Sicilia “avvelenata” senza Piano rifiuti né impianti - QdS

Sicilia “avvelenata” senza Piano rifiuti né impianti

Melania Tanteri

Sicilia “avvelenata” senza Piano rifiuti né impianti

sabato 30 Gennaio 2021 - 00:00

Stop del Cga alla strategia regionale, il Governo minimizza, ma continua ad autorizzare l'ampliamento delle vasche. Intanto nel catanese la realizzazione dell'impianto dell’umido è ferma al palo: 14 Comuni costretti a esportare la spazzatura... a caro prezzo. A Giubiasco, nel Canton Ticino, invece la munnizza porta energia a oltre 20 mila famiglie

PALERMO – Un’emergenza continua. Ambientale ma anche economica, dati i milioni di euro che, ogni anno, finiscono in discarica. Un sistema ingessato che, da troppi anni, alimenta profitti privati non fornendo risposte alla collettività, né in termini di performance né, tantomeno, di vantaggi sull’ambiente circostante.

I rifiuti in Sicilia restano un nodo che sembra insormontabile: l’isola si posiziona sempre fanalino di coda in Italia, ostaggio delle discariche private – quelle non ancora esaurite – e incapace, fino a oggi, di realizzare infrastrutture pubbliche che possano invertire questo trend.

I numeri parlano chiaro: ancora nel 2019, stando agli ultimi dati “certificati” da Ispra, la Sicilia ha continuato a portare nelle discariche quasi il 60% della spazzatura e, nonostante il balzo in avanti impresso dall’amministrazione Musumeci, restiamo l’unica regione d’Italia sotto il 40 per cento di raccolta differenziata.

Nel futuro, almeno quello immediato, la musica non cambierà: recentemente la stessa Regione ha autorizzato l’ampliamento della sesta vasca di Bellolampo, a Palermo, mentre è in corso un bando europeo per realizzarne addirittura una settima. Sorte che probabilmente toccherà anche alle altre discariche dell’Isola: per esempio al sito catanese “Valanghe d’inverno”, tra Motta Sant’Anastasia e Misterbianco, resterebbe poco più di un anno (stando a quanto affermato qualche mese fa dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti). D’altra parte non si può fare altrimenti se nel frattempo non si realizzano gli impianti, a partire dalle strutture per la lavorazione dell’organico. Anche in quest’ultimo caso i pochi centri presenti sono saturi, tanto che recentemente 14 Comuni del catanese sono stati costretti ad esportare la frazione umida fuori dai confini regionali, con un aggravio dei costi per i cittadini. L’alternativa sarebbe conferirli in discarica, inficiando però i progressi fatti negli ultimi anni in termini di percentuale di rifiuti differenziati.

Insomma, si naviga sempre a vista e lo strumento che dovrebbe quantomeno provare a liberare la Sicilia dalla “munnizza”, ovvero il Piano rifiuti, ha subito l’ennesimo stop: il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana (il Cga), chiamato a verificare l’atto, ha infatti sospeso il giudizio sul documento, rinviandolo al mittente.

L’assessorato regionale retto da Alberto Pierobon ha cercato di smorzare i toni, spiegando che l’organo avrebbe chiesto solo “alcune integrazioni giuridiche al decreto di approvazione del provvedimento, prima di poterlo esitare”. “Il parere sul decreto, previsto solo dalla normativa siciliana, è propedeutico all’adozione definitiva del Piano”, continuano dagli uffici dell’Assessorato all’Energia. Pochi passaggi ancora, dunque, e il documento di pianificazione, approvato dal governo Musumeci, dovrebbe ottenere il via libera.

Impianti e piattaforme

L’Isola, dunque, continua a scontare ritardi su ritardi, non procedendo alla realizzazione delle infrastrutture per chiudere il ciclo dei rifiuti. Né per quelli per la trasformazione della frazione organica, per cui esistono i finanziamenti, né per la realizzazione di termovalorizzatori che, come sostiene questo giornale da tempo, sarebbero non solo utili ma necessari per azzerare il conferimento nelle discariche. Gli esempi, in Europa soprattutto, indicano anche questa come strada da seguire per mettere un punto al perenne stato di emergenza.

Polemica infuocata

La richiesta del Cga ha scatenato quanti ritengono il Piano regionale obsoleto e inadeguato alle esigenze dell’Isola. Legambiente in primis, il cui presidente regionale ha parlato di “disastro ampiamente annunciato”.
“Si tratta di un piano parziale – afferma Gianfranco Zanna – vecchio almeno di 3 anni, visto che i pochi dati, gli scenari e le previsioni contenute sono del 2018; è totalmente assente la programmazione; non individua gli ambiti territoriali ottimali per la gestione; non dice una parola sulla necessità di ridurre la produzione di rifiuti; non dice nulla su quali impianti servono e dove realizzarli. Anzi, esprime una non spiegata preferenza per gli impianti di compostaggio tradizionali, – sostiene – mentre la vera soluzione sono quelli di digestione anaerobica che ci aiuterebbero a decarbonizzare la Sicilia”.

Una posizione sposata anche dal Pd che, per bocca del segretario Anthony Barbagallo parla di “piano che non sta in piedi, irricevibile non solo per questioni di opportunità e di merito ma anche di legittimità”, evidenziando i nuovi passaggi che il documento dovrà fare prima di essere approvato. “È chiaro che il Piano va riscritto, anche in base alle indicazioni del Cga e deve ritornare non solo in commissione parlamentare ma – sottolinea – anche nelle apposite commissioni chiamate per legge ad esprimere i pareri di competenza”.

L’assessore replica

Accuse respinte al mittente dall’assessore regionale all’Energia, Alberto Pierobon che difende le scelte della Regione. “Questo governo ha affrontato la questione con serietà e determinazione – dice. Ha provato sin dal primo giorno a mettere ordine al settore. La differenziata è raddoppiata arrivando al 40%, stiamo spingendo per la realizzazione di nuovi impianti pubblici per sostenere l’aumento della differenziata, abbiamo detto basta a ordinanze regionali per coprire inefficienze e ritardi, responsabilizzando gli enti locali. Il piano adesso sulla base dei fabbisogni bacinali stabilisce dei paletti ben chiari entro cui realizzare nuovi impianti. In questo modo favoriamo l’autosufficienza bacinale, cioè i rifiuti vanno trattati e smaltiti all’interno degli ambiti ottimali. Dunque stop a viaggi lungo l’isola e riduzione dei costi per i cittadini. Chiaramente questo è un percorso che richiede tempo, stiamo recuperando decenni di ritardo”.
Pierobon risponde anche alla questione degli impianti. “Il piano tiene conto della particolare specificità siciliana – sostiene. Abbiamo stabilito linee guida, lasciando alle Srr la possibilità di scegliere la tecnologia meno impattate sulla base delle esigenze e della sensibilità del territorio e di individuare le zone ritenute più idonee. Non ci sono tecnologie privilegiate e neanche escluse, abbiamo recepito le direttive europee sull’economia circolare e la gerarchia è ben nota: raccolta differenziata prima di tutto, fino al recupero energetico e solo in ultima istanza lo smaltimento in discarica”.

Secondo l’assessore, proprio sugli impianti il Cga avrebbe chiesto dei correttivi. “Nel piano c’è tutto, ci sono i numeri e le indicazioni di cui tenere conto per la dimensione gli impianti – prosegue. Abbiamo blindato il settore da speculatori; ogni impianto dovrà rispondere a precise logiche ed esigenze del territorio. Proprio questa formulazione innovativa, non schematica, ha spinto il Cga nel parere che deve esprimere sul decreto di adozione, e non dunque sul piano, a chiedere di inserire comunque una sorta di scheda riassuntiva delle prescrizioni contenute nel piano. Cioè di richiamare nel decreto quanto già è contenuto nel piano, per evidenziare meglio alcuni passaggi. Ed è quanto stiamo facendo per procedere con l’adozione finale del testo”.

Impianto dell’umido bloccato, 14 Comuni etnei costretti all’export… a caro prezzo

CATANIA – I tempi per il Piano regionale rifiuti, dunque, si potrebbero dilatare. In attesa, però, i territori stanno comunque procedendo nella individuazione dei siti nei quali realizzare gli impianti di trasformazione della frazione organica, quelli per cui esistono i finanziamenti e che garantirebbero, un abbattimento dei costi. A doverli realizzare sono le Srr che, nel caso di quella della Città Metropolitana di Catania, è a buon punto, in attesa però proprio della Regione.

“La passata amministrazione ha individuato il sito – spiega Francesco Laudani, attuale presidente della Srr. Con delibera di giunta è stata individuata l’area di Pantano d’Arci”. La nomina del commissario da parte della Regione avrebbe però bloccato l’iter. “Da quando mi sono insediato a oggi non ci sono state sostanziali novità – sottolinea Laudani – l’unica è che abbiamo avuto prima un incontro al Palazzo della Regione a Catania con il commissario, che ci aveva riferito l’assenza dei fondi e, recentemente, un incontro con il direttore generale del Dipartimento rifiuti, Foti il quale in quell’occasione ci ha comunicato che erano stati stanziati i fondi sia per la progettazione che per la realizzazione. Ma ad oggi non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale”.
L’attesa continua, dunque, e questo allungherà i tempi già strettissimi, come ha ben evidenziato la “crisi dell’umido” nel Catanese. La piattaforma Raco, seconda classificata nella gara di appalto bandita dalla Srr (Dopo la prima, Sicula Compost) non sarà però operativa prima di febbraio 2021, costringendo ben 14 Comuni a rivolgersi altrove. Portando i rifiuti fuori dall’Isola e aggravando i costi per gli enti.
“Siamo stati costretti a fare scorrere la graduatoria – continua Laudani – e abbiamo individuato la Dusty che, però, non ha piattaforma e quindi conferisce fuori. Il prezzo è ovviamente maggiore”.

A Sant’Agata Li Battiati, ad esempio, il costo è aumentato di 20 mila euro per un solo mese: soldi che graveranno sulla cittadinanza. Come spiega il sindaco Marco Rubino che è anche vicepresidente della Srr nonché referente per l’individuazione la realizzazione di un impianto pubblico per la frazione umida. “Costa di più – afferma – ma non possiamo interrompere il processo di raccolta differenziata perché faremmo un danno alla cittadinanza abituata a farla, con molti sacrifici. Potremmo portare in discarica ma questo non solo intaccherebbe la cultura che, a fatica, si è affermata tra la gente, ma anche ad aumentare le percentuale di indifferenziata, esponendoci a multe”.

Da qui il paradosso: da un lato si spingono i Comuni – e le Srr – a incrementare la raccolta differenziata, dall’altro non si interviene per la realizzazione di impianti che possano smarcarli dalle piattaforme private o dal conferimento in discarica.

Sia Laudani che Rubino, infatti, lamentano l’immobilismo della Regione relativamente all’impianto di digestione anaerobica della frazione organica da realizzare a Pantano d’Arci. Nonostante la sua esistenza potrebbe “liberare” i Comuni dalla gestione privata – e a singhiozzo – delle piattaforme. “In 18 mesi di commissariamento – tuona il sindaco – non abbiamo conferma dei finanziamenti per la progettazione dell’impianto, se non quanto affermato verbalmente da Foti”.

I vantaggi della realizzazione dell’impianto sarebbero anche altri: “Non solo per realizzare questi impianti esistono già i finanziamenti – sottolinea Rubino – ma non vi sono scorie, dal momento la digestione anaerobica della frazione organica crea gas ed energia. L’impianto sarebbe energicamente autonomo e dagli scarti avremmo compost”.

Eppure tutto resta bloccato. Con ulteriore danno per i territori, le economie dei Comuni e la cittadinanza tutta. “Aspettiamo dei documenti ufficiali da parte della Regione – conferma il presidente Laudani – per poter fare partire il tutto. Perché ci vuole tempo per realizzare l’impianto e ancora siamo alle fasi iniziali. L’unica cosa certa, è la volontà sia della Srr che del comune di Catania di mantenere questo sito e realizzare questo impianto. Noi siamo pronti”.

Parla l’assessore Alberto Pierobon
“Non è possibile un servizio frastagliato in 200 affidamenti”

PALERMO – L’assessore Pierobon auspica una riforma del settore. “Per anni purtroppo la situazione è rimasta cristallizzata – dice. Da quando ci siamo insediati, abbiamo avviato un serrato confronto con le Srr per risolvere questioni che si trascinavano da anni. Passaggio di impianti dai vecchi Ato, transito del personale, mancata pianificazione dove sguazza la confusione. Abbiamo avviato una forte collaborazione e giorno dopo giorno stiamo rimettendo in ordine le cose. Manca però un passaggio fondamentale che è quello della riforma, che interviene proprio sulla governance. Da più parti, da Anac a Corte dei Conti, è stato ribadito quanto sia necessario riformare il settore”.

“Le Srr devono avere natura pubblica come nel resto d’Italia, e servono dei correttivi perché non è possibile che in Sicilia il servizio sia frastagliato in oltre 200 affidamenti – continua. – In commissione Ambiente all’Ars è stato approvato un ddl che ha accolto osservazioni di tutti i soggetti interessati e dopo la prima battuta di arresto in Aula, speriamo che la norma possa essere discussa in un clima più sereno”.

Pierobon sottolinea come l’obiettivo della Regione sia “allineare la gestione in Sicilia al resto d’Italia”. “Deve essere monitorata e pianificata da soggetti pubblici istituiti in ogni territorio – afferma – mentre, sempre in ogni ambito provinciale, deve agire un gestore del servizio individuato tramite procedura di evidenza pubblica. In questo modo, avremo una razionalizzazione dei costi e si realizzeranno economie di scala”.

Puntando proprio sulle infrastrutture. “Ogni provincia avrà i propri impianti – aggiunge – con grande attenzione a quelli pubblici, dimensionati sulla base del fabbisogno, dunque non sproporzionati nelle dimensioni. Per accompagnare questi processi stiamo investendo risorse per finanziare isole ecologiche e altre iniziative utili a sostenere i territori che, devo dire, ben si stanno comportando”. L’assessore, infine, ammette la necessità di fare prima. “Servirebbe una maggiore rapidità da parte di tutti, a cominciare dalla Regione – conclude – ma ci scontriamo con problemi di norme e iter farraginosi che necessiterebbero di una riforma e di semplificazione. Stiamo intervenendo anche su questo”.

giubiasco

Intervista al direttore dell’Azienda cantonale dei rifiuti

Giubiasco, il termovalorizzatore porta energia a 23 mila famiglie

BELLINZONA – Quando si pensa alla Svizzera, viene subito in mente un modello di gestione della cosa pubblica efficiente e preciso. Un sistema da imitare, magari anche qui in Sicilia. Peccato che il proposito resta solo una buona intenzione. Succede in tutti i campi, dalla Pubblica amministrazione alla cura del verde pubblico, dalla sanità e fino alla gestione dei rifiuti.
Nell’Isola, ancora nel 2021, la spazzatura è al vertice di tutte le (varie) emergenze siciliane, temporaneamente “oscurata” soltanto dalla pandemia. La soluzione che si trova, ed è cronaca di questi giorni, è sempre la stessa: a Palermo la Regione ha appena autorizzato l’ampliamento della sesta vasca di Bellolampo, che così potrà accogliere altri 140 mila metri cubi di rifiuti (facendo rifiatare il sistema per sei mesi, che risultato!). Intanto è stato pubblicato il bando europeo per realizzarne un’altra, vasca: la settima. Insomma, in Sicilia si continua e si continuerà ad avvelenare e consumare il suolo con le discariche (al di qua dello Stretto viene smaltito in questo modo quasi il 60% dei rifiuti secondo gli ultimi dati Ispra), mentre altrove la munnizza è una risorsa.

Come per esempio a Giubiasco, frazione di Bellinzona, nel Canton Ticino, che dal 2010, grazie al termovalorizzatore, porta energia a oltre 20 mila famiglie della regione con un impatto ambientale sotto controllo (vedi box qui a fianco). Abbiamo chiesto maggiori spiegazioni al direttore generale dell’Azienda cantonale dei rifiuti, Claudio Broggini, già intervenuto a un nostro forum con il direttore pubblicato il 5 maggio 2012.

Quanta energia produce, ogni anno, il termovalorizzatore di Giubiasco e quante sono le famiglie le cui abitazioni vengono riscaldate grazie alla spazzatura?
“Nel 2019 il rendimento energetico dell’Ictr stato pari al 59.6%. La fornitura di energia dell’Ictr (Impianto di termodistruzione dei rifiuti, nda) ha contribuito in maniera importante alla riduzione delle emissioni di CO2 sia grazie al teleriscaldamento (permettendo il risparmio di circa 5.8 milioni di litri di nafta) che alla produzione di energia elettrica (coprendo il fabbisogno di annuale di ca. 23’000 famiglie). Infatti nel 2019 l’impianto ha prodotto 100.100 MWh di elettricità e 58.560 MWh di calore per il teleriscaldamento. Il teleriscaldamento è un sistema di riscaldamento urbano costituito da una rete di tubazioni, isolate ed interrate, per la distribuzione del calore – sotto forma di acqua calda – prodotto da un unico impianto centrale, con destinazione residenziale, commerciale, ospedaliera, artigianale o industriale”.

Quante tonnellate di rifiuti vengono utilizzate ogni anno come combustibile?
“Nel corso del 2019 sono state consegnate ad Acr 177.000 tonnellate di rifiuti”.

In quanti anni è possibile costruire un impianto?
“Per la costruzione del nostro impianto ci sono voluti circa cinque anni di progettazione e ulteriori tre anni per la costruzione”.

È realistico dire che si può chiudere il ciclo dei rifiuti senza termovalorizzatori?
“L’obiettivo primario è prevenire la produzione di rifiuti. Solo quando non è possibile prevenire i rifiuti li si deve ridurre e, infine, valorizzare. Questo concetto comprende sia la valorizzazione materiale (riciclaggio) sia quella termica tramite l’ incenerimento che avviene in maniera sostenibile e consapevole nei termovalorizzatori”.

Antonio Leo

Il monitoraggio sull’impianto

Che impatto ha sull’ambiente?
Che impatto ha il termovalorizzatore sull’ambiente? “L’azienda cantonale dei rifiuti – ci rispondono da Giubiasco – effettua durante l’intera fase di esercizio una serie di misurazioni, analisi e osservazioni, che prendono il nome di monitoraggio ambientale, con lo scopo di determinare l’impatto effettivo dell’Ictr sul lungo termine, paragonando i risultati con i pronostici di impatto realizzati nell’ambito del Rapporto d’impatto sull’ambiente (Ria) e verificando così il rispetto delle prescrizioni legali”.

Modalità di controllo delle emissioni e dei residui

Monitoraggio delle emissioni dei gas di scarico dei camini: i camini sono controllati 24 ore su 24 da sonde poste all’interno. Vengono inoltre analizzate tramite prelievi periodici le emissioni di metalli, diossine e furani, altre sostanze. Inquinanti rilevati in continuo: polveri solide totali, ossidi di zolfo, ossidi di azoto, composti inorganici del cloro, ammoniaca, carbonio totale e monossido di carbonio.

Monitoraggio dell’impianto di trattamento delle acque di scarico di processo: sono registrati in continuo la quantità e la qualità di acqua scaricata giornalmente dall’impianto. Acr organizza regolarmente delle analisi affidate a laboratori interni o esterni, allo scopo di monitorare costantemente il funzionamento dell’impianto di trattamento dei residui liquidi. Inquinanti rilevati in continuo: pH, temperatura e torbidità.

Monitoraggio dei residui solidi: ogni sei mesi vengono svolte delle analisi chimiche di scorie e ceneri per verificare la conformità alle normative in vigore e per monitorare nel tempo la qualità delle scorie e delle ceneri, quale indicatore della tipologia dei rifiuti inceneriti. Inquinanti rilevati: carbonio organico totale (Cot), percentuale metalli non ferrosi.

Monitoraggio immissioni: oltre al monitoraggio delle emissioni, Acr, in collaborazione con la Sezione per la Protezione dell’aria, dell’acqua e del suolo Spaas, ha il compito di sorvegliare anche le immissioni di inquinanti nei dintorni dell’impianto. Per la valutazione di questi dati occorre tenere in considerazione anche le emissioni provenienti da altre fonti (per esempio traffico e industria).

Misurazione delle immissioni in atmosfera nei pressi dell’impianto: in questo caso si rileva la qualità dell’aria nei pressi dell’impianto mediante una rete di campionatori e una stazione di misura in continuo posizionata a un centinaio di metri dai camini. Inquinanti rilevati: ozono, polveri fini, ossidi di azoto, metalli pesanti e diossine.

Misurazione delle immissioni di inquinanti nel suolo nei pressi dell’impianto: Oltre all’aria viene monitorato il suolo nei dintorni dell’Ictr Le analisi prevedono la determinazione del tenore di inquinanti nel suolo, con rilevazioni periodiche di 10 stazioni di campionamento. Inquinanti rilevati: metalli pesanti e diossine.

Misurazione della qualità chimico-fisica della falda: Una rete di cinque piezometri è posizionata a monte e a valle dell’Ictr per sorvegliare eventuali cambiamenti nella concentrazione di inquinanti nelle acque sotterranee, al fine di garantire la sicurezza dei pozzi a valle dell’impianto. Inquinanti rilevati: pH, conducibilità e temperatura.

Le sostanze inquinanti nei fumi depurati all’uscita dei camini sono nettamente inferiori ai limiti di emissione fissati dall’allegato 2, cifra 7 dell’Ordinanza contro l’inquinamento atmosferico (OIAt). Si tratta delle emissioni più contenute nel panorama svizzero ed europeo degli impianti di termovalorizzazione.

Le emissioni in atmosfera sono monitorate dalla stazione di controllo dell’Ictr attraverso delle sonde installate all’interno dei camini.

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