Il contrammiraglio Russo “Depuratori, malfunzionamenti sempre più frequenti” - QdS

Il contrammiraglio Russo “Depuratori, malfunzionamenti sempre più frequenti”

Antonio Leo

Il contrammiraglio Russo “Depuratori, malfunzionamenti sempre più frequenti”

giovedì 17 Novembre 2022 - 05:30

Abbiamo incontrato nella sede della Capitaneria di porto di Catania il direttore marittimo della Sicilia orientale Giancarlo Russo

CATANIA – Depuratori che non funzionano, scarichi irregolari, pesca illegale, abusi sul demanio marittimo. L’assalto al mare siciliano arriva da molteplici direzioni e con responsabilità diffuse: enti locali inoperosi o inadempienti, imprenditori “furbetti” e cittadini incivili. Molteplici criticità su cui vigila senza sosta la Guardia costiera con interventi mirati e costanti sia su terra che su mare. Abbiamo incontrato nella sede della Capitaneria di porto di Catania il Contrammiraglio Giancarlo Russo, Direttore marittimo della Sicilia orientale.

La recente relazione pubblicata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti conferma quello che già da tempo era noto: in Sicilia lo stato del mare non è ottimale, soprattutto a causa della inadeguatezza dei sistemi di depurazione. Come interviene la Guardia costiera per reprimere gli abusi?
“Premetto che i problemi di questo territorio sono comuni alla maggior parte delle regioni del Sud Italia e spesso traggono origine da comportamenti illeciti di individui che non hanno rispetto per l’ambiente in cui vivono o lavorano. Un aspetto degno di nota che è stato riscontrato nel corso delle attività d’indagine è stata la difficoltà ad interfacciarsi con gli enti preposti al funzionamento dei depuratori. Di norma, lavoriamo su un censimento dei depuratori e degli scarichi presenti nel territorio: sappiamo dove si trovano, se funzionano regolarmente o parzialmente, se sono del tutto guasti e se in passato hanno presentato criticità o specifiche avarie. Grazie al costante monitoraggio del territorio ed anche alle segnalazioni di potenziali inquinamenti dell’ambiente marino costiero riusciamo ad aggiornare la mappa degli scarichi, per il perpetrarsi di condotte ambientali delittuose o semplicemente perché si guastano per cause accidentali (malfunzionamento dell’impianto di pompaggio dei depuratori o la rottura di condotta dei reflui); in ogni caso oggetto nell’immediato di comunicazione di notizia di reato all’Autorità giudiziaria.”

E poi c’è il fenomeno delittuoso dei cosiddetti “scarichi abusivi” …
“Più che parlare di scarichi abusivi, come già accennato, quello che riscontriamo più frequentemente sono i comportamenti illeciti con immissioni irregolari di sostanze organiche e inorganiche frutto di attività umane, domestiche, industriali o agricole in scarichi censiti che possono recare danno alla salute e all’ambiente”.

Detto in altre parole ci sono imprese o privati cittadini che si allacciano alla rete in modo illegale… e in questi casi come intervenite?
“Si interviene d’iniziativa e sotto il coordinamento dell’Autorità giudiziaria che, se del caso, dispone i provvedimenti cautelari di sequestro degli impianti o aziende coinvolte in attività di smaltimento irregolare di reflui nelle acque bianche, o peggio di immissione diretta di acque di scarico nei corsi d’acqua, che in entrambi i casi finiscono per inquinare il nostro mare. Infatti, le acque reflue se non trattate adeguatamente possono causare danni seri alla flora e alla fauna marina, oltre a minare la nostra stessa salute”.

In che modo collaborate con l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) quando vengono segnalati casi di inquinamento?
“Quale organo tecnico, l’Arpa è il nostro interlocutore istituzionale, che ci fornisce il suo supporto in materia di monitoraggio e controllo in campo ambientale. In caso di segnalazioni di presunti sversamenti si verifica congiuntamente lo stato delle acque di scarico, con un campionamento ed analisi in laboratorio. In quest’ottica, in caso di superamento dei valori limite di accettabilità delle sostanze inquinanti contenute nello scarico, oltre alla prevista segnalazione dell’inquinamento all’Autorità giudiziaria si provvede anche alla segnalazione dell’inquinamento in mare al Comune rivierasco competente territorialmente, per i provvedimenti di interdizione degli specchi d’acqua, a tutela della salute umana, specialmente se si tratta di un sito destinato alla balneazione”.

Qual è la sua opinione sullo stato di salute del mare siciliano?
“Sarebbe bello poter dire che è in uno stato di saluto ottimale. Purtroppo, per alcuni tratti di costa, non è così. Spesso la potenzialità degli impianti di depurazione biologica, in funzione del numero degli abitanti insistenti nel territorio, non è adeguata e sufficiente a garantire un idoneo trattamento delle acque reflue, in termini di conformità dei corpi idrici recettori e dei relativi obiettivi di qualità a protezione dell’ambiente. Inoltre, i malfunzionamenti negli impianti di depurazione continuano a verificarsi con sempre più frequenza e la capacità degli enti amministratori di intervenire in tempo reale non è pari all’esigenza della collettività. Il processo di depurazione deve essere effettuato secondo le normative italiane e comunitarie, che prevedono azioni necessarie a raggiungere o mantenere il buono stato di qualità delle acque superficiali o profonde, tutelandole dall’inquinamento.”

La Commissione Ecomafie ha detto che in Sicilia vi è un intreccio di “cattiva gestione, incapacità e connivenze”. Non si può dire insomma che nell’Isola la responsabilità provenga da una sola fonte, ma vi è un “concorso di colpa”…
“Ritengo, che a questa domanda possa rispondere l’Autorità giudiziaria, che ha un quadro completo circa le motivazioni che muovono questo sistema poco efficiente”.

Lei però è stato audito dalla Commissione.
“In questi ultimi due anni, ho relazionato alla Commissione Parlamentare sulle attività di accertamento legate all’ambiente marino, sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, al fine di fornire uno strumento di consultazione sulla situazione nel territorio di competenza della Direzione Marittima di Catania, mirato ad individuare le problematiche esistenti nei sorgitori sede di impianti di depurazione delle acque reflue urbane che recapitano nei corpi idrici. Sostanzialmente, fornire una fotografia delle attività espletate dalla Guardia costiera, aventi quali finalità la verifica del regolare svolgimento delle funzioni degli impianti di depurazione nei Comuni insistenti nella fascia costiera di competenza territoriale della Direzione Marittima della Sicilia Orientale. Analogamente qualche anno addietro, quando ero alla guida della Direzione marittima della Calabria, avevo già relazionato la Commissione ed in quell’occasione sono stato anche audito”.

In Sicilia la situazione è peggiore di quella calabra?
“In generale, l’origine degli inquinamenti ambientali è lo stesso: il frequente malfunzionamento degli impianti di depurazione, le condotte avventate degli enti gestori, come ad esempio la messa in opera di bypass degli stessi impianti, per sovraccarichi nel sistema, con immissioni diretta nei canali di scarico e conseguente sversamento nell’ambiente (nel terreno, nei fiumi, nei laghi e nei mari), senza prima essere sottoposte a interventi di depurazione costantemente monitorati che poi portano a mare. Altro aspetto della cattiva depurazione è anche l’irregolare smaltimento dei fanghi, cioè lo scarto delle depurazioni. La depurazione delle acque reflue avviene attraverso diverse fasi, durante le quali vengono eliminate le sostanze tossiche dai rifiuti liquidi, trasformando il tutto in fanghi; questi ultimi, non essendo ancora del tutto privi di materiale dannoso, a loro volta subiscono altri particolari trattamenti. A questo punto, i fanghi ottenuti possono essere smaltiti in discariche speciali, oppure utilizzati in agricoltura o recati presso gli impianti adibiti al compostaggio. In Sicilia abbiamo riscontrato anche altri tipi di condotte anti-giuridiche verso la conservazione del bene ambientale, come l’abbandono indiscriminato degli scarti di lavorazione industriale, così come è stato riscontrato lungo il corso del fiume Alcantara. Si è trattato di rifiuti scaricati nel corso del fiume e che, non è difficile immaginarlo, come in occasione delle piene vanno a finire in mare. Situazioni analoghe le abbiamo riscontrate anche lungo il fiume Simeto”.

C’è insomma un’emergenza ambientale. Gli uomini e le donne che avete a disposizione sono sufficienti per farvi fronte?
“Vorremmo averne sempre più. Il tema della tutela ambientale è una delle attività istituzionali per le quali il Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia costiera presta la massima attenzione in tutte i suoi aspetti e riflessi. Tanta è stata l’attenzione in passato sul sistema di costruzione delle navi, sul sistema di discarica a terra dei prodotti che venivano dai lavaggi delle cisterne, ma oggi questo tipo di inquinamento è diventato non dico residuale, ma contenuto e controllato. Attualmente, ritengo che la minaccia principale dell’ecosistema marino costiero sia quella dell’inquinamento che viene soprattutto da terra verso mare: la mancata o la non corretta depurazione delle acque di scarico”.

C’è una ricerca internazionale secondo cui il fondale dello Stretto di Messina è tra i più inquinati al mondo. Quali sono le cause secondo lei?
“Lì non è il tipico inquinamento da cosiddetta macchia nera o marrone, ma qualcosa di più insidioso che non è visibile ad occhio nudo. Si tratta, infatti, di rifiuti come le microplastiche sospese in mare o di plastiche più pesanti che si depositano sul fondo. Occorre fare un attento studio sulle correnti e capire come mai si sia verificato, nel corso di un certo numero di anni, questo deposito di materiale. Si tratta di un problema non di poco conto: consideriamo infatti che le microplastiche finiscono per intaccare tutta la filiera alimentare del pesce, arrivando fino a ledere la salute del consumatore finale”.

A proposito di pesca. Come Quotidiano di Sicilia abbiamo fatto diverse inchieste sullo stato dei fondali e della biodiversità marina lungo le coste dell’Isola. Attraverso interviste con gli esperti dell’Arpa, professori e ricercatori è emerso come l’ecosistema non goda affatto di buona salute, con alcune specie a rischio di estinzione, tra queste i ricci. Come intervenite per contrastare il depauperamento del mare?
“Le nostre attività di controlli sulla pesca si svolgono sotto il coordinamento del Centro Controllo Area Pesca della Direzione marittima di Catania e sono effettuate dagli esperti ispettori pesca del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia costiera direttamente a bordo delle unità da pesca oppure nei luoghi di sbarco del pescato, nei centri di distribuzione, nei mercati rionali e nei ristoranti: in pratica lungo tutta la filiera della pesca: iniziando dalle fasi della cattura in mare fino alle tavole dei consumatori finali. Tra gli obiettivi prioritari rientrano i controlli sulla cattura, la detenzione e la commercializzazione delle specie ittiche come il ‘tonno rosso’ e il ‘riccio di mare’, che in determinati periodi dell’anno sono tutelati: la prima dal piano pluriennale comunitario per la ricostituzione nel mediterraneo e la seconda dalla regolamentazione nazionale per favorirne la riproduzione. Quando parliamo di controllo dell’attività di pesca, quindi per la tutela di esemplari e organismi di taglia minima, non possiamo non considerare l’attività di controllo sul fermo biologico, ossia quell’istituto individuato proprio per dare alle specie ittiche la possibilità di riprodursi. Infatti, nel momento in cui una specie ittica viene catturato nella fase riproduttiva oppure in uno in stato embrionale o neonatale (c.d. novellame sottomisura), è chiaro che non si dà alle specie ittica la naturale possibilità di riprodursi, con la conseguenza che avremo sempre meno pesce nei nostri mari”.

Quanto è ampio il fenomeno della pesca selvaggia?
“L’attività per quel che riguarda in specifico la pesca e la cattura degli organismi marini sottomisura ci fa prudenzialmente dire che il fenomeno si è mitigato nel corso degli anni, grazie a una significativa campagna di controlli dei Team Ispettivi della Guardia costiera mirata alla tutela delle risorse ittiche attraverso l’individuazione di attrezzi da pesca, prevalentemente reti da strascico, illegali e non regolamentari rispetto alle stringenti normative comunitarie e nazionali che ne disciplinano limiti e modalità d’impiego, ma non possiamo dire che il fenomeno sia stato del tutto eradicato. Tra gli altri fenomeni illegali riscontrati nella Sicilia orientale, altrettanto dannosi per la fauna marina, vi è l’esercizio illecito della pesca ricreativa finalizzata alla commercializzazione irregolare del pescato.”

Cosa rischia chi non rispetta le regole?
“Le sanzioni amministrative sono state aumentate notevolmente dal legislatore nel corso degli anni, proprio per scoraggiare e colpire dal punto di vista economico, quanti non osservano le norme in materia di pesca. In generale, le sanzioni pecuniarie vanno da un minimo di 200 euro ad un massimo di 75.000 mila euro ed in ogni caso come pena accessoria il sequestro di tutto il pescato. Nel caso di illecito perpetrato da unità da pesca professionali e unità che effettuano la pesca ricreativa anche il sequestro delle attrezzature. In aggiunta, nei casi più gravi, ai pescatori professionali vengono attribuiti sempre come sanzione accessoria l’assegnazione di punti sia al titolare della licenza di pesca che al Comandante del peschereccio, che al raggiungimento del massimo dei punti previsti incorre alla sospensione della licenza per un periodo massimo di un anno e la sospensione del titolo professionale del Comandante per un periodo massimo di due mesi”.

Voi intervenite solo sui pescatori o anche sui ristoranti che vendono prodotti non autorizzati?
“Come già accennato, le nostre attività di controllo spaziano lungo tutta la filiera della pesca: dalla cattura alla tavola senza limiti geografici. L’attività ispettiva non si ferma alla costa, al litorale, ma si estende anche nell’entroterra, soprattutto per quanto riguarda le attività di rivendita e della ristorazione. Aspetto importante è anche la verifica della etichettatura e della tracciabilità del pescato, azioni poste in essere proprio per il contrasto del fenomeno della pesca ricreativa illegale”.

Tutto quello che non è in regola, però, non viene buttato ma lo regalate agli enti caritatevoli.
“Qui occorre fare chiarezza. Prima di procedere, il pesce deve essere sottoposto ad accertamenti sanitari, a cura dei veterinari delle competenti ASP locali, per stabilire se può essere destinato al consumo umano. Qualora si riscontrasse uno stato di cattiva conservazione del pescato e, quindi, la non idoneità al consumo umano andrà distrutto secondo normativa di settore. Nel caso di superamento dei controlli sanitari, normalmente il pesce viene destinato agli istituti caritatevoli o al banco alimentare che provvede, soprattutto in caso di pesce di grosse dimensioni, a lavorarlo e distribuirlo ai tanti bisognosi, anche insospettabili, che ogni giorno sono costretti a farne richiesta per necessità”.

Altro tema è quello degli abusi sulla costa. Quanto è ampio ancora oggi il fenomeno della cementificazione selvaggia in Sicilia?
“Tanto danno è stato fatto nel corso degli anni, oggi parliamo di attività che possono essere circoscritte in determinate aree. C’è sempre maggior attenzione sulle attività abusive ai danni del litorale e sempre meno disponibilità di aree e possibilità di cementificare. Pensiamo solamente che nel corso del 2022 sono stati restituiti a libero uso circa 27 mila metri quadrati di superficie demaniale marittima occupata abusivamente. Sui comportamenti illeciti che attentano alla tutela delle coste, l’attenzione della Guardia costiera è sempre alta ed ai massimi livelli”.

Talora sulla costa dove si è costruito, specialmente su quella rocciosa, c’è anche un problema di sicurezza. È capitato la scorsa primavera che un minore ha perso la vita in un complesso residenziale a Brucoli, dove è stata sottoposta a sequestro la discesa a mare.
“Certamente il problema di sicurezza esiste. Il fenomeno dell’erosione è importante lungo tutta la costa e non riguarda solo la riduzione degli arenili che è l’aspetto più evidente, ma anche i costoni rocciosi che franano. La costa del catanese è particolarmente fragile ed è monitorata costantemente con una serie di attività che prevedono anche il mantenimento delle zone di interdizione per pubblica incolumità. Sul caso che cita lei, c’è un procedimento giudiziario in corso e non posso esprimermi. Ma a carattere generale posso dire che spesso registriamo una scarsa attenzione verso le situazioni di pericolo e peggio ancora verso quei pericoli segnalati, vuoi per abitudine e consuetudini nella frequentazione dei luoghi, vuoi perché non si pensa al potenziale pericolo, buona parte dei bagnanti non presta la dovuta attenzione ai provvedimenti e alle misure di sicurezza prese dalle Autorità competenti”.

Quando vi rendete conto che la situazione è pericolosa, come vi attivate?
“Le segnalazioni vengono fatte sia agli enti locali (comuni costieri) che alla Regione siciliana, e questo va di pari passo con le misure interdittive che è chiaro provocano i dovuti effetti e funzionano se incontrano il buon senso e l’equilibrio, la volontà e il rispetto del potenziale pericolo”.

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