"Tutto il mio folle amore", ultima fatica di Salvatores - QdS

“Tutto il mio folle amore”, ultima fatica di Salvatores

Francesco Torre

“Tutto il mio folle amore”, ultima fatica di Salvatores

martedì 12 Novembre 2019 - 07:00
“Tutto il mio folle amore”, ultima fatica di Salvatores

Come in “Marrakech Express”, “Turné” e “Puerto Escondido”, il regista si aggrappa allo schema strutturale del viaggio. Il film ha il sapore di un ritorno alle origini, tra brillantezza dei dialoghi, singolarità dei personaggi ea libertà espressiva del racconto

TUTTO IL MIO FOLLE AMORE
Regia di Gabriele Salvatores. Con Claudio Santamaria (Willi), Valeria Golino (Elena), Giulio Pranno (Vincent), Diego Abatantuono (Mario)
Itala 2019, 97’.
Distribuzione: 01 Distribution

Come in “Marrakech Express”, “Turné” e “Puerto Escondido”, Gabriele Salvatores si aggrappa allo schema strutturale del viaggio (o meglio, della fuga) in un’idea di cinema ariosa e visivamente potente, capace di abbracciare in un’unica inquadratura scorci di natura incontaminata e paesaggi interiori di personaggi costretti a convivere con una matta paura di crescere e mettere radici.

“Tutto il mio folle amore” ha dunque il sapore di un ritorno alle origini, e la brillantezza dei dialoghi, la singolarità dei personaggi di contorno, la libertà espressiva del racconto come in passato vengono, inconsciamente o meno, utilizzati come strumenti di distrazione di massa per far passare un’idea di società maschilista e conservatrice, in cui tutto il peso delle responsabilità ricade sulle spalle di donne forti e moralmente distrutte, e l’assenza, l’impulsività, l’egocentrismo e la rapacità degli uomini vengono assorbiti e compressi in finali riconcilianti in cui, immotivatamente e anche da un certo punto di vista ingiustamente, “tout est pardonné”.

Compatta, piacevolmente stratificata e ritmata da un montaggio che riesce a mettere in luce le motivazioni dei quattro personaggi principali la prima parte del film. Con grazia ed empatia, il regista si nasconde (a parte qualche ostentato tecnicismo) come spesso gli succede quando trae un film da un testo letterario, e qui a maggior ragione non volendo evidentemente sovradimensionare esteticamente il tema doloroso e misterioso insieme dell’autismo.

Aneddotica e piuttosto inverosimile, sovraccarica emotivamente e pretestuosa nel creare sottotrame dai sentimenti buonisti sembra invece la seconda parte, nella quale però visivamente Salvatores riesce a dare il meglio di sé aderendo con maggiore coerenza ad un percorso autoriale specchio di un’immutabile quanto semplicistica scala valoriale.

Voto: ☺☺☺1/2☻

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