Carlo Alberto Tregua, testimone di 81 anni di storia della Sicilia - QdS

Carlo Alberto Tregua, testimone di 81 anni di storia della Sicilia

Giuseppe Lazzaro Danzuso

Carlo Alberto Tregua, testimone di 81 anni di storia della Sicilia

sabato 13 Novembre 2021 - 05:30

Un ritratto del direttore del nostro giornale, dall’infanzia nel dopoguerra al lavoro con il padre nel settore dell’abbigliamento, fino ad Apindustrie, Sicilia imprenditoriale e la creazione del Qds

CATANIA – “Sono nato sotto le bombe del 1940, ho conseguito la licenza media nel 1953, un periodo di fame nera, e ho subito cominciato a lavorare nell’azienda di famiglia. Nel frattempo studiavo per il diploma. Certo, probabilmente non sono mai stato bambino, ragazzo: non conoscevo divertimenti. Ho continuato a lavorare fino alla laurea e naturalmente anche dopo: quando avevo 24 anni mio padre morì e tutte le numerose attività che aveva messo in piedi ricaddero sulle mie spalle”. Carlo Alberto Tregua, direttore-editore del Quotidiano di Sicilia, ha compiuto ottantun anni da qualche giorno. E la sua vita, indubbiamente, è stata un’impresa. Sia nel senso che il soggetto in questione ha compiuto una o più azioni considerate leggendarie, per esempio quella di creare un giornale dal nulla o quasi, sia per aver messo in piedi un complesso di attività industriali o commerciali. Spesso innovative, come la produzione di apparecchi televisivi nella Sicilia negli anni Settanta.

A ben guardare però, Tregua è stato, soprattutto, protagonista e testimone, nella sua terra, dei tempi che ha attraversato. Dal Secolo breve con i suoi grandi cataclismi a questo nuovo, sorprendente – e ricco di confusione e paure – inizio di millennio. Un percorso cominciato quando nacque, l’otto novembre del 1940 – nei giorni in cui i contadini della Piana avevano nelle orecchie il fastidioso rumore dei Blackburn Skua e dei Fairey Swordfish della Raf che venivano a bombardare Catania – e che ancora non si è affatto concluso, visto che, alla sua veneranda età, non ha alcuna intenzione di smettere di progettare, dibattere, costruire.

Per raccontare la vita di Tregua, insomma, ci vorrebbe non un articolo, pur lungo come questo, ma un libro, che narrasse con agilità questi ottantun anni mescolando alla sua voce a quella di altri protagonisti di questo lasso di tempo così ampio. Un libro che magari utilizzasse come “colonna sonora” le strofe delle canzoni più in voga nelle varie epoche, a cominciare da Mamma! Ma la canzone mia più bella sei tu! come cantava in quel 1940 Beniamino Gigli. Poiché, però, intanto un articolo abbiamo a disposizione, cerchiamo di utilizzarlo per raccontare Tregua com’è. A cominciare da una frase che lo caratterizza: “Fin da bambino, ho cercato di immaginare l’innovazione: come realizzare cose di cui si sentiva il bisogno e che ancora non esistevano”. Per esempio che la notorietà può produrre grande ricchezza.

Se ne accorse vedendo un servizio dedicato dalla Settimana Incom, il giornale allora proiettato nei cinema prima dei film, a quella Crociera del lino (da Trieste a Palermo) cui aveva preso parte, a ventun anni, con il padre Luigi Umberto Tregua. Un servizio che fece sentire i Tregua, padre e figlio, imprenditori non solo nel ramo dell’abbigliamento, ma anche delle attrezzature per le sale cinematografiche, protagonisti di un mondo che si andava affermando, in cui era la notorietà l’anima di ogni spinta economica.

Il padre sarebbe stato fondamentale nella formazione di Carlo Alberto: “Dopo pranzo – racconta – andavo con lui in piazza Duomo, a Catania, dove si trovavano le ventiquattro stanze della sua impresa, e, dopo aver fatti i compiti, mi mettevo a sua disposizione per imparare il mestiere, ossia per osservare come agiva muovendosi nei vari settori: commerciale, degli approvvigionamenti, amministrativo, finanziario e dei rapporti con le banche. Ma il primo giorno mio padre mi mise in mano secchio e scopa: Comincia a lavare perché io l’ho fatto e lo farai pure tu, chi non sa fare non può comandare”.

Catania, alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, era una città che pareva essersi chiusa in sé stessa, ripiegata sulla conservazione piuttosto che sull’innovazione, sulla modernità. Eppure esistevano già tutti quei germi che le avrebbero consentito di diventare la Milano del Sud dopo essersi ripresa dalle ferite della guerra. Prosperava, la città, e aveva superato i 350.000 abitanti. Sindaco, fino al 1958, era stato l’avvocato Luigi La Ferlita, il catanese tedesco, che pose le basi per far meritare a Catania l’appellativo, realizzando con la favolosa somma di settecento milioni di lire, laddove esisteva un acquitrino, la nuova zona industriale di Pantano d’Arci.

Soldi, soldi, soldi, toccasana/Di questa quotidiana/Battaglia della grana cantava Betty Curtis in quegli anni. I soldi erano quelli pubblici che finanziavano le attività produttive, ma la ricaduta sotto forma di benessere per la collettività non tardò a realizzarsi. Si costruiva e si vendeva, si vendeva e si acquistava. Di tutto: nella Catania degli Ufo e del Centro Studi Fratellanza Cosmica di Eugenio Siragusa non si poteva fare a meno dei televisori e, anche se soltanto nel marzo del 1959 sarebbe stato acceso il ripetitore di Monte Gambarie, il giovane Tregua, raccontando ai clienti le mirabilie del Lascia o raddoppia di Mike Bongiorno, riuscì a vendere un numero incredibile – ben milleduecentosette – di televisori robusti e dall’apprezzabile design che recavano il marchio Uranya ed erano prodotti dall’industriale meneghino Udalrigo Favìa.

Il padre era giustamente orgoglioso di Carlo Alberto, al quale cominciò ad affidare sempre maggiori responsabilità. Sapeva di essere ammalato di cuore e morì improvvisamente il nove settembre del 1965, poche ore prima che fossero celebrate le nozze della figlia Elvira. “Quel giorno – ricorda Tregua – ci giunsero telegrammi sia di felicitazioni per il matrimonio, sia di condoglianze. E io ero, oltre che addolorato, molto preoccupato: a ventiquattro anni ero diventato il punto di riferimento non soltanto della mia famiglia – mi ero sposato e avevo avuto la mia prima figlia, Raffaella – ma anche di mia madre, di mia sorella Pina, che aveva diciannove anni, e di mio fratello Raffaele, di tredici”.

Le attività dell’azienda di famiglia erano innumerevoli e per tre anni Carlo Alberto, che nel frattempo si era laureato, non riuscì a trovare il tempo di prepararmi agli esami di abilitazione per la professione di dottore commercialista, che superò soltanto nel 1968, in tempo per lanciarsi in una nuova avventura. Proprio nel Natale del 1969, anno in cui Neil Armstrong poggiò il piede sul suolo lunare, Udalrigo Favìa fece a Carlo Alberto Tregua la proposta di creare una nuova società per produrre televisori: la Galaxi electronic Company, che arrivò ad avere un centinaio di operai e a produrre fino a diecimila apparecchi all’anno. La prima fabbrica fu a Milano, ma Tregua l’innovatore aveva un sogno e lo realizzò e nel 1973 Tregua aprì a Catania l’Industria Mediterranea Elettronica Srl.

Sognava nuove imprese, ma nel Natale di quell’anno e fino al giugno del 1974 la corsa dell’economia italiana, e dunque anche siciliana, venne bloccata dalla cosiddetta Austerity: un drastico contenimento del consumo energetico per una crisi petrolifera che impose il divieto di uso di auto e moto privati nei festivi, circolazione a targhe alterne, riduzione della luminosità delle insegne, chiusura dei cinema alle 22 e delle trasmissioni della Rai alle 22.45. Tregua utilizzò lo stop per cambiar strada e, nel 1976, vinse un concorso e cominciò a insegnare Organizzazione Turistica nell’Istituto Alberghiero di Giarre. Ma soprattutto cominciò a costruire la sua immagine di giornalista esperto in economia: nel 1975 Tregua pubblicò sul quotidiano La Sicilia il suo primo articolo, nel quale, ricorda l’economista Pietro Busetta, si rompeva con una tradizione che narrava la realtà economica della Sicilia partendo da opinioni o da suggestioni. “Se, nell’informazione economica della nostra Regione – afferma Busetta – il dato è tornato al centro di ogni analisi, lo si deve a due antesignani: il sottoscritto e Carlo Alberto Tregua”.

Che nel frattempo, nel 1976, era diventato Revisore ufficiale dei conti, colui il quale certifica che un bilancio sia stato redatto secondo corretti principi contabili. E che l’anno dopo si sarebbe lanciato in un’altra grande impresa: far nascere in Apindustrie, l’associazione pluriprovinciale delle Piccole e Medie Industrie (Catania, Messina, Enna, Ragusa e Siracusa). Nel periodo della sua presidenza, fino al 1992, quando decise di lasciare, portò il numero di imprese associate da sette a settecento, fondando, nel 1980, Apifidi, Consorzio regionale fidi, e, sei anni dopo, Apistudi, un Centro programmazione e ricerca con un Comitato scientifico composto da ventidue docenti delle Università di Palermo, Catania e Messina.

Tregua maturò inoltre la volontà di costruire una voce autonoma per le piccole e medie imprese siciliane. E questo lo spinse, nel 1979, a fondare la Ediservice Srl, editrice del settimanale economico Sicilia Imprenditoriale – che ventidue anni dopo, sarebbe diventato Quotidiano di Sicilia -, un periodico capace di coagulare una serie di intelligenze per far compiere agli imprenditori della Regione uno scatto in avanti nella consapevolezza delle proprie potenzialità. E responsabilità.

Quelli furono anni terribili per la Sicilia: la mafia aveva alzato il tiro uccidendo, dal 1980, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il procuratore di Palermo Gaetano Costa, il segretario del Pci Pio La Torre, il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, il magistrato trapanese Giangiacomo Ciaccio Montalto, il giudice palermitano Rocco Chinnici. E, a Catania, il giornalista Giuseppe Fava. Carlo Alberto Tregua mette a disposizione la sua complessa storia nel mondo dell’Impresa ma anche tutte le altre competenze acquisite, per esempio, in ambito universitario di una nuova visione, etica, del giornalismo economico. La sua abilità nel rendere semplici gli scenari complessi dell’economia isolana lo portano a condurre, nel 1991 su Rai Radio due, diciotto puntate della trasmissione La Sicilia in Europa, l’Europa in Sicilia. E su Teletna, dal 1992 al 1995, la seguitissima rubrica Il cittadino protagonista: doveri e diritti.

Il resto, a cominciare dal Quotidiano di Sicilia, è storia dei giorni nostri. Come testimoniano anche le immagini a corredo di questo articolo, che raccontano alcuni – per ovvie ragioni di spazio – dei prestigiosi incontri che in qualità di direttore del QdS ha fatto nel corso degli anni: dai Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Sergio Mattarella, passando per l’allora presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, fino ad arrivare a Papa Francesco. Forse, per completare l’immagine di Tregua ci sarebbe da aggiungere che destina metà della sua pensione a enti del terzo settore, in particolare a quelli da lui creati e dei quali è presidente. La Fondazione Euromediterranea si occupa di ricerche convenzionate con l’Università di Catania.

La Fondazione Etica & Valori Marilù Tregua, è dedicata invece alla figlia Maria Luisa, prematuramente scomparsa nel 2011, e assegna ogni anno da quattro a sei borse di studio per master di II livello destinati a giovani laureati, meritevoli e in situazione di svantaggio economico.

Studio e lavoro, lavoro e studio. È da sempre il credo di Tregua. Che non invecchia perché continua a sognare. Una Sicilia migliore, con pari dignità rispetto alle altre regioni. Ma anche cose concrete. Come il Ponte sullo Stretto. “Si farà, il Ponte”, assicura.

Giuseppe Lazzaro Danzuso

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