a danneggiarli, proprio per le condizioni di sfruttamento dei lavoratori”.

Tra le violenze emerse le minacce di morte con un coltello puntato alla gola di una vittima sequestrata per tre ore per chiamare il padre in patria allo scopo di farsi mandare cinquemila euro per ottenere la “liberazione”.

In un’altra occasione è stata aggredita una nigeriana mentre stringeva tra le braccia suo figlio di appena un anno, rapinandola di duecento euro. Il marito della donna è stato aggredito con calci e pugni.

E’ contestata anche un’irruzione, con pistola e coltelli in una comunità per minorenni: furono pestati due degli ospiti, colpevoli di aver insultato un altro ragazzino, il quale aveva poi chiesto l’intervento del boss della banda per punirli.

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